La terza guerra (civile) mondiale

In questa strana estate, che si macchia di sangue in maniera crescente, occorre forse riarticolare la profetica espressione di papa Francesco sul tempo odierno, già pronunciata nel 2014 e poi ripetuta più volte. Disse che siamo in guerra, una “guerra mondiale combattuta a pezzi”. Ora ce ne stiamo accorgendo tutti. Ma oggi scopriamo anche che questa guerra non è combattuta solo da organizzazioni terroristiche o di impronta totalitaria, quale l’ISIS (un totalitarismo che prende le forme dell’ islamismo radicale, ma che possiede assonanze impressionanti con quello marxista e nazista insieme), bensì dal vicino di casa, dall’immigrato dei sobborghi delle grandi città, oppure dai giovani bene che per un motivo o per l’altro si trovano in totale scontro con la nostra civiltà. Il collante dell’islamismo è ben presente, ma pesca da origini complesse e che ultimamente portano a un vuoto abissale, da cui l’uomo ha cercato sempre, maldestramente, di difendersi.

È la guerra del vicino di casa, di volo in aereo, di quartiere.

Ecco perché  forse dovremmo chiamarla, guerra civile mondiale. Non per toglierle il suo significato geopolitico, ma semmai per indicare il carattere interno all’Occidente di questo conflitto assurdo, così come sono state d’altro canto definite anche le due guerre mondiali (vedi il saggio E. Nolte La guerra civile europea. 1917-1945 –  Nazionalsocialismo e bolscevismo).

Vi è anche un altro motivo per cui sembra opportuno utilizzare questa denominazione.

Il secondo motivo è adombrato nelle parole di ieri del papa in prossimità della GMG che si tiene oggi e nel prossimo fine settimana con milioni di ragazzi a Cracovia. Così si è espresso: “Circa quello che chiedeva padre Lombardi, si parla tanto di sicurezza, ma la vera parola è guerra. Il mondo è in guerra a pezzi: c’è stata la guerra del 1914 con i suoi metodi, poi la guerra del ’39-’45, l’altra grande guerra nel mondo, e adesso c’è questa. Non è tanto organica forse, organizzata sì non organica, dico, ma è guerra. Questo santo sacerdote è morto proprio nel momento in cui offriva la preghiera per la chiesa (il giornale La Notizia scrive “per la pace”, ma le due preghiere coincidono – ndr), ma quanti, quanti cristiani, quanti di questi innocenti, quanti bambini vengono uccisi. Pensiamo alla Nigeria – ha esortato – ‘ma quella è l’Africa’. No, è guerra, non abbiamo paura di dire questa verità: il mondo è in guerra perché ha perso la pace.” (cit. da Ansa)

Lo stesso aveva detto padre Ibrhaim a Rimini (vedi il filmato della conferenza assolutamente attuale)  denunciando anche, con candore francescano ma senza mezzi termini, le responsabilità degli USA e dell’Europa, fino ad esprimersi “le vostre tasse, una parte di questi soldi finisce nella mani dell’ISIS”. (Padre Ibrahim poi, al minuto 6 e 30 circa, nega la denominazione di guerra civile, ma per allargarne l’orizzonte a più Stati, intendendo che ciò che succede ad Aleppo non è solo guerra civile interna ma guerra tra più potenze. Noi qui confermiamo l’orizzonte mondiale, ma intendiamo dire che è “guerra civile” per la sua capillarità e quotidianità. Dunque è una guerra mondiale, ma civile, ovvero fatta anche da semplici cittadini, spesso sbandati o problematici, cellule indipendenti e autonome che rendono capillare e ancor più devastante l’impatto psicologico sull’Occidente).

Insomma: il pericolo viene dal vicino di casa e dall’ipocrisia dei potenti, che utilizzano un forma ideologica di Islam che, come andiamo da tempo ripetendo, nel suo insieme deve crescere, approfondirsi e chiarirsi.

Non è questa dunque una guerra civile, che prende forme polivalenti e che si maschera dietro a motivazioni religiose? (vedi sempre papa Francesco ieri)

Di fronte a questa situazione, del tutto nuova e di cui realisticamente siamo chiamati a prendere atto, ci sono due atteggiamenti del tutto errati, seppure contrapposti. 

All’indomani del terribile attentato ad Orlando dell’ 11-12 giugno, all’interno di un noto locale gay, i richiami de Il Foglio ad identificare l’evento quale una espressione di terrorismo islamico, a fronte del tentativo invece di deviare l’attenzione sul problema dell’abuso delle armi nel paese oppure verso il problema dell’omofobia, erano giusti (perché si sono udite parole, anche nel discorso di Obama, del tutto fuorvianti) ma insufficienti, come poi ha dimostrato lo svelarsi dell’identità dell’attentatore, decisamente complessa e tutta da decifrare (omosessuale egli stesso e così riconosciuto da compagni di gioventù, poco religioso, frequentatore del locale fino a poco prima e di recente avvicinatosi ad un Imam radicale). All’ analisi del Foglio che definisce i fronti come nettamente contrapposti e dunque facilmente individuabili in due schieramenti che devono necessariamente fronteggiarsi in forme lineari, manca qualcosa che invece pare essenziale.

Allo stesso modo la reazione opposta, ben più grave perché decisamente tendenziosa ed espressione di uno degli elementi del male che ci attanaglia, de Il Fatto quotidiano, dimostra un’altra via del tutto errata. Il Fatto ha pubblicato il 13 giugno (stessa data dell’articolo de Il Foglio) un video di un’omelia di una sacerdote italiano, titolando «“Gli omosessuali meritano la morte”. L’omelia del parroco contro le unioni civili».  Errata la pubblicazione, perché pubblicarla il giorno dopo gli eventi di Orlando (l’omelia era del 28 maggio, due settimane prima) non è certo una scelta neutra o per dovere di cronaca ma vuol far sorgere nel lettore questo giudizio: “vedete, i cristiani sono come gli islamici, fomentatori di violenza; il problema è eliminare ogni religione fonte di ogni regresso”.

Ma la questione si intreccia ancora di più in un intrigo di torti e ragioni, dove chi ha realmente torto (l’ideologia del nulla) trova ragioni per sostenersi in improbabili battaglie di civiltà (a proposito, questo fine settimana ci sarà il Gay Pride a Rimini. Tanto per gradire) in cui il nulla delle forme leggere leggere, prende in carico su di sé diritti e rispetto della persona, in una mescolanza di elementi in cui l’eterogenesi dei fini (e della nostra fine) la fa da padrona.

Infatti, occorre aver il coraggio (tutto cristiano) di dire che errati sono anche i toni dell’omelia che hanno permesso di titolare al Fatto in quel modo.

Un’operazione di menzogna, quella del Fatto Quotidiano, è indubbio.

Sia  perché invece è intrinseco al cristianesimo la costruzione della pace, come in questo secolo XX e XXI sta emergendo sempre più chiaramente – in particolare grazie agli ultimi pontefici da Giovanni Paolo II in poi-, portando nuova giovinezza al fatto (avvenimento) cristiano (questo sì, veramente quotidiano e reale).

Sia perché quanto ha pubblicato il Fatto Quotidiano, nasce da un’assolutizzazione ed estrapolazione di una frase, a sua volta de-contestualizzata dal parroco e utilizzata da lui stesso in maniera piuttosto goffa e impropria.

Proviamo ad analizzare. Il Fatto titola virgolettando “gli omosessuali meritano la morte”, attribuendola al parroco (o a San Paolo, comunque al cristianesimo). Il parroco cita San Paolo che nella lettera ai Romani cap 1,26-ss.  afferma “E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose -si parla di ogni deviazione sessuale, ndr – meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa”.  Il Fatto gioca sporco, correlando la vicenda Orlando (data di pubblicazione), alle vicende Unioni di fatto e legge del governo Renzi, complice la verve del parroco, ed entrambi bypassano  la necessità di contestualizzare e comprendere il significato di quel passo (ad esempio di quale morte si parla? Mai sentito parlare di “morte dell’anima” che riguarda ogni peccato? E che c’entra la morte di omosessuali per terrorismo con la morte dello spirito ovvero la dannazione eterna?).

Insomma il parroco ha ingenuamente steso un tappeto di velluto ai fomentatori del nulla, coloro che sta combattendo anche lui. E un video di tal genere è oggettivamente un’ottima arma per chi porta avanti alcune tesi (fede=violenza=terrorismo fondamentalista=omofobia=cattolicesimo, ecc. ecc.).

Ma questo passaggio deve far riflettere su quanto è in gioco oggi.

