Barcellona, il Meeting e quel che accende la speranza

Barcellona, il Meeting e quel che accende la speranza

Il terrorismo è tornato a colpire. Siamo alla vigilia di un evento, qual è il Meeting di Rimini,  che da quasi 40 anni si colloca al centro della storia e dei cambiamenti epocali che hanno contraddistinto questo passaggio di millennio. L’inizio della settimana riminese non può non essere segnato dalle domande, dalle inquietudini, dal bisogno di trovare una strada che gli eventi di Barcellona sollevano.

In uno scambio di battute tra amici, in margine alla pubblicazione del breve ma significativo volantino di Comunione e Liberazione uscito dopo l’attentato di Barcellona, riferendosi al passo, “È più che mai necessario testimoniare l’amore alla vita che abbiamo conosciuto”, Marco ha esclamato: “è il motivo per cui continuiamo a fare il Meeting”.
Credo che nella semplice battuta di Marco ci stia tutto il Meeting. Una dimensione ancora oggi così ignota a tanti, anche assai prossimi all’evento riminese, da scoprire e riscoprire (parafrasando il titolo del Meeting: “Quello che tu erediti dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo”).

È l’origine del Cristianesimo. È l’origine del movimento di CL, nella figura oggi più che mai attuale di don Giussani. È quella  instancabile e indistruttibile passione per la vita e per la realtà, senza infingimenti, senza sovrastrutture e senza progetti, se non quell’ Uomo (Cristo) che ha fatto nascere una scintilla di speranza (“faccio nuove tutte le cose”) in tempi non certo migliori e più facili dei nostri.

Certo, è facile equivocare un evento che tratta di tutto (perché nulla è escluso dallo sguardo rigeneratore di Cristo, dalla politica alla storia, dalle scienze alla poesia, senza dimenticare, arte, filosofia, economia…) e su cui ognuno può porre il suo sguardo selettivo. Da sempre il Meeting ha subìto, sui media in particolare, uno sguardo ridotto tale da generare assurde polemiche, contro cui recentemente abbiamo avuto anche l’occasione di controbattere divertiti (per la banalità delle posizioni espresse). 

In genere sui media – in particolare a metà degli anni ’80- è la politica a farla da padrone (allora il Meeting era craxiano, ricordate?) e qualcuno misura l’evento solo a partire da quello. Poca cosa. D’atro canto, non si può che scrollar la testa a legger ancora oggi l’articolo su La Repubblica, laddove si colloca il Meeting tra le varie feste di partito o sindacali (“Fra Imola e Rimini, la Romagna protagonista dei raduni politici di fine estate. Cl parte per prima con il suo meeting.”). Una semplificazione che non coglie la realtà dell’evento, ovviamente. Un po’ come confrontare una processione con un Gay pride o una sfilata per la pace con un comizio di partito. Cose diverse.

D’altro canto lo stesso atteggiamento – cieco a quel che CL e il Meeting sono in se stessi – lo denota chi oggi tira per la giacchetta il movimento  perché si starebbe collocando troppo poco a destra, rispetto ad anni fa. Come se non fosse cambiato nulla nell’Italia attuale. Come se il movimento si fosse identificato con uno schieramento o con una soluzione politica. Come se nella letteratura cristiana non esistesse un documento, assai amato dentro il movimento, che proclama che il cristiano è “senza patria” (Lettera a Diogneto).

Da questo punto di vista, la libertà dalla politica che vuol dettare l’agenda e costruire una sua patria a chi invece è libero (venga questa agenda da destra come da sinistra, che sia quella di chi comanda, come quella di chi vorrebbe comandare), ben la esprime Vittadini con la sua intervista al Corriere. Giudizi che potranno essere veri o sbagliati, ma che indicano un criterio di libertà e realismo interessante. Peraltro di forte pertinenza rispetto ai rischi di semplificazione e banalizzazione che il dibattito politico in Italia sta correndo da qualche tempo (nell’articolo si parla dell’illusione di un “uomo solo” – di nome Renzi, o Berlusconi o Grillo, non importa – che possa risolvere i problemi dell’Italia).

Certo, per chi fisicamente non sarà presente in fiera in questi sette giorni (la stragrande maggioranza degli italiani, ovviamente), restano i media, che riferiscono del Meeting come di un “raduno politico”.  Siamo di fronte a quanto oggi troppo spesso accade nei dibattiti (e non solo in quelli dei media, ma anche tra la gente). Una sorta di terrore della differenza, della complessità e della ricchezza della realtà. Ancora una volta siamo vittime di una semplificazione funzionale. Sui media, si tratta di semplificare la realtà in caselle pre-digerite, perché possa essere assimilata da persone dall’intestino pigro. E così al destrorso si conferisce l’idea di una meeting “festa dell’unità”, al sinistrorso si conferisce l’immagine di un meeting sempre pronto a seguire il grande capitale, al “pro life” si offre l’idea di un meeting disattento ai temi etici, ecc. Il tutto con pezzetti di realtà, ben isolati dal tutto. L’esito è quello di solleticare l’istintiva insofferenza che una situazione di crisi rende così viva  nelle persone e dunque farsi leggere. La vittima è la realtà, ma non solo. Vittima è anche la speranza, quell’inizio di vita che affiora, soffocato dal clamore e dall’iracondia.

Invece quel “tutto”, ovvero quell’ “altro” di cui parlavamo prima, resta la cosa più interessante e la risposta veramente pertinente ai grandi drammi dell’oggi. Drammi e problematiche che, sfogliando il programma del Meeting, si ritrovano in abbondanza. Quell’ “altro” da riguadagnare per possederlo realmente e non lasciarsi trascinare nell’orbita di una cultura della morte.

È un cammino che sta accadendo nel mondo intero attorno al movimento ed alla Chiesa. Significativa (ed anche divertente nella sua vivacità e semplicità), a questo proposito, la presentazione della Bellezza disarmata, il testo di don Julian Carron, attuale guida di CL, proprio a Barcellona, la città martoriata dai “cultori della morte”.

Dialogando con Pilar Rahola, giornalista di La Vanguardia, atea e protagonista di tante battaglie civili spesso lontane dalla tradizione cristiana, si trova un punto di interesse comune fondamentale, che la stessa giornalista ha sottolineato, scrivendo un articolo all’indomani del suo incontro con Carron. Così si è espressa su La Vanguardia“In alcuni passi del libro, Julián parla della fine dell’Illuminismo, un Illuminismo che ha operato bene nel porre la ragione al centro dell’universo umano, ma male nel credere che questo fosse l’unico motore possibile. Certo è che, dalla mia posizione di non credente, sono d’accordo con lui: l’Illuminismo ha fallito nel suo intento di porre la ragione come misura e soluzione di tutto. Per questo motivo in questo momento di profondo smarrimento, con ideologie totalitarie che ci minacciano e democrazie in pieno naufragio, la parola di Gesù torna a essere un’idea luminosa.” E conclude dicendo: “Termino con una provocazione: che i cristiani escano dall’armadio. Forse non tutti abbiamo una fede come la loro, ma la loro fede rende tutti migliori.

Ma merita di essere ascoltato per intero il video dell’incontro.

E buon Meeting a tutti coloro che vogliono uscire dall’armadio delle loro ideologie !

 

 

 

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