Quell’esperienza della croce, a noi sconosciuta

Silence è un capolavoro. Due ore e quaranta incollati allo schermo, senza accorgersi del tempo che passa. Un alternarsi di immagini e volti che scavano nell’anima. Perché nel film non solo é  immortalata la storia dei padri Gesuiti in missione nel Giappone del 1600 e quella del loro popolo – commovente per dignità e statura, nella semplicità e devastazione delle persecuzioni – ma la storia di ognuno di noi. Di ogni spettatore.

Protagonista del film, infatti, é il traditore Kichijiro, fedele fino all’ultimo e traditore fino all’ultimo. Lui, così spregevole, è l’immagine dell’uomo nella sua più profonda e terribile verità. Così, la vita di ogni personaggio del film è sempre sul filo della caduta, del non saper che fare e che scegliere, del non sapere dove sia il bene e il male, del vuoto che sembra sostituire il pieno che Dio ha promesso e lasciato intuire con inaudita certezza.

Si parla del dramma di ogni uomo impegnato seriamente con la propria esistenza.

Lo spettatore, dunque, anche colui che non sperimenti una vita cristiana, si trova pienamente espresso in quelle pur lontane situazioni. E ne prova un fascino infinito.

Raramente mi é capitato di vedere un film più mio, più espressione del dramma della mia e nostra esistenza. D’altro canto la persecuzione, così crudamente descritta, é il nostro futuro, e forse anche un po’ il nostro presente. Ma su questo torneremo a parlarne  più innanzi.

Occorre affrettarsi al cinema, per non perdere questa straordinaria metafora della vita che, non a

Padre Spadaro, a destra, e Martin Scorsese mentre dialogano intorno al film Silence. Nell’intervista Scorsese racconta come questo film sia stato una Grazia per lui

caso, è frutto di una riflessione lunga una vita, come Scorsese chiarisce nella lunga ma bellissima intervista al gesuita Antonio Spadaro.

Provo a costringere l’infinita gamma di sfumature e di spunti che il film suscita in alcuni pochi passaggi che mi sembra meritino di non essere perduti e che credo siano decisivi per l’uomo di oggi.

Occorre dire che, così come amici mi hanno saggiamente consigliato, è decisamente opportuno lasciarsi perturbare privi di qualsiasi condizionamento dal film, nella sua inquietante e fascinosa “ambivalenza” (così la croce pare a noi, “cristiani da pasticceria” – parole del papa che mi ha ricordato un’altra amica dopo la visione del film).  Per questo è consigliabile non leggere le pagine che seguono, se si è prossimi a vedere il film. Una volta visto il film è interessante il confronto, assai più che con queste parole, con la breve ed efficace recensione di Autieri, per le chiavi di lettura suggerite, e con un bell’articolo  sulla rivista mensile Tracce (articolo purtroppo non disponibile online)  per i riferimenti alla storia della chiesa in Giappone, di un tempo e di oggi, espressi intervistando il gesuita De Luca. Uma chiesa, come egli dice “che si mantenne viva, segretamente, benché non ci fossero né chiese, né preti”. Saranno i missionari francesi, nell’Ottocento, a scoprire le comunità segrete dei kakure kirishitan (“cristiani nascosti”). Uno sguardo alla storia della Chiesa cattolica in Giappone, anche solo sulla consueta wikipedia, è decisamente interessante.

Proviamo allora a fissare alcuni punti, consapevoli che potrebbero essere infiniti…

1) Dio parla nel silenzio. É notevole come il protagonista del film sia il cuore dell’uomo di ogni tempo. Un cuore che desidera l’infinito e che lo tradisce ad ogni passo. L’abiura non é solo quella continuativa di Kichijiro, o di padre Ferreira, o degli  altri padri. Ma é anche quella di chi, come padre Garupe, inizialmente identifica con la forma del martirio la propria fede, ridotta a rabbioso tentativo di coerenza. Una riduzione che nasce dalla fragilità di padre Garupe rispetto al più sereno e “forte” padre Rodriguez, che tuttavia, in una sorta di ribaltamento di posizioni, subirà anch’egli prove impossibili per un uomo. L’amore, pacato e sofferto, per quella gente -corpo di Cristo, chiesa nascente- di padre  Rodriguez é esemplare e supera perfino la “forma” del martirio, suggerendo perfino ai kirishitan  di accettare la formale abiura, mentre Garrupe, rabbioso e disperato, grida che non abiurino. La fede non ha forme predefinite. Nemmeno la forma suprema: il martirio.

2) E tuttavia è evidente che il progetto di  potere dell’inquisitore giapponese è quello di estirpare nell’uomo qualsiasi speranza, spingendo all’accettazione di una natura che sembra non risparmiare l’orrido orizzonte della morte ad ogni uomo (come attesta il vecchierel bianco di leopardiana memoria ). L’inquisitore afferma, con cinico distacco, che in Giappone non può crescere nulla di nuovo, che non vale la pena portare una fede per cui le persone saranno destinate a dare la vita, che nella palude di quella tera nulla può mettere radice. Anche la chiesa nascente, pur ricca e feconda (300mila persona in pochi decenni) sarà fatta scomparire.

L’inquisitore

È una cultura della morte, ma ordinata e dotata di un senso compiuto, circolare, che non si apre a nulla nel rischio che spezzi il ciclo della natura. Il Cristianesimo deve sparire perché accende la speranza di rompere questo cerchio e dunque è ancor più pericoloso di Portoghesi, Spagnoli, Olandesi, con i loro interessi economici. Il potere comprende che deve distruggere quel principio di speranza, se vuol mantenere se stesso così inossidabile e rassicurante, capace di organizzare la disperazione.

3) È incredibile l’efficacia della raffigurazione dei padri dopo l’abiura. Non c’è traccia di umanità nei loro volti e nelle loro parole. Freddi, distaccati. Anche infervorati nel difendere le proprie posizioni ma sfuggenti negli sguardi.  L’abiura é terribile, costringe l’uomo a soffocare se stesso, ovvero il desiderio più autentico del proprio cuore, acceso dalla fede cristiana. È una forma di martirio essa stessa. Fiorisce il corpo, ripulito, disteso, e nei volti non c’è più alcun dramma. Ma l’io è morto.