Da una parte vi sono  i fautori del nichilismo che stracciano i principi secolari che hanno costruito questa nostra benedetta società, ancora riconosciuta come appetibile, e che di qui (dal cristianesimo e dal suo senso profondo della persona – che appunto è spirito e non solo istinto, vedi San Paolo-) è nata. Un nichilismo che si trova assai più vicino agli attentatori di quanto non appaia.

Dall’altra vi sono i cristiani che devono fare un passo, che sono chiamati ad essere più coraggiosi e consapevoli di ciò che portano. È quanto sollecita, con incredibile lucidità, papa Francesco.

Il coraggio dei cristiani oggi, infatti, non consta nell’alzare battaglie improbabili, pena l’essere simili al don Chisciotte di Cervantes, che si ritrova a combattere contro i mulini a vento. Il coraggio vero oggi, e che chiederà a qualcuno o a tanti il martirio,  è il coraggio della personalizzazione della fede (Carron). È il coraggio di quanto ha comunicato padre Ibrahim, testimoniando ciò che sta facendo ad Aleppo. In mezzo alla guerra e all’Isis, attorniato da fedeli che andando a Messa rischiano la morte (letteralmente, e l’omicidio del sacerdote durante la Messa è un presagio fosco per l’Europa), padre Ibrahim costruisce. Semplicemente costruisce tutto quanto è umano e cristiano. Perché i due termini, lo si voglia ammettere oppure no, coincidono. Giovanni Paolo II nel 1983 in Università Cattolica a Milano disseTutto ciò che contrasta con quanto vi è di autenticamente umano, contrasta parimenti col cristianesimo. E, viceversa, un modo distorto di intendere e di realizzare i valori cristiani ostacola altrettanto lo sviluppo dei valori umani in tutta la loro pienezza. Nulla di genuinamente umano è chiuso al cristianesimo; nulla di autenticamente cristiano è lesivo dell’umano. Nel messaggio cristiano trova arricchimento, sviluppo, pieno chiarimento la genuina sapienza umana.

Espressione (nulla di ciò che umano è contro Cristo, nulla di ciò che è autenticamente cristiano è contro l’uomo) che ascoltai, da studente, accovacciato nei chiostri della Cattolica  e che, oltre a divenire un ricordo indelebile,  è divenuto programma di studio, di lavoro e di vita.

In sostanza oggi è urgente la risposta alla domanda: cosa è il cristianesimo?  Cosa ha di buono e vero dopo duemila anni?  Credo non sia facile desumerlo dalle parole di quella omelia. Certamente vanno evitati i duplici errori, di cui sopra.

E così mentre le strategie “belliche” dell’occidente sono macchiate da terrificanti ipocrisie (si veda l’intervista sul Sussidiario a Gian Micalessin) che generano morte, la speranza viene dal virgulto di una fede che procede ed è viva nella storia, come Giuseppe Frangi interpreta  la GMG attualmente in corso.

Interessante poi vedere come l’intuizione della GMG sia già presente in quel discorso di Giovanni Paolo II a Milano, quando uscendo salutò gli studenti.

“Miei carissimi studenti, vi ringrazio per la vostra presenza, per la vostra solidarietà, una parola diventata direi internazionale, o almeno italiana (allora in tanti lì presenti avevamo foulard e spillette con la scritta Solidarnosc, come vicinanza agli operai polacchi che lottavano contro il regime comunista). La incontro nei diversi posti della vostra e nostra patria, l’Italia. Allora vi ringrazio per questa solidarietà, e poiché siamo già verso la fine del mese di maggio, vi auguro anche i successi possibili nelle prove che vi attendono, i cosiddetti esami. E vi lascio per il momento con la speranza di incontrarvi di nuovo, non so dove. Ma gli studenti, i giovani, si incontrano dappertutto. Dappertutto sono le università, dappertutto sono gli studenti, dappertutto sono i giovani e dappertutto è la speranza dell’avvenire” (qui il discorso integrale al corpo docente)

Di qui si riparte, per la costruzione della civiltà del nuovo Millennio. Non da polemiche vuote (esse stesse figlie del nichilismo), funzionali solo al “nemico”. Ma dalla speranza che risiede nella risposta al cuore dei giovani e dell’uomo, pieno di quel desiderio di infinito che ti porta ad uscire da te (dalle tue piccole o grandi idee) e a riconoscere che l’altro è un bene. Oggi, in un momento dove ci vogliono far credere che  l’altro – anche il passeggero al tuo fianco o il passante in strada – sia un nemico, c’è bisogno urgente di questo riconoscimento.

 

Avevo intervistato un santo

È arrivata subito, ed ha riempito i mass media, la notizia della morte di Vittorio Tadei, una delle ultime figure, ancora viventi, di grande imprenditore della cultura cattolica. Uno di quelli che hanno costruito l’Italia negli anni ’50, per capirci. Un uomo di tempra, capace di concretezza e di umanità, di spirito pratico e di grande fede. Se l’Italia crebbe oltre ogni aspettativa e smise di essere un’ “Italietta”, almeno parzialmente,  in buona parte lo dobbiamo a persone di questa stoffa. Una testimonianza, quella di Vittorio, che ancora oggi lascia sentire la sua voce. La Teddy, da lui fondata, continua ad essere un faro nel mondo dell’economia locale e internazionale. E il metodo, raccontano le figlie, è sempre quello segnato da Vittorio.

Nel 2011 ebbi l’opportunità di intervistarlo. Allora dirigevo Oltre, periodico della Karis Foundation, che uscì per qualche anno. Tra le notevoli interviste che abbiamo avuto occasione di fare (Stefano Zamagni, Wael Farouq, Waters…) , quella di Vittorio è una delle più impressionanti. Titolai il pezzo Oltre Steve Jobs, poiché mi parve chiaro che Vittorio possedeva una lungimiranza che faceva pensare ad un visionario, come lo era Jobs, ma, allo stesso tempo, l’umanità e il senso delle cose che da lui promanava erano decisamente un passo oltre.  Scrissi allora, introducendo il pezzo, Non facile intervistare Vittorio. Lui ama i fatti e non le parole. Tuttavia le parole che escono dalla sua bocca hanno un peso specifico enorme. Semplici e dirette, nascondono anni di esperienza, di tormento e di creatività, di semplicità e di fede. Uscito dall’intervista ho una percezione netta e chiara, che riempie l’animo di positività e che però non posso qui esternare. Posso solo definirla così: ho conosciuto un po’ meglio una persona che non si può non incontrare”.

Allora non mi sembrava delicato (vista la riservatezza di Vittorio) esprimere  quel pensiero che condivisi subito con l’ex alunno Karis che lavorava (e lavora) da lui e che aveva insieme a me condotto l’intervista, Andrea Arcangeli. Uscito guardai Andrea  e gli dissi, “Ho intervistato un santo!”. Credo che ora lo si possa dire, senza dare a questa espressione una connotazione spiritualistica, e neppure di stampo “ecclesiastico”, quasi da santo del calendario. Non ho nessuna competenza in tal senso. Ma se il santo nella chiesa è colui che si affida totalmente a Dio, al Mistero presente e prossimo nella storia dell’uomo, ebbene Vittorio trasudava questo abbandono. Un abbandono che fa venire in mente l’artista Bill Congdon, recentemente riscoperto a Rimini da tanti, grazie ad una iniziativa del Portico del Vasaio.  Anziano, a pochi giorni dalla sua morte, fu intervistato da Red Ronnie e parlò in termini impressionanti dell’ abbandono in cui consiste tutta la vita. In un bell’articolo di Laura Staccoli, si percepisce che la radice della grandezza di queste due vite, sta nella ricerca di ciò che realmente  riempie la vita e nella scoperta che questa ricerca consiste in un abbandono nelle braccia di un Altro che attende. (E nel lettore forse sovverrà qualche richiamo all’anno della Misericordia, ma tutto è uno, la vita è una e nella vita di un grande uomo sta la storia intera, anche nei suoi passi più recenti).

Vi propongo qui di seguito, pressoché integralmente, quell’intervista a Vittorio. Era l’occasione del 50° della Teddy (bellissimo il suo discorso tenuto alla convention dell’azienda e che potete leggere qui, mentre seguendo questo altro link potete vedere il video girato in quell’occasione e che nella parte finale riprende proprio Vittorio mentre parla).

Da sinistra: Vittorio Tadei, Giovanni Gemmani e don Giancarlo Ugolini
Da sinistra: Vittorio Tadei, Giovanni Gemmani e don Giancarlo Ugolini in occasione dell’inaugurazione della sede presso la Comasca della Karis Foundation.

Occorre chiarire anche il filo diretto che lega Vittorio, sempre attento all’educazione dei giovani, con le scuole della Karis.

