La portata rivoluzionaria della memoria

Per BuonaDomenica, uscita domenicale di BuongiornoRimini, ho intervistato l’amico e collega Marco Bellini. È l’inizio di una rubrica dal titolo “Tempi moderni” che andrà alla ricerca di volti riminesi – o della provincia – che, per mestiere o per passione, “pensano”. Dote rara oggigiorno e quanto mai necessaria in un tempo di urla e violenza.


È stato bello iniziare questo percorso con Marco Bellini, perché ne conosco le doti di studioso ed appassionato comunicatore. Se si tratta di riflettere e proporre una visione acuta e non banale del presente, si cade qui sul sicuro.

Il dialogo con il prof. Bellini è stato intrigante e, come sempre, avvolgente. L’intervista – una sintesi insufficiente delle tante questioni trattate nella lunga telefonata – getta una luce cupa e preoccupata sui tempi che stiamo vivendo, ma tiene acceso un filo di speranza grazie ad una dimensione non consueta: non dimenticare pezzi di realtà, non dimenticare gli ultimi, far memoria del dolore che ci lasciamo brutalmente alle spalle. Questo filo di memoria è il germoglio su cui costruire, fin da subito, un mondo diverso.
A questo link , l’articolo intero.

Matrix involution

Da Ariminol del 21 novembre 2003 (pag.9)

 

Matrix revolution dovrebbe essere chiamato Matrix “involution”. Il film per quasi tutta la durata vive delle vicende dei primi episodi e, quando nel finale sembra prendere una piega sua propria, scivola in una narrazione fiacca e priva di spessore.

La trama imbastita è carente, tanto che durante la visione insorge un esplicito senso di stanchezza. E’ chiaro che i fratelli Wachowsky si sono arenati nell’impresa, tutt’altro che facile, di sostenere le loro valide intuizioni e senza dubbio il flop del film si spiega con questa difficoltà, peraltro piuttosto consueta in questi casi.

Ma forse in questa caduta verticale vi è qualcosa di più.
Abbiamo individuato nella vicenda dei primi due Matrix una forte tensione ad affermare il reale ed una valorizzazione, sebbene carica di elementi ambigui, della libertà, intesa quale libero arbitrio o scelta.

E’ evidente che la cultura contemporanea vive un forte senso di difficoltà al momento di affermare il valore e la consistenza del reale e i Wachowschy sembrano non essere affatto fuori da tale empasse. Sembra una maledizione, ma la creatività dell’uomo contemporaneo, sia che filosofi, sia che crei ardite opere d’arte, sia che traduca in un film la sua forza immaginifica, è decisamente in imbarazzo di fronte a quella che sembra l’evidenza prima del vivere: esiste qualcosa. Così nel film non c’è più direzione e la lotta di Neo diviene una sorta di compromesso con il mondo delle macchine. Nessuno vince; c’è la pace tanto agognata da Zion, ma il potere è sempre in mano alle macchine. Si traspone la tematica: dalla lotta per affermare l’origine reale dell’umanità, alla lotta per far vincere il bene contro il male (l’agente Smith), un bene e un male che sembrano determinati comunque dalle macchine, (o dal comune ma opposto rifiuto delle stesse? Nel film nessuna risposta) le quali sono una sorta di dio-demiurgo che crocifigge il proprio figlio, Neo, senza farlo risorgere. Già, perché la scena finale è una goffa imitazione della crocifissione (Neo morendo distrugge il male). Una crocifissione in cui però non vi è segno di resurrezione, salvo un possibile scherzo di un finto finale e di un futuro sequel.

E qui sembra essere il punto. Senza resurrezione non c’è realtà. Tutto è destinato ad apparire una “favola raccontata da un ubriaco in un eccesso di furore”. Il “coraggio dell’essere” (von Balthasar), vissuto come per istinto dai Greci, ribadito e rafforzato con la forza della fede dai cristiani, é in buona parte disperso nella cultura moderna e contemporanea. I fratelli Wachowsky non sfuggono a questo destino e tradiscono gli spunti iniziali del film, non sciogliendo alcuno dei nodi abilmente intrecciati precedentemente.

Forse anche perché per affermare il valore dell’essere non c’è bisogno di rivoluzione ma di resurrezione.