4) Eppure il cuore dell’uomo grida, afferma, quel Dio tradito e, al di là di ogni situazione, Dio parla, opera,  pur misteriosamente e nell’apparente sconfitta. Padre Ferreira (nella verità storica poi si ricrede e viene accolto nuovamente tra i Gesuiti) nomina inavvertitamente il nome di Dio. Se ne avvede padre Rodriguez, ma lui nega. Anche l’abiura, il tradimento e la zelante opera di collaborazione con l’inquisitore giapponese, scientificamente alimentata da una impeccabile strategia da parte del potere, non riesce a cancellare l’azione misericordiosa di Dio, resa particolarmente vivida e presente dal desiderio di pentimento  da parte del peccatore Kichijiro.  Malgrado l’abiura e la nuova vita padre Rodriguez resta padre, è “costretto” ad essere padre.

Scorsese con papa Francesco

E Scorsese ha voluto aggiungere al libro da cui il film è tratto (il romanzo di Shusako Endo, che Scorsese ha letto nel 1988 e che ha scavato nella sua vita) una sorpresa sconcertante, proprio nella scena che descrive la fine dell’esistenza di padre Rodriguez. Una geniale aggiunta di Scorsese che conferma le parole già da espresse  da Rodriguez , “nel silenzio ho sentito la tua voce”.

É misterioso e vertiginoso come Dio possa parlare anche nel fondo del peccato e del tradimento, nell’oscurità della Sua sconfitta. Ma non é forse questa la fede cristiana nella sua intima essenza, quella fede invincibile per il mondo, ovvero la fede nella croce? La “pace che il mondo irride ma che rapir non può?” (Manzoni).

La certezza che nulla è abbandonato – neppure l’abbandono più terribile e infamante – dall’abbraccio di Dio è il grande tema che il film ripropone (senza la pretesa di essere un impeccabile trattato teologico) e che oggi ci conviene guardare con grande attenzione.

Si aprono tempi, infatti, in cui sarà chiesto ad ognuno di prendere posizione a fronte di una società in cui tutto, ma proprio tutto, è contro il cristianesimo. Non ci saranno, presumiamo, le fantasiose torture giapponesi. Tuttavia una forma di ostracismo e rinuncia a pezzi di potere, a pezzi di prestigio sociale,  in nome della fede – nuda, pura – già è richiesta oggi. E continuamente la Chiesa sta richiamando la giusta battaglia per il cristiano di oggi, correggendo sottolineature sciagurate che vanno in direzioni apparentemente ragionevoli.  In tal senso è sufficiente rileggere le Ultime conversazioni di Benedetto XVI, dove il papa emerito si dichiara  preoccupato non per il calo di fedeli o di vocazioni, ma per la perdita della fede.

Ma cosa è questa fede, questo unico punto che conta per la chiesa universale?  Non forme predefinite (né intimistiche, né di militanza esteriore), ma il riconoscimento (fisico, reale, in luoghi che aiutino tale coscienza) del Dio che ci abbraccia ora e sempre, e dunque la possibilità di una vita nuova da subito, anche nella più devastata e lontana situazione che possiamo vivere. Anche in questo inferno interiore di cui siamo terribilmente protagonisti e artefici noi uomini dell’Europa del XXI secolo. Un inferno che, per certi aspetti,  ha poco da invidiare alla vita di fango e di stenti dei kirishitan giapponesi del 1.600.

Bauman e gli uomini connessi ma non soli

Come sappiamo, è morto, all’età di 91 anni, Zygmunt Bauman, il grande intellettuale che, seppure già di ampia notorietà, in questi ultimi tempi ha dimostrato una capacità di sguardo profetico rispetto alla società occidentale così acuta e pervicace, da poter raggiungere il grande pubblico. Notevoli, in particolare, le assonanze che Bauman ha avvertito con le parole e la figura di papa Francesco, uomo visto come lanciato oltre la crisi del post moderno.

Quello che mi colpisce in Bauman è il fatto che il vecchio “vizio” della filosofia occidentale (conoscere l’ “intero”), sembri rinascere, arricchito da una sensibilità per i movimenti della società, fin nei suoi aspetti più legati al costume, alla vita quotidiana, alle dinamiche economiche o di evoluzione tecnologica, con insolita freschezza.

La sua analisi della (ovvia ma drammatica) fragilità dei rapporti tra uomini senza legami, perseguita come progetto sociale ed oggi potenziata dal virtuale, già l’avevo percepita come illuminante, in una sua intervista collocata alla fine di un drammatico documentario relativo alla vita in Svezia (Qui puoi leggere il mio articolo, mentre purtroppo il filmato è stato rimosso dalla Rai).

Ma leggo proprio questa sera, al mio rientro dopo un’appassionata chiacchierata, a cena con amici, su temi vari, l’articolo di commiato di  Repubblica, che  propone, all’interno della pagina in rete, un’intervista video (in inglese con sottotitoli in italiano) e che potete leggere e vedere qui. Nel filmato di 10 minuti, il grande tema della attuale migrazione dei popoli  è legato da Bauman al tema della contemporaneità.

Bauman sostiene che modernità e migrazioni siano inscindibili (non vi sono queste senza l’altra). La modernità genera trasformazioni, che a loro volta generano spostamento di popoli, di quegli uomini cioè che non rientrano nell’ordine (generato nel disperato tentativo di  controllare il caos) e che dunque devono andarsene. Ma al minuto 3, 45 il giudizio diventa drammatico. I migranti “diasporici” (come sono quelli attuali) tendono a non integrarsi, a convivere con due e tre identità contemporanee (di cui essi stessi diventano portatori), destinate a non integrarsi affatto.

Sottolineatura che mette in luce il carattere epocale e drammatico dell’attuale movimento dei popoli, non risolvibile dunque né con un giudizio di chiusura (“fermiamo i flussi con i muri”, giacché la migrazione è tutt’uno con la modernità), né con un giudizio di generica apertura (di stampo “buonista”, – Bauman mette in luce il carattere drammatico e di “dis integrazione” che questo fenomeno ha in sé). Una impossibilità di integrazione che è generato e genera la società delle incertezze. Questo l’ultimo affondo terribile: si crede che la “società della incertezza” sia generata dall’immigrazione (e l’immigrato diviene capro espiatorio, utile alla politica di basso respiro), ma al contrario questa ne è un effetto. Baumann parla in tal senso di “ambiente dell’incertezza” (minuto 4,15 circa e seguenti) come connotato proprio della modernità. Gli immigrati sono “l’avamposto del grande ignoto”. E Bauman prosegue, affermando: “il grande ignoto è lì, nel cyber spazio”, inafferrabile. E qui sembra aprirsi una dimensione più ampia, capace di abbracciare anche il grande tema dell’assenza di legami, della solitudine, del virtuale.