Insieme a Giuseppe Gemmani (figura che per tanti aspetti presenta similitudini con Vittorio) acquistarono la colonia Comasca e la trasformarono in un edificio adatto per le scuole Karis, accollandosi tutti i costi. Di questi gesti di assoluta gratuità ed utilità sociale e culturale, Vittorio ne ha compiuti a centinaia. Erano la sua quotidianità.

 

 

 

 

Da Oltre n. 2 del marzo 2012

Vittorio, qual è il segreto della Teddy?

Sono le persone a fare la differenza. Sempre. Noi scommettiamo sulle persone. Gli uomini sono tutti uguali, perché immagine di Dio, ma io sono sempre stato affascinato per i tipi appassionati, appassionati alla vita.

Sono 50 anni di Teddy. Siamo in una crisi terribile eppure siete in crescita. Dove è il segreto?

Bisogna sempre cambiare. Noi abbiamo già iniziato un cambiamento importante. Per far questo occorre che chi lavora in azienda sia partecipe dello spirito che qui si vive, che ne sia consapevole così da poter dare il suo contributo unico e irripetibile. Ognuno può e deve essere imprenditore di se stesso. Se è così allora sarà capace di distaccarsi dalle forme vecchie per crearne di nuove, sarà in grado di affrontare i problemi che sempre, di volta in volta, si parano innanzi.

Ma come si fa a diventare imprenditori di se stessi?

Occorre lavorare con un desiderio grande. Lavorare per lo stipendio non basta. É necessario ma non basta. Non basta all’azienda, che ha bisogno di uomini e non di dipendenti, ma non può bastare neppure personalmente. Non rende felici. Questo desiderio di vivere un sogno grande è parte del segreto della Teddy.

(Qui interviene il nostro ex alunno, Andrea Arcangeli)

“Vittorio ti cambia. Quando entri qui scommette tutto su di te e sei responsabilizzato. Ti cambia e ti aiuta a giocarti con tutto te stesso nel lavoro che fai. È accaduto a tanti qui dentro”.

Ma il punto vero è – riprende con energia Vittorio Tadei – che noi abbiamo un Socio di maggioranza tale che la nostra storia non puó andare male. Finché saremo legati a Lui sono certo che andremo avanti per altri 50 anni, anzi 500.

Socio di maggioranza?

È Gesù. Io sono fiducioso, perchè vedo che chi ha preso in mano oggi l’azienda ha fede come e più di me. Allora sono tranquillo. Non verrà a meno il Socio di maggioranza.

E qui tocchiamo il fulcro della questione. Capiamo meglio il “sogno” della Teddy, il pensare in grande, ecc. A dispetto di chi ritiene che fede e affari siano due entità incompatibili, Tadei non intende il riferimento alla fede in chiave spiritualistica o moralistica e chiarisce…

La nostra azienda è portata da un Altro. La mia vita intera è sempre stata portata da un Altro. Io non ho fatto altro che seguire quello che mi veniva chiesto. È Lui che mi ha fatto capire le cose essenziali della vita, tra cui quella principale ovvero la cosa che ti fa contento. Non ti fa contento il denaro o il successo. Io ho capito sempre più che puoi essere contento solo in relazione col Padre eterno. Tutto il resto passa e lascia l’amaro in bocca. Abbiamo bisogno dell’eterno. Questo ci vuole per fare una buona azienda.

Ci ha parlato di relazione con il Padre eterno e di essere portati da Lui. Ma come riconoscerlo? Come riconoscere quello che è chiesto?

Dai fatti. Le parole non servono, bisogna lasciar parlare i fatti.

Ovvero?

Le vicende che accadono nella vita ti chiedono sempre qualcosa. Uno che ha bisogno, l’altro a cui devi dare fiducia, l’incontro con culture differenti… Quel che ti succede, ti parla e chiede una risposta… come la vita di mio figlio Gigi, che mi ha insegnato che occorre sempre rispondere ad un bisogno. (il figlio di Vittorio, Gigi, è morto precocemente e tragicamente ndr).

Perché Gigi è stato così importante?

Gigi è fondamentale per la Teddy, perché ci obbliga a porci la domanda “a cosa serve tutto?” Inoltre ho capito, grazie a lui, quella che è la vera utilità delle persone, che non coincide con quello a cui servono. Gigi, che ci aiuta ancora da lassù, ha portato la dimensione della gratuità in azienda. Io ho imparato tutto da lui e ringrazio don Claudio per come lo ha accompagnato.

E questo é il metodo che ha applicato in azienda?

Nell’azienda e nella vita. Qui abbiamo tanti che vengono da fuori, da situazioni difficili e che ora sono colonne portanti. Nella vita io ho ascoltato i fatti. In realtà io non sono affatto adeguato rispetto a quel che vedo essere accaduto. E sono grato perchè malgrado non sia in grado di farlo, sono stato scelto. Io non ho scelto nulla ma sono stato scelto.

di Certo nella vita sono accaduti a me alcuni passaggi più significativi di altri. In particolare ricordo due frasi. La prima l’ho letta quando avevo 13 anni, nella mia casa bombardata di via Abruzzo. Era il 1948 e camminando tra le macerie, ho trovato un libro aperto dove ho letto queste parole: “L’uomo è amministratore dei beni che dispone e non padrone”. Questa frase per me è liberante. La seconda frase che mi ha guidato in questi 50 anni di storia l’ho letta sul muro di un convento vicino a Pistoia. Ce l’ho ancora stampata negli occhi: “A cosa ti serve conquistare il mondo intero se poi perdi te stesso?” Non capivo quelle frasi. Non avevo nulla, non guadagnavo nulla. Ma ne avvertii il fascino. Compresi che nella vita il problema è solo uno: quello di essere felice, di trovare ció che ti fa felice.

Sembra impossibile che quanto lei ci racconta possa però accadere in un’azienda, possa tenere in piedi un’azienda da quasi 400 milioni di euro di fatturato…

Invece è così. Le faccio questo esempio. Nel 1988 ho preparato la successione alla guida dell’azienda. Io non volevo si creassero frizioni e conflittualità. Doveva guidarla chi era capace di farlo, qualsiasi cognome avesse (Tadei o non Tadei). C’erano due o tre che erano in grado. E io avevo in mente chi, ma non volevo si accendessero difficoltà, che qualcuno ci restasse male. Senza che io lo dicessi, quello che avevo in mente è stato indicato da più di un top manager dell’azienda. In particolare due di loro avrebbero potuto ambire alla guida, ma indicarono lui, Alessandro. Furono capaci di quella volontà di guardare i fatti e la realtà di cui le dicevo prima, perchè effettivamente Alessandro ha una marcia in più. E lui peraltro vive una fede vera. La Teddy va avanti per la fede. Occorre ricordarselo sempre.

Siamo su un giornale di una scuola. Cosa vorrebbe dire ai giovani?

Che cerchino ciò che li fa veramente contenti. Devono sempre inseguire questo ideale. Niente di meno puó essere adeguato loro. E la felicità è data dal seguire Lui. Sempre.

Uscendo, Andrea mi mostra alcuni pannelli in cui sono riassunte le opere di educazione e di assistenza sostenute o direttamente create dalla Teddy. È una sequela impressionante di luoghi e volti, alcuni legati a don Oreste Benzi, altri a Comunione e Liberazione. Nel silenzio, senza alcuna ostentazione, la Teddy opera nella società secondo principi che allargano il cuore e gli orizzonti. E tutto ciò, grazie ad un uomo che ha accettato Chi l’ha scelto. Il tutto dentro una semplicità disarmante, capace davvero di vincere la crisi, su cui Vittorio ci dice “ce ne sono state tante. La crisi significa solo che dobbiamo fare meglio e di più. D’altra parte con un Socio di maggioranza così, chi ci può fermare?”.

 

Misericordia e perdono nella storia prendono carne: il contributo di Testori

Proseguendo la riflessione sulla centralità della Misericordia per rispondere al dramma affettivo, esistenziale ed intellettuale del nostro tempo (giacché non si tratta di questione pietistica ma primariamente di ragione, intesa come natura dell’uomo), mi imbatto di nuovo nella figura del grande Giovanni Testori.

Già in un mio precedente articolo, primo di questa serie (primo articolo –  secondo articolo), avevo riportato passi di Testori in cui egli stesso racconta la sua conversione in maniera estremamente pertinente al tempo attuale ed alla riflessione intrapresa.

Propongo qui questi due video appaiati.

Il primo è l’omelia di don Giussani alla sua morte (1993). La registrazione – purtroppo parziale ma probabilmente quasi integrale – parte con questa parola, perdono, quale chiave per comprendere la vita di Testori (“eri dominato da questa parola, perdono”). Le parole del Gius sembrano completamente immerse nell’attuale percorso della Chiesa e contemporanee all’uomo di oggi.