Riflessioni che mettono in luce uno sguardo, quello di Bauman, capace di analizzare il dato singolo nell'”intero” della vita dell’uomo, della società e dei destini dell’umanità. Le numerose dinamiche dell’esistenza contemporanea (migrazioni, incertezza, crollo di evidenze, vita virtuale, capitalismo, individualismo, assenza di legami, ecc.) trovano una singolare coralità di visione, seppure non (ancora – e sarà lunga a venire-) una risposta fondativa

Decisamente un pensatore con cui è  essenziale  entrare in dialogo.

Dialogo decisamente piacevole per chi, come il gruppo di amici di questa sera, ama trovarsi a ragionare di queste cose senza lasciarsi schiacciare dal peso delle idee,  ovvero uomini “connessi ma non soli”, desiderosi di costruire nuovi “legami fondativi”, certi – per dirla alla Bauman – che “l’indipendenza non sia la felicità” ed  “alla fine porti ad una completa, assoluta, inimmaginabile noia”.

 

God save America!

Dopo la lettura di queste brevi parole di una donna (mussulmana, immigrata, abortista e pro diritti gay ma che ha votato convinta Trump), pubblicate sul Corriere della Sera, per chi vuol capire, è tutto chiarissimo.

Nessun mistero nella elezione di Trump (con il senno di poi).

E questa donna, Asra Nomani, ci aiuta ad aprire gli occhi sulla scelta degli americani: discutibile ma legittima (e persino ragionevole). Gli americani pagano l’inconsistenza ideologica di un pensiero liberal che non riesce a raggiungere la realtà delle cose: non realizza più giustizia (la riforma sanitaria non raggiunge chi ha bisogno) e fa danni irreparabili nel mondo, attraverso una politica estera (di cui la Clinton porta piena responsabilità) debole con i tagliagola islamici radicali e ipocrita.

Questo non implica ovviamente che la scelta di Trump sia la soluzione. Trump è un’enigma. Ma la certezza è il fallimento totale, chiarissimo nelle parole dell’intervistata, del programma del super osannato (a priori) primo presidente nero d’America (pulito, educato, liberal, cortese, nonché piacente).

Asra non è il popolo di “operai – elettori di Trump”,  che Saviano equipara ai bambini killer di Napoli, come frutto delle nuove caste padrone  del mondo. No. Non è solo risentimento, ma analisi lucida, definizione chiara di un fallimento. Quello del suo partito, della sua cultura democratica (in cui pure è immersa). E ancora una volta la tracotanza engagé degli intellettuali non capisce. Ma le reazioni alla Saviano, pur meno articolate, si sono moltiplicate in questi giorni, ferme allo scandalo su come si faccia a votare uno come Trump. E invece Asra ce lo spiega in due battute e ci fa un po’ arrossire di vergogna per l’incredibile incapacità di analisi dimostrata da tutti.

Ma c’è dell’altro. Stupisce  la certezza di Asra  nei confronti della società e cultura americana come capace di prendere altra piega rispetto agli slogan elettorali sconsiderati di Trump (“Non ho nessun timore ad essere musulmano in America”, sostiene a fine intervista). C’è una fede nell’occidente e nell’America, che deve tornare ad esserci familiare.

È vero. Ne sono certo anche io e l’ho espresso ai miei studenti da subito. Gli Stati Uniti mai potranno diventare quelli descritti da Trump nella campagna elettorale e sembra che le prime mosse vadano proprio in questa direzione (addirittura l’ipotesi di avere Bill Clinton come consulente, si legge oggi).  Ma sentirlo da una immigrata mussulmana che vive in America conforta, seppure ovviamente  la scommessa rimanga aperta.

Paradossale che l’America debba imparare ad avere fiducia in se stessa da questa “straniera”.

È giunto il momento di  interrogarsi sul perché e per quale  origine l’America possa infondere questa certezza. La scommessa è decisiva non sono per il popolo americano, ma per tutto il globo.

La certezza di Asra deve ritrovare le sue solide fondamenta. Più solide della politica spettacolo di questo deprimente scontro elettorale. Piu solide di un programma elettorale conservatore o liberal.

Sarà bene dunque cantare non più God bless America, ma God save America. Ne abbiamo bisogno tutti.

La “felice” società degli uomini soli: la teoria svedese dell’amore

È uscito ieri, 22 settembre, in alcune sale italiane, una decina in tutta la nazione, un conturbante film-documentario di Erik Gandini, video maker bergamasco che da decenni vive in Svezia e assai noto per il suo Videocracy, dedicato all’Italia berlusconiana, film che fece assai discutere.  Ma sono numerosi i suoi docufilm che hanno destato clamore (Raja Serajevo, Gitmo, Surplus) e che allo tesso tempo gli hanno portato riconoscimenti e notorietà.

L’ultimo lavoro di Gandini si intitola La teoria svedese dell’amore. Se l’edizione integrale è in proiezione a partire da oggi nelle sale, Rai 3 ne ha pubblicato una riduzione (assai ampia -60 minuti-) che permette perfettamente di entrare all’interno di questo viaggio nel cuore del paese “più civile del mondo”. Un viaggio surreale e decisamente conturbante. Un viaggio in un sogno, un’utopia, che si rivela un incubo.

È davvero istruttiva, e allo stesso tempo emotivamente intensa, la visione del film (non più disponibile sul sito della RAI il film è rintracciabile qui).  In questo docufilm  non si parla solo di Svezia, ma si tratta del nostro futuro, o meglio di come qualcuno vorrebbe si trasformasse il nostro futuro.

Gandini, in intervista,  ammette che il film è a tema, che non è espressione di tutto ciò che è la Svezia (come Videocracy per l’Italia, d’altronde) ma quanto egli documenta è fondato su dati statistici inoppugnabili ed esperienze reali.

Di che si tratta?

In sostanza un progetto politico esplicito, nato nel 1972, ha inteso fare della società svedese la società degli individui che non abbisognano di appartenere a nessuno e che dunque, negli intenti, possono vivere assolutamente liberi e “liberati”. Finalmente rapporti autentici, in quanto liberi e non costrittivi. Liberare i genitori anziani dalla necessità di dipendere dai figli, liberare i figli dai genitori, le donne dagli uomini… sfaldare lo stesso bisogno del partner da parte delle donne per la procreazione, (decisamente ironica la riflessione su quella che dovrà essere la funzione del maschio nel futuro, descritta in una banca del seme e che potete ben immaginare). la-teoria-svedese-dellamore2

Tuttavia l’esito di questo progetto politico-sociale è, ad oggi, una solitudine generalizzata, che assume tratti parossistici, descritti, come si diceva, con ironia ed un sarcasmo agghiacciante, senza perdere mai i tratti di un realismo che rende la visione ancora più drammatica. L’ufficio che si occupa del ritrovamento delle relazioni di persone anziane morte e dimenticate nei loro appartamenti, la descrizione di donne e uomini che non hanno alcuna intenzione di complicarsi la vita con una relazione,  di immigrati che sono strappati dai loro valori e cultura, è decisamente significativa. Questa società, che al contrario della nostra italica, funziona (accoglie, integra, provvede, razionalizza), svela una dimensione oscura.

L’impressione che avvolge lo spettatore è quella di essere in un film di fantascienza (sembra di vedere certi film per la televisione degli anni ’70) dove si descrive una società utopica e irrealizzabile. Invece è realtà  in Svezia. Ma di più. Con chiarezza si  riconoscono le direzioni che taluni dibattiti anche nostrani, consapevolmente o meno, vogliono imprimere alla società.

Si comprende bene come la questione delle famiglie omosessuali, recentemente così dibattuta in Italia,  oppure la battaglia per la procreazione assistita, siano veramente un tassello di una vicenda ben diversa. Tant’è che anche un filosofo “allievo indipendente di Marx” e neohegeliano, come egli stesso si definisce, quale Diego Fusaro, ha preso decisa posizione in contrasto ai cosiddetti “nuovi diritti” (si vedano questi due video: video 1; video2), pur all’interno di una sua generale visione di contestazione radicale della società del capitale, quale società dell’ideologia, omologata e totalizzante, del mercato (in cui non c’è posto per la famiglia, ma solo per individui atomizzati).

Il film di Gandini ha il merito di traslare viete discussioni di basso profilo sul cuore della questione. Lo scontro tra cattolici tradizionalisti e laici progressisti, così come spesso si configura, non ha alcun senso di esistere e presenta in sostanza, quale esito coerente, un obiettivo nichilista, come ben descritto nei fotogrammi del documentario.  Due poli dialettici che non conoscono la vera battaglia in corso.

La vera battaglia è quella di una resistenza ad un individualismo fondato sul vuoto (autofondativo nelle intenzioni), che si configura come una scommessa errata sull’uomo, una deriva illusoria della libertà. Una prospettiva strisciante e apparentemente vincente, capace di avanzare all’interno dei vari fronti contrapposti, attraverso l’annientamento delle dimensioni più autentiche dell’uomo e che ha certamente come ignari alleati, più o meno zelanti propugnatori di diritti che diritti non sono, ma al contrario capestri in un cui rimanere imprigionati, come acutamente osserva Fusaro. È una lunga storia, che va avanti dai tempi del divorzio e dell’aborto.

Certamente nel film l’antagonismo a questa deriva, sembra non esistere, se non vagheggiando una società primordiale e naif, simbolo tuttavia di una inesorabile resistenza dell’uomo a progetti ideologici così massivi.

bauman
Il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman

Tuttavia il valore di provocazione del filmato è notevole, e l’intervento finale del filosofo Zygmunt Bauman ne segna la profondità. Dopo alcune analisi sulla vita online e offline, Bauman conclude: «La felicità non viene da una vita senza problemi, ma dal superamento delle difficoltà. L’indipendenza non è la felicità; alla fine porta ad una completa, assoluta, inimmaginabile noia.»

Tra le numerosi provocazioni e suggestioni, vorrei presentarne tuttavia una fortemente positiva che ho percepito con chiarezza, accanto alle altre, durante la visione del film.

Il progetto nichilista non vincerà.

Per quanto forti siano le spinte del potere, per quanto gravi le confusioni in cui è caduta la nostra società, con le sue sirene devastanti, la bellezza della famiglia e di rapporti solidi, il bisogno di comunione tra gli uomini, di impastarsi l’uno nell’altro (tutti valori che in qualche modo, talora assai imperfetto, la nostra società mediterranea ha sempre mantenuto vivi) non potranno non tornare ad affascinare l’uomo.

Nel film è palese. La società degli uomini soli è troppo brutta perché prevalga definitivamente, e soprattutto perché si possa realizzare da noi, sud dell’Europa, così immersi nella bellezza come siamo.

Nel frattempo tuttavia, ci aspettano tempi duri, in cui la buona battaglia sarà, ancor prima che innescare rabbiosi scontri contro  mulini a vento e falsi obiettivi,  dimostrare che si può vivere diversamente. Da subito.

La bellezza va inseguita ed amata. Questa è la nostra arma e la nostra vittoria contro il nichilismo.

“Ad Aleppo noi viviamo come se ci fosse un terremoto continuo”

Oggi in tutte le chiese d’Italia si raccolgono fondi per le persone colpite dal terremoto del centro Italia. I vescovi italiani hanno indetto questa giornata, quale strumento efficace per venire incontro, utilizzando i canali capillari della Caritas, alle necessità causate dal terremoto.  È il gesto più concreto, vista l’eccezionale gara di solidarietà degli italiani che ha reso al momento perfino superflue altre forme di donazioni di cibo o vestiario,  o di altri interventi. Quindi tutti siamo caldeggiati ad aderire, donando durante le celebrazioni oppure direttamente ai parroci.

In questa giornata mi torna in mente la lettera scritta da  Aleppo da padre Ibrahim, che ha visitato Rimini già in diverse occasioni, facendoci partecipi del dramma di Aleppo con la sua toccante testimonianza di umanità e di fede. In quel dramma, in quella situazione terrificante (il link precedente ci porta al suo intervento al Meeting di due anni fa, ma poi padre Ibrhaim, tornò a Rimini chiamato dal Portico del Vasaio), per la quale ci siamo mossi per inviare aiuti anche recentemente, padre Ibrahim dimostra di avere a cuore il dramma dei nostri fratelli italiani colpiti dal terremoto. Merita di essere letta integralmente perché permette di imparare cosa vuol dire essere “cattolici”: avere un cordone ombelicale che ci lega al mondo intero, all’umanità diffusa nel mondo intero. La propria appartenenza a Cristo genera un’apertura, che permette, sotto le bombe di un nemico terribile, di ricordarsi e prendersi carico  delle vicende di persone che vivono in una situazione oggettivamente molto più agevole della propria.