 

Il secondo è un servizio su di lui, in cui compare egli stesso mentre recita In Exitu. Realismo, bisogno, grido lancinante e urlo viscerale al destino, ma anche presenza di Uno che risponde: Cristo, il perdono realizzato e presente.

Credo che i due video si illuminino reciprocamente in maniera chiara e intensa.

 

Un solo respiro, quello della Misericordia: la carta d’identità di Dio (R. Brague), le viscere di Dio (Carron)

Prendo spunto dall’ascolto della video-intervista a Elisa Grimi, che Radio radicale ha realizzato ieri, domenica, dal salone del libro di Torino per tornare su di uno dei temi per me più intriganti  del momento storico che stiamo vivendo. Si parla del testo scritto da Remi Brague, con cui la stessa Grimi ha collaborato per la stesura, dal titolo  Contro il cristianismo e l’umanesimo. Il perdono dell’Occidente, ed. Cantagalli.

La riproponiamo qui, a fondo pagina, perché tocca tematiche (appena sfiorate invero in 30 minuti di trasmissione) che sono al cuore della storia, storia dell’umanità e storia di ognuno. Un “cuore” che diventa vicenda decisiva e che, sempre più chiaramente, emerge come in mano alla decisione responsabile e personale di ognuno. L’Europa, l’umanità, la chiesa, ma più in generale un bene per l’uomo, non nasceranno infatti da sistemi e da scelte politiche, ma dall’intrapresa di uomini nuovi, come comprendono in tanti ma a cui credono in pochi. Tra i pochi in cui realmente vi credono, vi è certamente il medico Alberto Reggiori, da me intervistato pochi giorni fa (davvero un piacevole incontro), che sabato sera, durante la stupenda serata musicale del Novelli dedicata ad AVSI, ha individuato il cuore dell’intera attività di AVSI, in questo: “puntiamo sulle persone che incontriamo, perché siano esse stesse protagoniste di una rinascita delle loro terre”.

È quanto richiamato continuamente dentro l’esperienza di chi segue don Carron, nei suoi ultimi anni di conduzione del movimento ecclesiale di CL (personalizzazione della fede). Come ai tempi di don Gius, semplicemente seguendo gesti di una comunità (alcuni proprio semplici, altri decisamente imponenti), ci si ritrova dentro il cuore della storia.

Avevo già scritto intorno alla univocità, nei differenti timbri espressivi, di personalità come Wojtyla, Ratzinger, Bergoglio ed anche tra quelle di Giussani e Carron. Agli esercizi è stata seguita proprio l’intervista a Benedetto XVI da cui traevo le mie riflessioni, in buona parte coincidenti con quanto poi delineato a Rimini, in particolare quando la misericordia è stata identificata con le “viscere stesse di Dio”.

Ma don Carron ha spinto ancor oltre, e genialmente, il discorso, mettendo in luce come don Giussani abbia raccolto la sfida contemporanea sul male, ovvero quel richiedere a Dio di giustificarsi per il male nel mondo dopo le tragedie del Novecento (alla radice dell’indifferentismo religioso), prendendola così sul serio da farla diventare metodo, accettando in questo modo pienamente la sfida che la realtà gli poneva innanzi. In lui è diventata la necessaria, e non opzionale, verifica nell’esperienza della fede («Una fede che non potesse essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarebbe […] una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, […] dice l’opposto» – Il Rischio educativo-). Don Giussani ha contribuito in questo modo, in maniera originale (ed esistenzialmente decisiva per migliaia di giovani), al percorso fatto dalla Chiesa negli ultimi 40 anni, percorso tutto volto a rendere oggi, – in un mondo che è come è, senza pretesa né timore di evitarne la sfida – vivo ed esperibile il cuore del Cristianesimo, ovvero la Misericordia del Dio che si piega sull’umanità per sollevarla dall’atroce vuoto che si apre di fronte la domanda filosofica – ed esistenziale – cruciale. Quella che un mio alunno esprimeva un paio di settimane fa con forza a me e a un gruppetto di suoi coetanei, intenti a discutere – davanti a qualche pizza e piatto di sushi – di filosofia: “Ma stiamo ragionando di cose inessenziali. Io voglio sapere qual è la ragione per vivere. Ma voi perché vivete?”.

Il Cristianesimo intende essere semplicemente  la risposta, appassionata e commossa, dimessa e discreta, trepidante direi, di Dio stesso a questa domanda.  Non ha altro senso di esistere (non per costruire nuove Civitas, né per difendere diritti… il che è piuttosto imponderabile conseguenza)  se non nel porsi quale risposta a questa domanda.

Elisa Grimi, nell’intervista mette in luce qui lo scacco dell’ateismo (tesi portata avanti proprio da Remi Brague), citando Sartre. Un uomo che si stupisca di quale meraviglia sia uomo, è pur sempre un uomo. Dunque nulla da stupirsi che egli si celebri in siffatto modo. Obiezione che si ritrova tale e quale in Verità e Menzogna di Nietzsche, che descrive l’uomo come un essere patetico nell’universo, in quanto, destinato a scomparire dopo pochi attimi, si considera pur tuttavia al centro del cosmo. Ebbene, dice la Grimi seguendo Brague, questa posizione non può spiegare in alcun modo perché la vita sia un bene. Oggi non si può procedere, finita l’inerzia di una civitas oramai alle spalle,  senza rispondere a questa domanda, che poi è proprio quella che il mio alunno, acutamente, riproponeva, inconsapevole forse del fatto che aleggia dentro il dibattito filosofico oggi più serio e “di frontiera” (ovvero quello ben lontano dai festival filosofici a la page).

Se l’ateismo è stato tragicamente sconfitto, il cristianesimo non può evitare di confrontarsi con la stessa domanda, individuando nell’oggi, e non in una dottrina del passato, la risposta.

Siamo tutti dentro questa battaglia, appassionante e di portata epocale. Rifiutarla, per fermarsi a qualcosa di meno – sia un proprio particolare valore da sostenere, o un proprio personale punto di vista legato al passato, o altro ancora, sarebbe perdersi il meglio del nostro tormentato tempo.

 

P.S.:  questo articolo è un inno alla domanda – aperta e straziante, priva di risposte che non passino dalla propria unica e irripetibile esperienza personale, e dunque mai schematiche, mai ideologiche, né predefinite- dei miei studenti a cui va la mia più forte e viva gratitudine per averla posta e continuare a porla in ogni istante, pur in forme talora conturbanti!

 

Un cordone ombelicale che porta dentro al cuore del mondo

Un concerto per crescere nella bellezza. Crescere tutti. Sia chi è protagonista dell’evento, ovvero il grande coro di giovani e meno giovani, nato dall’amicizia del gruppo musicale Amarcanto con l’associazione dei ragazzi di Open e quella delle famiglie de Il Ponte sul Mare. Sia chi sarà al Teatro Novelli sabato 14 maggio (domani) alle ore 21 (entrata a offerta libera) per ascoltarli in concerto. Canta per il mondo, darà saggio del loro repertorio proveniente da tutte le tradizioni musicali del mondo. Ma potranno crescere immersi nella bellezza di un percorso educativo all’altezza della dignità della persona umana anche i 10 ragazzi dell’Uganda che riceveranno, grazie a quanto verrà raccolto durante la serata, la possibilità di iscriversi presso la scuola Luigi Giussani a Kampala.

È questo uno delle decine di progetti curati da AVSI e sostenuto dalle tradizionali campagne annuali di raccolta fondi, di cui il momento di sabato sera –  a cui non si può mancare – è un esempio nobile.

Tre anni di concerti, in un Teatro Novelli pieno di gente ed entusiasmo, prove, lavoro, rapporti che già lasciano assaporare una novità possibile fin da subito, fin nell’oggi, e che subito si spalanca sul mondo intero fino ad arrivare a Kampala. E non solo per interposta persona. I ragazzi che avranno il sostegno di cui dicevamo sono stati incontrati via web dagli amici del coro, come rivela Buongiorno Rimini. Non sono anonime “situazioni di bisogno” ma persone vere e vive, ora amici, con cui stringere una relazione. E le relazioni,  se vere, cambiano le persone. Così i ragazzi ugandesi hanno risposto al grande coro riminese mettendo in piedi un loro coro, in un ribalzare di note, tra continenti, che ha dell’incredibile.

Ma a proposito di cambiare le persone, sabato sera ci sarà la possibilità di ascoltare anche la testimonianza di un protagonista di primo piano della straordinaria attività di AVSI. Si tratta del medico e scrittore Alberto Reggiori.

Lo abbiamo intervistato e le sue parole hanno fatto crescere in noi la curiosità di incontrarlo sabato sera.  Ecco l’intervista.