Il senso del nostro obolo per i terremotati, acquista così piena dignità e può generare una novità profonda nella nostra vita, divenne segno efficace della costruzione di un mondo nuovo, dove nessuno è estraneo. Così ci insegna questo frate francescano, che si erge come figura di uomo a pieno, capace di vincere il male, di non essere sconfitto nella istruzione e di testimoniare un cuore aperto all’umanità intera:

“Mi si strazia il cuore a condividere le sofferenze della mia gente qua ad Aleppo ma quello che è successo ultimamente in Italia, cioè la morte di centinaia di persone e di tanti altri coinvolti nel terremoto, mi ha aperto nuove ferite. Li sento come se fossero i miei parrocchiani. Dal primo istante in cui ci è giunta la notizia degli eventi catastrofici del terremoto abbiamo offerto le S. Messe, le nostre preghiere, le sofferenze, la fatica dei nostri sacrifici quotidiani per gli italiani deceduti, per i loro familiari ed amici.  Abbiamo fatto questo perché siamo uniti… siamo un solo Corpo…, non è per caso che siamo membra di un solo Corpo: è una scelta fatta dal Signore e una grande responsabilità di carità e di comunione.”

 

 

Ecco la lettera integrale di padre Ibrahim.

 

Aleppo, 14 settembre 2016

Carissimi amici,

con grande amarezza nel cuore abbiamo accolto la triste notizia del terremoto in Italia. Da subito abbiamo offerto le S. Messe, le preghiere,  le sofferenze e le fatiche per le anime dei morti, per i feriti, per i familiari ed amici delle persone e delle famiglie colpite. Continuiamo a pregare per tutti voi.

Ad Aleppo noi viviamo come se ci fosse un terremoto continuo che non accenna a finire, in una crisi assurda che dura da più di cinque anni; continua la nostra via crucis e la lunga agonia del popolo siriano.

È un’agonia lenta, a questa parte del Corpo mistico della Chiesa manca sempre di più il fiato, le forze declinano, consumato dalla flagellazione e dai colpi.

Il periodo passato, in particolare, è stato di infinita tristezza per le atrocità e i danni subiti a causa delle bombe e dei missili che  hanno continuato a cadere senza tregua sulle abitazioni e sulle strade.  Nelle visite alle case danneggiate notiamo danni sempre più ingenti, causati da armi sempre più sofisticate e in grado di distruggere sempre più in profondità e qualità…

La sofferenza tocca sempre più da vicino gli abitanti di Aleppo, compresi i cristiani.

Per rendervi partecipi, vi racconto tre fatti che ci sono accaduti in questo periodo.

George Haddad, uno dei nostri martiri ad Aleppo
George Haddad, uno dei nostri martiri ad Aleppo

Il 15 di agosto, nel giorno della festa dell’Assunta, George Haddad, un giovane trentenne sposato con un figlio piccolo di sette anni, con la sua giovane famiglia era andato a far visita agli suoceri. Erano tutti seduti tranquilli in casa, sembravano al riparo da possibili attacchi, quando improvvisamente un missile è esploso sulla strada causando tanta distruzione e morte. Una scheggia del missile ha colpito il cuore del giovane, causandone la morte istantanea.

Ha così lasciato una giovane moglie e un bambino di sette anni.

 

George Haddad, uno dei nostri martiri ad Aleppo

Il 25 agosto, in pieno giorno, un missile è caduto su un edificio abitato a Jabrieh, una zona affollata in prevalenza da famiglie povere.

L’edificio bombardato a Jabrieh che ha provocato altri 5 martiri
L’edificio bombardato a Jabrieh che ha provocato altri 5 martiri

Il missile, con grande capacità di distruzione, ha provocato la morte di cinque persone, parecchie decine di feriti e danneggiato decine di case.

 

Il 26 agosto, Bassam, un bambino di 8 anni,  mentre giocava con i suoi amici nel giardino della chiesa, è stato colpito da una pallottola alla testa.
Era figlio unico di due giovani coniugi.
Da subito i medici hanno diagnosticato la morte cerebrale del piccolo,  i suoi genitori però non riuscivano ad accettare, a capacitarsi, sperando in un miracolo dal cielo. Il bimbo è rimasto per giorni inchiodato al ventilatore meccanico, morto ma con un cuore che palpitava.

La mamma, nonostante non riuscisse a distaccarsi dal figlio disteso immobile nel letto del reparto di Terapia Intensiva, il lunedì 29 agosto è venuta con suo marito alla Messa.

Mamma Kinda mi diceva che “questa croce è veramente pesante per lei…”, le ho risposto che questa croce non era soltanto sua ma di tutta la Chiesa di Aleppo e che la portavamo insieme, con le mani distese in preghiera non solo per Bassam ma per tutto il paese che vive ormai come fosse anch’esso in stato di morte.

Dopo giorni interminabili di massima sofferenza, il 30 agosto, verso il tramonto, è arrivata la notizia che il cuore di Bassam si era fermato. Il fermarsi del cuore è stato un segno di misericordia nei suoi confronti ma soprattutto per i suoi genitori che erano ormai inchiodati con lui al letto, col cuore straziato.

Il giorno dopo, giorno del funerale, è stata per me una lotta terribile contro il caos e la disperazione che tentavano con tutti i mezzi di regnare nel cuore della madre, del padre e di tutta la gente.

Ho passato la mattinata seduto di fronte ai genitori, accanto alla salma, per prepararli a vivere con serenità il funerale, come momento di preghiera e di comunione con il loro figlio.

E’stata una lotta difficile anche con i gruppi scout che facevano a gara a organizzare grandi manifestazioni per le strade, facendo rumore e suonando. E’ stata un’ardua battaglia con i molti parenti che pianificavano di portare la salma lungo le strade, danzando come se fossero a  una  festa di nozze, per manifestare il dolore e la disperazione…

Alla fine, il Signore della pace ha prevalso e abbiamo potuto celebrare il funerale con calma, in un atmosfera di profondo raccoglimento e di preghiera.

Nell’Omelia, di fronte a una grande folla che gremiva la chiesa, ho parlato dell’immagine di Dio, che si riflette attraverso la vita di Gesù, di un Dio tenero, buono, misericordioso e innamorato dell’uomo, che pensa al bene ultimo degli uomini e ben sa come fare per farli giungere a questo bene, anche attraverso il male che esiste nel mondo.

La celebrazione del funerale del piccolo Bassam
La celebrazione del funerale del piccolo Bassam

Questa immagine del Dio buono, ho detto, viene demolita in modo sottile e qualche volta invece in modo diretto dal nemico, soprattutto nei momenti più drammatici come può essere il funerale dei propri cari. Sono tentazioni terribili contro la fede in un Dio buono, che nonostante sia Onnipotente, non impedisce il male legato alla libertà dell’uomo ma può far nascere il bene dal male, la vita dalla morte.

Così, nonostante tutta la tristezza e l’agitazione iniziale, durante il funerale ci è stata donata una pace che poteva venire soltanto dall’alto. Durante le condoglianze, al termine della giornata, si è riusciti perfino a strappare dei sorrisi dal volto dei genitori e dei familiari di Bassam.