Nella foto al tavolo il dott. Alberto Reggiori in Uganda
 Al tavolo il dott. Alberto Reggiori in Uganda

Alberto ci spieghi come è nata la scelta di partire?
Eri sposato da soli due anni, immagino le cose da sistemare… e invece nel 1985  da Varese ti ritrovi in Uganda…

Tutto è nato dall’aver visto e incontrato alcuni medici missionari che in quegli anni spesso venivano a Varese a raccontare la loro esperienza. Poi ho visto partire miei amici e non ho potuto che provare una profonda invidia per loro. Testimoniavano una vita piena, vera, che ho desiderato vivere anche io. Quel desiderio, di cui mi chiedevo se fosse un mio pallino o qualcosa d più, è stato illuminato dalle parole di Giovanni Paolo II. Ad un’udienza (29 settembre 1984) che concesse alla Fraternità di Comunione e Liberazione,  ci disse “Andate in tutto il mondo a portare la verità, la bellezza e la pace, che si incontrano in Cristo Redentore”. Lì capii che quel mio desiderio era una cosa seria. Ne parlai subito con mia moglie che era del tutto d’accordo e partimmo per l’Uganda. Avevamo già un figlio…

E non ti sei più fermato…

La permanenza in Uganda fu di dieci anni circa, ma tutt’oggi uso le mie ferie per andare nei diversi luoghi dove AVSI ha bisogno. Sono stato in Sud Sudan, Iraq, Haiti, Albania, Messico…

Quale il contributo più importante che il tuo partire, ma anche il nostro ben più semplice aiuto, può offrire a queste persone? Qual è il valore di quanto si sta facendo?

Attraverso le opere che si realizzano, quello che veramente è importante, e che può dare frutti, è portare una stima e una coscienza del valore di chi si incontra. Attraverso parole e gesti concreti noi stiamo dicendo a quelle persone che valgono, che sono importanti, che le stimiamo per il loro grande valore. Si potrebbe dire oggi, nell’anno Santo, che ciò che conta è portare uno sguardo di misericordia che faccia capire all’altro che ha un valore e ha capacità di vivere. Questo è ciò che fa rinascere le persone e le fa diventare protagoniste esse stesse, in prima persona, di una ricostruzione della loro terra martoriata.

In questi anni hai incontrato situazioni difficile e dolore sconfinato. Immagino che sia impossibile reggere tutto questo senza un “ricevere”, un imparare… Che cosa hai ricevuto da questa esperienza? E quanto ricevuto là, è vivibile anche qui italia?

Ho verificato di persona che la vita è qualcosa che si guadagna dandola, spendendola. È scritto nel Vangelo, ma posso dire di averlo verificato. Ognuno può verificarlo nella sua esperienza quotidiana. Se la vita la vivi per te, la chiudi in te, il tempo te la porta via. Invece se la doni, ti ritorna molto più potente. Posso dirlo di averlo verificato in termini umani, in mille rapporti.

Tra questi l’incontro con Veronica

"La ragazza che guardava il cielo", il testo in cui Alberto Reggiori narra la storia di Veronica, madre bambina, po malata di AIDS, incontrata in Uganda
Alberto Reggiori narra la storia di Veronica, madre bambina, poi malata di AIDS, incontrata in Uganda

L’incontro con Veronica è uno di quelli che ci porteremo sempre dentro, uno di quelli in cui capisci cosa è l’essenziale. Lei ha cominciato a venire da noi quando si è ammalata di AIDS. Aveva una storia terrible alle spalle. Ha visto qualcosa di buono, ha desiderato stare sempre più con noi, fino a chiedere di essere battezzata. Dalla disperazione che viveva prima è nata in lei una speranza. E attorno a questi rapporti anche la mia vita è rifiorita, la mia e quella della mia famiglia, compresi i rapporti tra me e mia moglie, perché ovviamente ci sono stati momenti non semplici.

Quale il momento più difficile?

Quando arrivò la guerriglia, la situazione era diventata pericolosa per le famiglie. Erano nati altri miei figli là (ben tre nacquero in Uganda ndr) e non era sicuro rimanere per loro. Così -eravamo tre o quattro famiglie-  decidemmo di rimanere solo noi medici. Il distacco è stato duro per tutti.

Invece il momento più bello, più commovente?

Sicuramente la visita di Giovanni Paolo II. Quando venne in Uganda, per un caso fortuito potemmo anche dialogare con lui.

Qual è, in questo momento, la frontiera più delicata su cui operare? 

AVSI ha deciso di dedicare tutti i suoi sforzi quest’anno ai profughi, in particolare i cristiani perseguitati nel mondo. L’intervento è rivolto sia ad alleviare le condizioni di vita nelle loro terre, dove spesso hanno perso tutto, sia nei centri di accoglienza qui in Europa. Vi sono tantissime iniziative di aiuto sparse in tutta Italia. Questi uomini, nostri fratelli, hanno perso tutto per non perdere la loro fede.
La serata di sabato 14 si prefigura davvero interessante dunque. Alberto Reggiori, dicevamo, oltre che medico è un ottimo scrittore. Abbiamo già parlato de La ragazza che guardava il cielo (di cui vi proponiamo qui il video della presentazione fatta al Meeting di Rimini nel 2011 a cui partecipò anche Veronica – visualizzare a partire dall’ora  1,01).

 

Oltre a questo libro ha pubblicato Dottore è finito il diesel, dottore_1in cui narra la realtà in cui ha lavorato in Uganda e Fatti vivo, libro in cui si narrano vicende terribilmente personali.

Storie di sofferenze, riguardando i drammatici fatti che sono incorsi a suo figlio Giulio, per tanti versi così simili a quanto accaduto ad Antonio Socci con la propria figlia Caterina.

La prefazione Fatti vivoFatti-Vivo-Reggiori(1) è stata scritta proprio da Socci. Sofferenze che tuttavia vengono superate e travolte da una sorprendente e sovrabbondante luce.

Quella che desideriamo incontrare domani sera al Teatro Novelli.

Ci si vede lì!

 

 

P.S.

Alberto Reggiori ha tenuto diverse conferenze in Italia. Oltre alle due partecipazioni al Meeting (2005 e 2011) abbiamo ritrovato in rete, tra gli altri, anche questo incontro a Cesano Boscone. La registrazione è amatoriale, ma la testimonianza di Alberto è di alto profilo. La proponiamo qui a conclusione del nostro articolo.

 

25 aprile, rinasce l’Italia. E noi? Siamo rinati?

Oggi è il 25 aprile, festa simbolo della liberazione dell’Italia. Liberazione dal fascismo o da ogni ideologia di morte? Liberazione dalla politica fatta di sopruso e misconoscimento del valore dell’uomo in quanto uomo oppure altro? È vera liberazione oppure solo sostituzione di una nuova ideologia ad un’altra passata (comunismo, liberalismo, anarchismo, efficientismo, economicismo…)?

Sono domande legittime perché il 25 aprile, così come la stessa parola Resistenza, ancora oggi sono elementi che dividono. È notizia di poche ore fa, quella di contestazioni in piazza San Babila a Milano contro la Brigata ebraica da parte di associazioni anti sioniste. In nome di una propria battaglia politica, si esclude dalla Resistenza chi si ritiene debba esserne escluso. In nome della Resistenza si afferma un nuovo fascismo. Ma gli esempi sono innumerevoli.

Il motivo, per quanto difficile da affrontare e complesso da superare, è semplice, ed è tutto nella domanda che ci siamo posti poco sopra. Domanda a cui la risposta corretta è una sola ovviamente, mentre nelle manifestazioni sparse per l’Italia, sempre più stanche e piuttosto formali, non risulta affatto ovvia, anzi è spesso taciuta e sostituita, più o meno esplicitamente, con un’altra risposta.

Per questo vorrei festeggiare il 25 aprile con una storia diversa, poco conosciuta, che mette in luce i caratteri ambigui di una Resistenza che deve ancor oggi scoprire il suo volto vero (che c’è ed è splendente), smarcarsi da ipocrisie e violenze contrapposte. La violenza come metodo politico è sempre foriera di male, di autoritarismo, di negatività. Occorre imparare a dirlo una volta per tutte. La violenza nera è stata una tragedia per l’Italia ma la violenza rossa altrettanto, e dobbiamo essere grati a chi ne impedì la possibilità di affermarsi, in quei turbolenti anni che vanno dal ’43 al ’48 in Italia. Il tutto senza tacere sulle contraddizioni rimaste aperte e le ombre che continuano ad oscurare la storia della nostra Italia, da qualunque parte provengano.