Il funerale passato in preghiera con uno spirito di raccoglimento è stato un miracolo, accolto e testimoniato come tale da tutti i presenti: è stata una testimonianza della risurrezione di Cristo.

Così  è Aleppo: una città di distruzione e di morte… Non sono sicuro che esista ancora…

Ogni giorno accadono storie come queste, dolori di genitori che perdono i figli o di figli che perdono i genitori. La gente è sempre sotto shock e soffre tantissimo.

Noi frati ci facciamo carico della croce quotidiana della gente, una croce che diventa sempre più pesante.

Passiamo le giornate nel dolore e nella fatica, fra le visite agli ospedali, l’accompagnamento dei moribondi, la celebrazione dei funerali, le visite alle case danneggiate e alle famiglie senza tetto.

Il cuore però è attento ad una sfida assai difficile, quella di custodire la fiamma ardente della fede seminato con il Battesimo nel cuore di ogni fedele di Aleppo, in mezzo a questa grande tempesta che soffia da più di cinque anni e che rischia di distruggerla continuamente.

Grazie dal cuore… un grazie ripetuto da noi sempre in forma di preghiera, per tutti voi che pensate a noi, che pregate per noi e che continuate a sostenerci con tutti i mezzi possibili.

Mi si strazia il cuore a condividere le sofferenze della mia gente qua ad Aleppo ma quello che è successo ultimamente in Italia, cioè la morte di centinaia di persone e di tanti altri coinvolti nel terremoto, mi ha aperto nuove ferite.

Li sento come se fossero i miei parrocchiani.

Dal primo istante in cui ci è giunta la notizia degli eventi catastrofici del terremoto abbiamo offerto le S. Messe, le nostre preghiere, le sofferenze, la fatica dei nostri sacrifici quotidiani per gli italiani deceduti, per i loro familiari ed amici.

Abbiamo fatto questo perché siamo uniti… siamo un solo Corpo…, non è per caso che siamo membra di un solo Corpo: è una scelta fatta dal Signore e una grande responsabilità di carità e di comunione.

Nel nome della mia gente, dei parrocchiani e in modo speciale dei nostri ragazzi, vi ringrazio per le preghiere che fate per noi.

Continuate per favore con insistenza a pregare: vogliamo vincere la guerra con la preghiera…

Un grande saluto pieno di affetto e di carità da parte nostra ad ognuno di voi.

Uniti nella preghiera.

Che il Signore vi benedica.

Frate Ibrahim

 

Un Meeting che traccia la strada: cambiamento di pelle, ma non genetico

È veramente poco interessante, come sostiene Renato Farina su il Giornale, la discussione sui media relativa ai presunti o reali “nuovi corsi” di CL (“Non ho nessuna voglia di spiegare la nuova pelle e ripetere le vecchie palle su Cl”). Ciò che manca in questi dibattiti – interni o esterni che siano  – è quanto lo stesso Farina ricorda alla fine del suo pezzo (“Polemiche mediatiche ogni volta diverse, ma qui è il posto dove si rinnova l’unica domanda seria: che cosa vogliamo farne della nostra vita?”). Fuori di questo semplice riconoscimento vi è ideologia, ovvero la sostituzione alla realtà di proprie interpretazioni riduttive, generalmente legate a un progetto o un interesse specifico. Un esercizio quanto mai comune, purtroppo, e decisamente anti giussaniano.

Chiarito ciò e superate le polemiche da mercato rionale (anche se targate Repubblica), così come quelle su presunte modalità migliori di affrontare problemi di complessità geopolitica irrisolta da mezzo secolo (vedi crisi di Cuba), si può tornare a parlare di un Meeting che in tanti hanno definito tra i più belli di sempre per ricchezza di spunti e di proposta.

Provo semplicemente a raccontare il “mio Meeting” come ho sempre fatto, fin da quando scrivevo per La Voce, senza alcuna pretesa ovviamente di interpretare il “messaggio del Meeting” (se mai vi è un qualcosa di simile).

Parto dalla testimonianza del 19 agosto di monsignor Camillo Ballin, Vicario apostolico dell’Arabia del Nord, durante l’incontro Vivere da cristiani. Il vescovo ha chiarito come si possa vivere e affermare che l’altro è un bene anche in una condizione difficilissima e di grandi limitazioni di azione. È la risposta ad una domanda che in tanti prima del Meeting avevano: come si può dire “tu sei un bene per me”, quando l’altro non ti sopporta, non ti vuole, agisce per sopprimerti?

Mons. Ballin dichiara di “non aver mai convertito nessuno” (ha raccontato che i pochi che, arabi, avevano chiesto di battezzarsi erano in realtà spie mandate dal governo per farlo cadere in trappola, e ha ricordato che chi abbandona l’Islam in quei paesi è destinato alla morte -), ma ha testimoniato una fede interamente vissuta  e ha definito  la loro terra come una terra ricca poiché  “noi mandiamo nei vari paesi del mondo una ricchezza molto più grande dell’esportazione del petrolio, mandiamo discepoli di Gesù Cristo” (ndr: cliccando su questi link si rimanda alla posizione esatta del video. In questo caso, mons. Ballin prosegue fino a commuoversi mentre racconta quanto grande sia la sua gioia allorché incontra in quelle terre un cristiano che riesce a testimoniare con la propria vita la bellezza della fede). Una posizione, quella del prelato, che (senza nascondere alcun problema e negare le necessarie azioni) spazza via ogni tentazione di contrapposizione e di polemica, -o di lamento -, per affermare un positivo possibile da subito e per giunta con chi è nemico.

È proprio la testimonianza dei cristiani sofferenti per la propria fede nel mondo a guidare, già da anno scorso,  la posizione da tenersi nei confronti dell’Islam  ma anche nei confronti delle sfide che si vanno aprendo su tutto il mondo. Ed è la posizione di chi vive, con una tenacia che ha dell’incredibile, la speranza della fede in maniera incrollabile.

Prima di giungere all’esplicitazione più diretta del tema del Meeting, facciamo un rapido passaggio sull’incontro, sempre del 19 agosto, che aveva a tema i rapporti di Guardini e Giussani con la modernità. Sono interessanti, infatti, alcuni chiarimenti  di argomenti che non possono essere ridotti a mito, come purtroppo, ascoltando alcuni dibattiti recenti, pare accadere. Ci riferiamo alla banalizzazione e idolatria di un’età stupenda come il Medio Evo – (vedi quanto afferma qui Borghesi) – che merita la considerazione e l’analisi articolata della storia e non di una vulgata di segno uguale ed opposto rispetto a quella illuministica.