Vorrei festeggiare il 25 aprile, dunque, con la storia di Rolando Rivi, seminarista del modenese, ucciso il 13 aprile del 1945 dai partigiani all’età di 14 anni perché non volle abbandonare la sua tonaca. Questo ragazzino aveva una fede forte, tenace. Aveva le idee chiare sul futuro. Quel futuro che poi l’Italia andò in parte a costruire. Anche il suo sangue non è stato versato invano. Reagì alla propaganda anticlericale che si stava affermando tra alcuni resistenti e qualcuno pensò bene di zittirlo.

I partigiani per giustificare il nefando omicidio (lo uccisero dopo tre giorni di torture), – omicidio che non fu isolato e riguardò numerosi sacerdoti (si ricordi il triangolo della morte tra Bologna, Reggio e  Modena e le fosse comuni che vennero scoperte successivamente) uccisi solo perché erano tali e non c’era posto per loro nella società del sol dell’avvenire –, sostennero che era una spia fascista (un ragazzino di 14 anni). Un processo “del popolo”, senza prove e in forma sommaria, (che ricorda il linguaggio e le modalità delle Brigate Rosse, le quali negli anni ’70 sostenevano che la Resistenza in Italia non aveva terminato il suo lavoro, che era stata tradita dal Pci). Il successivo processo agli assassini, smascherò le presunte accuse, come infondate.

Il fatto grave è che quella giustificazione posticcia è sostenuta ancora da qualcuno oggi. Basta navigare nei siti dell’anarchia e degli antagonisti, per trovare diffusa questa bufala, inventata per salvarsi dal processo che venne intentato e che condannò i protagonisti, poi usciti dal carcere per un’ amnistia. Una bufala che poggia su ragioni date a partire da un teorema costruito a priori (la  chiesa sta sempre con i potenti) e giustificatorio poi di ogni violenza (senza neppure il bisogno di arrivare a un processo e a prove conclamate). In sostanza un fascismo di misura uguale, seppure contraria, a quello del ventennio.

Interessante vedere come oggi, al contrario, esistano seri tentativi di smarcare questa festa, fondativa della nostra Italia contemporanea, dalle ombre che la condannano ad una parzialità che a sua volta condanna l’italia a non avere patria, a non essere patria.

Aldo Cazzullo, anticipa su corriere.it la prefazione al suo libro Possa il mio sangue servire. Dopo aver chiarito che la scelta giusta allora fu l’antifascismo, fatto ovvio che non deve essere messo in dubbio mai – come a volte invece accade ed è menzogna ancora una volta identica e contraria alla precedente -,  scrive tra le altre cose:

C’è poi un altro fattore, non meno importante, che rende difficile a una platea ampia se non unanime riconoscersi nella Resistenza; ed è l’uso di parte che ne è stato fatto. La Resistenza è stata vittima di un grande imbroglio ideologico. I partiti se ne sono impossessati, come se l’avessero fatta loro. E l’hanno usata come foglia di fico per nascondere le loro operazioni di potere, i loro legami con potenze straniere, talvolta i loro furti. Tuttora la Resistenza è spesso considerata come una cosa solo «di sinistra»: fazzoletti rossi e Bella ciao. A una presentazione in una libreria di un quartiere popolare romano, un signore si è alzato inveendo: «Basta storie di suore e di preti! I tedeschi li abbiamo combattuti noi comunisti!». Ma anche questa è una semplificazione.

Non credo a una lettura ideologica della Resistenza. Certo, molti partigiani erano comunisti. Poi c’erano i monarchici, i cattolici, gli azionisti, gli anarchici, i socialisti. E c’erano soprattutto migliaia di ragazzi che di politica e partiti sapevano poco o nulla, sapevano solo che non volevano combattere per Hitler e per Mussolini, e andarono con le brigate Garibaldi non perché fossero comunisti o con gli azzurri non perché fossero monarchici, ma perché nel loro paese erano passati prima gli uni o gli altri. Molte bande partigiane sulle Alpi furono formate da militari, spesso insieme con i preti. I capi più combattivi erano sovente alpini, come Maggiorino Marcellin «Bluter» che comandava in Val Chisone, come Nuto Revelli reduce dalla Russia, come Enrico Martini «Mauri» che guidava gli azzurri delle Langhe, come il capitano Piero Cosa che fonda la banda della Valle Pesio insieme con sua sorella Ottavia.

E così la vicenda di Rolando Rivi può mettere in chiaro, oltre ad una luminosa vita di fede, che il riconoscimento dell’altro, la capacità di amare l’altro seppure la pensi diversamente, la costruzione di una civiltà che Giovanni Paolo II chiamò della verità e dell’amore, è possibile. Ed è il vero tratto fondativo, a mio modesto avviso, della nostra Italia repubblicana, un’Italia democratica, ovvero capace di riconoscere dignità e diritto di cittadinanza all’altro in quanto altro, per l’appunto. Laddove è sempre più chiaro che non esiste democrazia, se non in individui liberati dalla tentazione di ridurre la battaglia politica in una vendetta, in una vittoria esclusivista, in un’affermazione egemonica di un potere (si chiamasse pure democratico). Non c’è democrazia se non in individui continuamente rinnovati e liberati  dalle potenzialità del male che, nella sua banalità (Arendt), è sempre pronto ad insinuarsi tanto nelle azioni più quotidiane dell’uomo, quanto nei grandi momenti della storia. 

Le parole del vescovo di Modena nell’omelia della cerimonia di beatificazione di Rolando Rivi (ottobre 2013) sono l’emblema di questa cultura aperta all’altro. La riportiamo per intero desumendola dal sito zenit. Sottolineamo solo questo passaggio, “Cari fratelli, davanti a questa immagine luminosa di bambino, strappato con violenza alla vita e all’amore, noi cristiani non siamo pieni di rancore in cerca di rivincite. No, vogliamo ricordare e celebrare la vicenda martiriale del piccolo Rolando Rivi con un atteggiamento di perdono, di riconciliazione, di fraternità umana. Vogliamo gridare forte: mai più odio fratricida, perché il vero cristiano non odia nessuno, non combatte nessuno, non fa male a nessuno”.

Superare l’antagonismo, la vendetta, la politica della negazione, per invece indirizzarsi all’affermativo, al valore, al positivo, alla voglia di costruire è quanto abbiamo intravisto nella prefazione del testo di Aldo Cazzullo.

Di un valore costruttivo simile, l’Italia ne ha davvero bisogno oggi, tanto quanto allora. Ne facciamo esperienza continua nelle nostre giornate. Ecco cosa celebrare, dunque, in questo 25 aprile.

La forza operosa di un’Italia rinata grazie alla speranza, polivoca e plurale, di molti. Lontani da ogni ideologia di odio e di morte.

Ecco l’omelia integrale. 

Fratelli e sorelle è con le lacrime agli occhi che mi accingo a parlare del Beato, Rolando Rivi, morto martire per la fede [1]. La commozione sgorga dal mio cuore di vescovo, che piange la morte di questo ragazzo, forte come una quercia per onorare e difendere la sua identità di seminarista. Al lampo di odio dei suoi carnefici egli rispose con la mitezza dei martiri, che inermi offrono la vita perdonando e pregando per i loro persecutori.

Il martirio di Rolando Rivi è una lezione di esistenza evangelica. Era troppo piccolo per avere nemici. Erano gli altri, che lo consideravano un nemico. Per lui tutti erano fratelli e sorelle. Egli non seguiva una ideologia di sangue e di morte, ma professava il Vangelo della vita e della carità.

Obbediva con semplicità e gioia alle parole del Signore Gesù, che un giorno rivelò ai suoi discepoli l’atteggiamento giusto per affrontare i nemici: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra, a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica […]. Amate i vostri nemici» (Lc 6,27-29.35).

Ecco cosa aveva Rolando nel suo cuore di bambino, un amore per tutti: amare non solo i genitori e i fratelli, ma anche i nemici, fare del bene a a chi lo odiava e benedire chi lo malediceva. Era questa – e lo è ancora – una dottrina rivoluzionaria, certo, ma nel senso buono, perché porta ad atteggiamenti di fraternità, di tolleranza e di rispetto della libertà altrui, senza soprusi, senza imposizioni forzate e senza spargimento di sangue.

Cari fratelli, davanti a questa immagine luminosa di bambino, strappato con violenza alla vita e all’amore, noi cristiani non siamo pieni di rancore in cerca di rivincite. No, vogliamo ricordare e celebrare la vicenda martiriale del piccolo Rolando Rivi con un atteggiamento di perdono, di riconciliazione, di fraternità umana. Vogliamo gridare forte: mai più odio fratricida, perché il vero cristiano non odia nessuno, non combatte nessuno, non fa male a nessuno. L’unica legge del cristiano è l’amore di Dio e l’amore del prossimo.