L’incontro sul tema del Meeting, ricco di riferimenti personali e con una toccante conclusione, è con lo scrittore Luca Doninelli, tema chiarito però in maniera rapida ed estremamente efficace anche dalla docente russa Tat’jana Kasatkina, Direttore del Dipartimento di Teoria della Letteratura presso l’Accademia Russa delle Scienze, la quale, esplicando il tema del Meeting rispetto alla letteratura (l’incontro era La Vita Viva. Leggendo gli “Scritti dal Sottosuolo” di Dostoevskijha chiarito la dinamica dell’altro come essenziale per il respiro dell’io. In un successivo incontro informale, la Kasatkina ha offerto una sorta di fondazione teoretica di questa affermazione. Ha specificato che l’uomo, in quanto uomo, non vive del suo istinto ma della libertà. Tuttavia vivere nella libertà risulta difficile, scomodo, disagevole. Pertanto ecco affiorare la necessità di sostituire l’istinto con parametri di comportamento fissi, regole morali o modelli culturali che determinano sé e la società. In questo modo però si disperde nuovamente la libertà (ciò che vi è di più autenticamente umano), accomodata in consueti schemi, ripetuti meccanicamente. Ciò da cui ci si era liberati, la rigidità meccanica dell’istinto, torna in forma diversa. L’altro, dunque, con la sua forza dirompente, è l’opportunità del rifiorire della libertà. L’altro, con cui entro in scontro, mi obbliga al cambiamento, sempre scompagina le mie misure, ed è l’ occasione per recuperare la dimensione della libertà, della scelta, del mettersi in gioco. Ovvero la dimensione autentica dell’io. Una dimensione sempre drammatica e che Dostoevskij descrive persino come infernale. Durante l’incontro su Dostoevskij, la Kasatkina aveva magistralmente delineato la dialettica dell’io e dell’altro, a questo punto dell’incontro fino alla conclusione (5 minuti), punto complesso e tutto da meditare, che ci porta completamente all’interno della famosa frase evangelica “ama il tuo nemico”.

Non difficile dunque comprendere perché l’intervento di Antonio Spadaro, che ha descritto la geopolitica del papa, intesa come geopolitica della Misericordia, risulti centrale, e programmatica, in più di un passaggio. Spadaro, che ha candidamente confessato che “le cose che dico non le ho ancora capite” e il cui intervento merita molteplici analisi, ha parlato di superamento del Costantinismo, ovvero la grande utopia di costruire il Regno di Dio sulla terra, propria poi di tutto il Medio Evo, ma anche di tante forme di presenza dei cattolici nella società fino all’altro ieri (il suo riferimento è stato al “partito” dei cattolici). È questo il passaggio più delicato e che sicuramente farà più discutere, ma la precisazione di queste affermazioni e la riflessione che seguirà nei prossimi mesi saranno sicuramente decisivi per tutta la Chiesa e la società intera.

In questi passaggi, qui sommariamente delineati, si avverte la presenza del respiro della storia, di prospettive cioè che si vanno aprendo a dimensioni, universali, tali da abbracciare l’umanità intera. È la stessa vibrazione che, nell’incontro con don Giussani, ha generato quel cordone ombelicale che ci lega al mondo e che a sua volta ha fatto nascere il Meeting.

Dove porti questa dimensione di cambiamento epocale non lo sappiamo. Certamente sarebbe folle non accettare la sfida che abbiamo di fronte, in nome di una presunta fedeltà al movimento, individuata in certe forme e in certi temi, quando in questi 60 anni siamo stati capaci di una crescita e maturazione impressionante, attraversando fasi tra loro decisamente eterogenee.

Se è vero, come tutti ammettiamo e gli ultimi papi incessantemente hanno ripetuto,  che siamo non “in una epoca della crisi, ma all’interno della crisi di un’epoca”, non possiamo rimanere fermi, pena l’afonia, ovvero l’incapacità di parlare all’uomo di oggi, oppure pena il destino di costruire un piccolo residuo della storia, destinato a tradire la vocazione “cattolica” (universale) dell’incontro con Cristo.

Non son certo queste le “minoranze creative”, di cui si parlava qualche anno fa…

Occorre invece avere coraggio. Lo stesso che Giussani ebbe entrando nelle scuole, armato solo di Cristo e della ragione. Il coraggio che il papa riconosce al Meeting, proprio all’inizio del suo discorso di saluto.

Ed è proprio il papa, che CL convintamente segue, che indica l’unica realtà capace di “tenere” di fronte a questa situazione drammatica:  l’esperienza di Cristo, presente in una comunità umana prossima e visibile, e che si manifesta in una sorta di abbraccio, come ascoltiamo ripetere incessantemente sia dal papa che da CL.

Cristo: una presenza “altra” che rigenera la vita.

Ma questo non è ciò che sempre ci ha detto don Giussani?

L’eredità di don Giussani e il Meeting 2016

In questo Meeting 2016 c’è un punto chiaro che non deve essere confuso, in mezzo a letture superficiali o addirittura tendenziose. Letture che è destino vengano riproposte a Rimini a fine agosto, ogni anno, in gran copia, fin dalle prime edizioni. Polemiche che passano come un soffio, mentre quel che resta è l’evento che si riproduce in fiera ogni anno e che continua a determinare una prospettiva di novità unica nel panorama culturale italiano e internazionale. Qualsiasi polemica che non riconosca questo dato  originario (la natura sorprendente ed esuberante del Meeting) è destinata a rimanere superficiale ed epidermica.

Lo ha ben capito, comprendendo anche ciò che non si può capire dall’esterno e rispettando questo orizzonte non definibile, Dario Di Vico sul Corriere della Sera. Il “cambiamento di pelle” del movimento di CL e del Meeting nasconde in realtà una profonda continuità, che Di Vico, giustamente, dichiara non facile da definire e descrivere per un cronista, ma che egli stesso rispetta e legge come un percorso fedele alla Chiesa e al desiderio di Giussani di accettare le sfide del presente. Sorprende invece come non sia compresa da alcuni tra le vecchie generazioni di Cl, che si lasciano andare ad isteriche reazioni sul web, non degne del carattere realistico e virile che da sempre il movimento ha insegnato ai suoi aderenti.

Quella continuità, elemento di così difficile comprensione dall’esterno (ma anche l’elemento più interessante per tutti coloro che al Meeting vi abbiano fisicamente messo piede), è il cuore della questione.  Si tratta del Cristianesimo inteso come compagnia presente di Cristo all’uomo (nell’ora e nell’istante), che don Gius ha sempre richiamato (e che qui viene ripreso persino, ad esempio, nel quarto video della mostra sui 70 anni della Repubblica).