Le ideologie umane crollano, ma il Vangelo dell’amore non tramonta mai perché è una buona notizia. E oggi il nostro piccolo Beato è una buona notizia per tutti. Di fronte alla sua bontà e alla sua gioia di vivere, siamo qui riuniti per piangere sì il suo sacrificio, ma soprattutto per celebrare la vittoria della vita sulla morte, del bene sul male, della carità sull’odio. La sua memoria è di benedizione, mentre la memoria dei suoi carnefici si è persa nelle nebbie del nulla o forse – lo speriamo – nelle lacrime del pentimento.

Il piccolo Rolando, come tutti i bambini, aveva un sogno: diventare sacerdote. A undici anni, entrò in seminario e, come si usava allora, vestì la veste talare, che da quel giorno diventò la sua divisa. La portava con orgoglio. Era il segno visibile del suo amore sconfinato a Gesù e della sua totale appartenenza alla Chiesa. Non si vergognava della sua piccola talare. Ne era fiero. La portava in seminario, in campagna, in casa. Era il suo tesoro da custodire gelosamente. Era il distintivo della sua scelta di vita, che tutti potevano vedere e capire.

Come tutti i bambini della sua età, Rolando era sereno, vivace, buono. Giocava a pallone con passione, imparò a servire messa, a suonare l’organo, a cantare. Davanti al tabernacolo ripeteva continuamente: «Gesù, voglio farmi prete». Era entusiasta della sua vocazione. Del resto, il sacerdozio è una chiamata a fare del bene a tutti, senza distinzione. Quale pericolo poteva nascondere il suo ideale sacerdotale?

Non c’è da meravigliarsi della fermezza della decisione del piccolo Rolando. Gli studiosi di psicologia infantile concordano sul fatto, che anche i bambini possono fare scelte decisive per la loro vita e mantenerle con fedeltà e coraggio. Nei piccoli è più che mai vivo un proprio progetto di vita in campo artistico, scientifico, professionale, sportivo e anche religioso. Alcuni fanciulli sviluppano fino al virtuosismo i loro talenti di natura e di grazia. Sono molti i bambini prodigio, che primeggiano nell’arte, nella scienza, nell’altruismo. Così, non sono pochi i santi bambini e adolescenti, come sant’Agnese, san Tarcisio, santa Maria Goretti, san Domenico Savio. A chi gli chiedeva, che – data la situazione di guerra – era pericoloso indossare la veste talare, Rolando rispondeva con fierezza: «Non posso, non devo togliermi la veste. Io non ho paura, io sono orgoglioso di portarla. Non posso nascondermi. Io sono del Signore». [2]

Ma un brutto giorno arrivarono le iene, piene di odio e in cerca di prede da straziare e divorare. E lo spogliarono della sua veste, come fecero i carnefici con Gesù, prima di crocifiggerlo. Non erano stranieri, parlavano la stessa lingua e abitavano nella stessa terra di Rolando. Non erano piccoli delinquenti, ma giovani maturi. Avevano, però, dimenticato i comandamenti del Signore: non nominare il nome di Dio invano, non ammazzare, non dire falsa testimonianza. Anzi, erano stati imbottiti di odio e indottrinati a combattere il cristianesimo, a umiliare i preti, a uccidere i parroci, a distruggere la morale cattolica. Ma niente di tutto questo era eroico e patriottico. E le iene non si fermarono nemmeno di fronte a un adolescente, annientando la sua vita e i suoi sogni, ma soprattutto macchiando la loro umanità e il loro cosiddetto patriottismo.

Erano veramente tempi duri allora per l’Europa. In quel periodo il nostro continente era avvolto nella nube nera della morte, della guerra e della persecuzione religiosa. Dopo quella spagnola degli anni ’30, arrivò la persecuzione nazista e quella comunista. Il loro lascito di morte furono i milioni di vittime nei gulag, nei lager e nelle mille prigioni delle nostre belle nazioni. Anche nelle zone comprese nelle diocesi di Modena e Reggio Emilia si era diffuso un profondo spirito di intolleranza verso la religione, la Chiesa, i sacerdoti, i fedeli. Alcuni avevano dimenticato la loro infanzia buona ed erano diventati fanatici, profondamente invasi dall’odio di classe.

Abbiamo sentito che, dopo la chiusura del seminario, Rolando era tornato al paese. Un giorno – 10 aprile 1945 – , dopo aver suonato e cantato alla santa Messa, prese i libri come al solito e si recò a studiare nel boschetto vicino. Fu catturato e rinchiuso in una stalla. Il ragazzo fu spogliato, insultato e seviziato con percosse e cinghiate per ottenere l’ammissione di una improbabile attività spionistica. Ma Rolando – fu accertato al processo penale di qualche anno dopo – non poteva confessare niente, perché le accuse erano totalmente false. Dopo tre giorni di sequestro, con una procedura arbitraria e a insaputa dei capi, il 13 aprile 1945, il ragazzo fu prima barbaramente mutilato e poi assassinato con due colpi di pistola, uno alla tempia sinistra e l’altro al cuore.

In quel momento il sangue del piccolo martire non si sparse per terra, ma fu raccolto da Dio nel calice santo del sacrificio eucaristico. Non c’era nessuna mamma a piangere la morte del suo bambino. Secondo i testimoni oculari di quello scempio, i carnefici gettarono il corpo nella fossa e fecero della veste un macabro bottino di guerra. La talare fu appesa sotto il porticato di una casa vicina. Il carnefice, al padre angosciato in cerca del suo figliolo, disse semplicemente: «L’ho ucciso io, ma sono perfettamente tranquillo» [3].

Quel 13 aprile, cari fedeli, era venerdì e l’uccisione era avvenuta di pomeriggio. Il richiamo al venerdì santo e alla morte di Gesù è evidente. Un bambino consacrato a Dio in mano a uomini senza Dio. Quando il ragazzo vide la buca chiese di poter pregare. Si inginocchiò e in quell’istante lo fulminarono. Coprirono il corpo con un po’ di terra e poche foglie. Le iene aveva sbranato un agnello inerme. Se mai c’era valore nei combattenti, era stato per sempre disonorato da un’azione vile. Avevano umiliato e spento la vita di un loro figlio innocente, che, crescendo, li avrebbe solo benedetti, dando serenità e significato alle loro vite. La mancanza di umana comprensione fa risaltare di più la nobiltà e la fortezza del piccolo seminarista, che, anche nella sofferenza e nella umiliazione, mai aveva rinunciato a proclamarsi amico di Gesù.

Il 15 aprile, domenica del Buon Pastore, ci furono i funerali. Il suo corpo martoriato fu portato in chiesa. C’erano solo poche donne vestite a lutto. Non ci furono canti e suoni. Ma non mancarono certo gli alleluja degli Angeli, che cantando accompagnarono il giovane martire in Paradiso.

Cari fratelli, cosa impariamo da questa lezione di vita e di sacrificio del nostro giovane seminarista, Martire della fede? Sono quattro le parole che il Beato Rolando Rivi ci consegna: perdono, fortezza, servizio e pace.

a) Il perdono è un gesto che ci avvicina di più a Dio, padre buono e misericordioso. Anche il primo martire cristiano, il giovane Stefano, quando veniva lapidato, pregava Gesù dicendo: «Signore Gesù, accogli il mio spirito […]. Signore, non imputare loro questo peccato» (At 7,55-60). È lo stesso atteggiamento del nostro piccolo ma grande Beato, che alla ferocia dei suoi aguzzini rispose con la dolcezza della preghiera e del perdono. Il perdono è la medicina che sana ogni ferita, cancella l’odio, converte i cuori, incoraggia la fraternità. Abbiamo bisogno di perdono, come l’aria che respiriamo. In famiglia, nella società, sul lavoro, nei rapporti umani abbiamo bisogno di essere continuamente perdonati e di perdonare. Così si dimentica il male e si fa il bene. Dobbiamo uscire da questa beatificazione con il cuore e la mente pieni di perdono e sgombri di ogni ombra di contrasto. Nei pochi giorni della nostra vita mortale, il nostro piccolo Beato ci invita a vivere da fratelli e da amici, condividendo solo il bene e mai il male.

b) La seconda parola che Rolando ci consegna è la fortezza, una virtù fondamentale per la nostra esistenza cristiana. Nel brano della lettera ai Romani, che oggi abbiamo ascoltato, san Paolo ci esorta a essere forti e fermi nella fede, dicendo: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Rm 8,35). Niente separò Rolando dall’amore di Cristo. Non fu vinto né dalle percosse, né dalla fame, né dalla nudità, né dalle pallottole. Fu trattato come pecora al macello, ma in ciò fu più che vincitore nella grazia e nell’amore del Signore Gesù. Perché Rolando nel suo cuore ripeteva le parole dell’Apostolo: «Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39).