In realtà è come se tante persone aderenti al movimento dovessero ancora “vedere” il cuore del movimento stesso, essendosi fermati ad alcuni aspetti, a modelli e schemi, 25 anni fa rilevanti e validi, ma che oggi ovviamente non tengono più (e che anche allora risultavano troppo poco per don Gius, sempre pronto a rilanciare e richiamare oltre). Cambiati i tempi, cambiano le risposte. Unica risposta che non cambia è Cristo, ma questi non è una formula, una modalità, una determinazione culturale. È una presenza viva, ora e oggi. E questa presenza, nel movimento di CL, come nella Chiesa intera, è più che mai operante.

La necessità di chiarificare il senso di vecchie e nuove battaglie, e di capire dunque più a fondo la proposta di don Giussani – irriducibile ad una interpretazione (Carron non interpreta Giussani, ma lo segue, potremmo dire, sine glossa) –, è emersa con forza durante l’incontro Romano Guardini e Luigi Giussani in dialogo con la modernità, che ho commentato sinteticamente per il Quotidiano Meeting di sabato a pag 11 (commento che qui potete leggere).

Gli interventi hanno messo in luce come Guardini e Giussani abbiano intuito, forti della consapevolezza che Cristo – logos della realtà, centro del cosmo e della storia – è una presenza personale, viva, incarnata nell’unità dei credenti e non in discorsi o interpretazioni etico-dottrinarie, la pertinenza della sfida della modernità per un incremento della fede (e dunque dell’umano). Di fronte all’indifferenza della cultura o delle persone del proprio tempo, entrambi hanno proposto Cristo stesso, denudato da tutti gli orpelli inessenziali, liberi da ogni forma precostituita, forti solo dell’esperienza di Lui. Nel caso di Giussani ne è nato un movimento capace di attraversare per intero la storia e che oggi ritrova ancora una volta se stesso, liberandosi da vecchie battaglie per intraprenderne nuove.

A riprova di questa “complessità e semplicità” di comprensione su cosa sia il movimento (e il cristianesimo), possiamo prendere un passaggio dell’articolo del Corriere della Sera che implica il tema stesso del Meeting 2016.  Il giornalista vede in questa edizione una sostituzione  della presenza dell’ “io”, in favore di quella del “tu” e ciò viene letto ovviamente come una novità di Carron.  Ma il cuore di quanto detto da don Giussani da sempre (fulcro della sua lezione sull’uomo) è proprio che la consistenza dell’io è in un Tu. Dunque la sottolineatura di quel Tu, che prende forma nella realtà, ed oggi secondo connotati così “altri” (profughi, Islam, pensiero laico, politica del compromesso, ecc.), è la più grande novità, ma anche la più grande continuità, di questo Meeting che, come abbiamo già scritto,  ritrova pienamente se stesso (meeting per l’amicizia fra i popoli).meeting 2016 you'llnever walk alone

Esito di questo cammino è il ritrovarsi mai soli, ma il moltiplicarsi di incontri significativi con tutti (altra costante del Meeting). Al contrario una fossilizzazione di temi e consuetudini porta all’arroccamento su di una cittadella destinata a morire del suo stesso respiro.

L’esperienza del Meeting, come quella di don Giussani fin dai primi tempi al Berchet, è al contrario quella di scoprire di non camminare mai soli, ma di possedere un cordone ombelicale che ci lega al mondo intero.

In attesa del Meeting 2016

In questa situazione di confusione nazionale e internazionale, il Meeting di Rimini ancora una volta propone una miriade di incontri in cui si testimoniano pezzetti di realtà e di cultura che attestano che vivere, e non solo sopravvivere, è possibile.

Da quando è nato le polemiche non sono mai mancate e sono giunte da una miriade di fronti, interni ed esterni. Chi ama vivere sui media rimane fermo a questi dibattiti, generalmente  di basso respiro. Ma da quando è nato, chi vi ha partecipato ha visto altro. Appunto, ha visto che vivere è possibile.

In particolare in questa edizione il Meeting esplicita anche nel titolo, Tu sei un bene per me, la sua dimensione originaria (ricordiamo che la denominazione dell’iniziativa riminese è Meeting per l’amicizia fra i popoli). Il programma, come al solito è densissimo e spazia sui vari ambiti dell’esistenza umana (dall’economia alla cultura, alle scienze, all’arte, fino  giungere alla solidarietà, alla politica, all’ integrazione, ecc.).

Credo che per capire la novità che si rinnova ogni anno al Meeting, e che ancora una volta ci aspettiamo da dopodomani, sia assai utile leggere qui o visionare qui sotto l’intervista che Monica Mondo  ha fatto per TV2000 a Giorgio Vittadini, in cui legge il Meeting 2016 a partire dalla sua esperienza personale, in particolare il suo rapporto con don Giussani.

Altrettanto interessante è l’ intervista sul Corriere della Sera, più incentrata sul tema.

Ma senza quei tratti unici e personali, che qui potete percepire, non si capirebbe il Meeting. Tratti personali che tutti coloro che al Meeting stanno lavorando o lo seguiranno con coinvolgimento personale possono riconoscere, tratti personali che posso rigenerarsi in chiunque, tra pochi giorni, frequenterà i padiglioni della fiera.

Tratti unici e personali, che non implicano necessarie “conversioni”. Al Meeting partecipano ebrei, islamici e cristiani, insieme a laici agnostici e anche atei.

Tratti unici e personali significa che il proprio io rivive, consapevole di una strada comune. Magari identica, magari diversa (Non è forse vero che La libertà è il bene più grande che i cieli abbiano donato agli uomini ? vedi Meeting 2005), ma misteriosamente comune.

Buon Meeting 2016!

 

 

L’assalto finale ad Aleppo

Ringrazio Alessandro Caprio per questa segnalazione che merita di per sé un post. Padre Ibrahim ha testimoniato a Radio Vaticana la drammatica situazione che sta vivendo Aleppo, dove la guerra è in una fase delicatissima.

Padre Ibrahim era a Rimini un paio di mesi fa, chiamato dal Portico del Vasaio, ed aveva testimoniato l’enorme lavoro condotto da lui e dai francescani in una situazione disperata (qui la sua testimonianza in video).

In questa intervista telefonica di ieri (9 agosto) a Radio Vaticana ci comunica la drammaticità di queste ore e tutta la precarietà (eppure dentro questa ancora una volta l’instancabile e fiduciosa volontà di lavoro e di vicinanza alla popolazione) della loro condizione.

La presenza cristiana ad Aleppo è un punto flebile ma deciso di speranza, grazie a uomini come lui.