In questo Anno della Fede, accresciamo la nostra fortezza per andare controcorrente nei confronti di tutto ciò che viola e umilia la nostra condizione di uomini e di battezzati, rimanendo fedeli a Gesù, alla Chiesa, al magistero del Santo Padre. Il Vangelo sia per noi una roccia di rifugio, un luogo fortificato che ci salva. Il Signore Gesù sia sempre la nostra rupe e la nostra fortezza. La sua grazia ci guidi e ci conduca sulla via della salvezza.

c) Il nostro martire ci consegna una terza parola: servizio. Gesù, nel vangelo odierno, ci ricorda che il chicco di grano se non muore non produce frutto, ma se muore produce molto frutto. E aggiunge: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà» (Gv 12,24-26). Il servizio di Rolando a Gesù e alla sua Chiesa fu l’offerta della giovane vita, come seme fecondo di cristiani autentici e forti. Il suo martirio fu anche un gesto eroico di lealtà umana. Mai tradì la propria identità di figlio di Dio e di seminarista, chiamato a testimoniare nel sacerdozio le parole divine di Gesù. Oggi, la sua veste talare, macchiata di sangue innocente, è la sua bandiera di gloria. Egli si rivolge ai seminaristi d’Italia e del mondo, esortandoli a rimanere fedeli a Gesù, a essere fieri della loro vocazione sacerdotale e a testimoniarla senza rispetto umano, con gioia, serenità e carità.

d) Perdono, fortezza e servizio faranno progredire la nostra umanità verso il porto della pace, della comprensione reciproca, del bene comune. Papa Francesco ci ripete continuamente di convertirci alla pace. La Chiesa ha sempre una porta aperta per accogliere i suoi figli peccatori. Non importa quanto siano spregevoli i nostri peccati, la misericordia del Signore Gesù è più grande della nostra miseria. Liberiamoci del peso delle nostre cattive azioni ed entriamo in chiesa, la nostra vera casa, dove troviamo accoglienza, conforto e guarigione da tutte le nostre ferite spirituali. Ora non è tempo di pianto ma di gioia, non è tempo di divisione ma di comunione, non è tempo di inimicizia ma di fraternità. Pace, pace ci grida il nostro piccolo martire. Pace a tutti e con tutti. Riconciliamoci  e perdoniamoci. Diventiamo uomini di pace. Amiamo la pace, costruiamo la pace, viviamo nella pace. Le nostre città e le nostre famiglie siano oasi di pace. Se ci convertiamo alla pace, se diventiamo costruttori di pace, non avremo più nemici da combattere e da annientare, ma solo amici da amare e da perdonare. E noi saremo benedetti dagli uomini e dal Signore.

In tal modo il martirio del nostro Rolando non sarà stato invano.

Amen

***

Protagonista della storia

Don Gius ci ha insegnato che il protagonista della storia è il mendicante. L’uomo mendicante di Cristo (e Cristo mendicante dell’uomo).

Chissà se mai abbiamo preso sul serio questa sua celebre, e ripetuta per migliaia di volte, espressione. Chissà se riusciremo a comprendere che solo nella sequela al Mistero fatto carne, implorato ed agognato, fiorisce una umanità davvero nuova.

Don Giuseppe lo ha fatto, in particolare in questi ultimi giorni della sua vita. Ecco, il bellissimo comunicato redatto dalla comunità di Comunione e Liberazione di Rimini.  Attorno al don, alla sua domanda di Cristo, fiorisce la vita.

 

 

Rimini, 15 aprile 2016

Don Giuseppe Maioli – Nota di Comunione e Liberazione

Eccomi Gesù, sono tuo”. Con queste parole don Giuseppe ci ha invitato ad unirci alla sua preghiera, trascinandoci nella profonda e semplice immedesimazione con Cristo che ci ha testimoniato. Uno dei compagni di stanza dell’ultimo ricovero ospedaliero ha riconosciuto stupito e commosso: “Quest’uomo mi ha cambiato la vita”. Come può un uomo bloccato su un letto d’ospedale cambiare la vita di un compagno al suo fianco? Come l’avrà guardato? Noi desideriamo non perdere quello che è accaduto in questi “giorni pieni di una grazia sconosciuta” (Mounier), che hanno mostrato come la presenza del nostro don Beppe abbia segnato così profondamente la vita della Fraternità di CL e di tutti coloro che sono stati affidati al suo ministero sacerdotale.

In questi ultimi giorni, vissuti attorniato dai familiari e dagli amici sacerdoti ed accompagnato dall’incessante preghiera del suo popolo, abbiamo riconosciuto nel suo volto sofferente e lieto l’estremo gesto della sua paternità nei nostri confronti: “figli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore finché Cristo non sia formato in voi!” (Gal 4,19).

Come ci ha detto don Carrón, Presidente della Fraternità di CL, telefonando per testimoniare la sua vicinanza a don Giuseppe negli ultimi momenti della sua vita: la questione decisiva è immedesimarci con lui, per avvicinarci anche noi al traguardo: siamo amici solo per questo. Lo stesso don Giuseppe, riflettendo su queste parole, ha sottolineato che “questa immedesimazione con Cristo è ciò di cui abbiamo bisogno per l’esperienza che stiamo vivendo in questo momento storico”.

Per questo, la nostra gratitudine si esprime nel desiderio di essere come lui, protesi a Cristo e ai nostri fratelli uomini.

Comunione e Liberazione Rimini

 

La presenza di un uomo buono

don giuseppe maioliQuesta notte è tornato tra le braccia del Padre don Giuseppe Maioli. Raramente ho visto una persona come lui, testimone di un rapporto buono con le cose e soprattutto con le persone. Una bontà profonda, quasi insondabile, che colpiva subito, al primo udire la sua voce,  pacata e misurata ma piena di passione per tutto ciò che è bello, vero e buono.

Don Giuseppe era amante della bellezza come pochi. Celebre la sua cura maniacale nell’insegnarci, a noi giovani studenti affascinati dal carisma ecclesiale di Giussani,  i canti di montagna o il gregoriano. Ne usciva alla fine, dopo quarti d’ora di prove e ripetizioni – e correzioni minute- un canto (talora in centinaia radunati in saloni o sulle cime in montagna) di una bellezza unica, che ti portavi dentro per sempre.

Don Giuseppe era responsabile di Gioventù studentesca di Rimini, quando io vi entrai. Se il mio riferimento primo, e per me decisivo, era don Mario Vannini, docente di religione al Serpieri, il mio liceo, don Giuseppe rappresentava l’immagine incarnata, immediata, semplice e spontanea, di questa accoglienza sconfinata del Mistero, di questa bontà segreta nascosta nelle pieghe della realtà.

Questo inverno, rivedendo con i miei studenti Le vite degli altri, ed ascoltando la  Sinfonia per un uomo buono (la musica che induce al cambiamento la spia della Stasi) non ho potuto non pensare immediatamente a lui, già gravemente malato.  Il brano musicale esprime bene l’idea di questa bontà non banale, di questa pace densa del tumulto dell’animo proprio di quegli uomini che sono in cerca dell’infinito.

Durante l’autunno l’avevo di nuovo incrociato più da vicino, per un’occasione speciale. Aveva amato moltissimo il libro Voglio tutto, contenente gli scritti di Marta che avevo curato. Volle presentarlo alla sua nuova Parrocchia. Disse che, per quel che stava vivendo, il libro gli aveva fatto molta compagnia.ebook voglio tutto

Era la compagnia non di un semplice libro, ma la compagnia del Mistero stesso, quello che in tanti giovani riminesi abbiamo proprio imparato da lui e che lui re-imparava continuamente da chi si era incamminato sulla stessa strada. Credo che questo sia la Chiesa. Credo che questo sia il cuore del movimento di Comunione e Liberazione in cui entrambi ci siamo ritrovati: un luogo dove si sperimenta inaspettatamente -anche attraverso la malattia- l’abbraccio del Padre.  Quell’abbraccio del Padre che per lui ora è definitivo.

Grazie di tutto don Beppe e continua a starci vicino come tu sai!

(Questa sera 14 aprile alle ore 21 vi sarà una veglia presso la parrocchia di S.Ermete, domani sera 15 aprile alle ore 21 presso la parrocchia della Riconciliazione e sabato mattina 16 aprile i funerali presso la Rinciliazione alle ore 9,30)

 

Il Canto che potete ascoltare qui sotto, raccolto da Marina Valmaggi, è stato composto da don Giuseppe mentre era un giovane seminarista (fine anni ’60). Uno dei tanti canti amati dalle comunità di CL e divenuto noto in tutta la Chiesa. Un giorno, ad una vacanza dei ragazzi di GS del giugno del 2011, ero in pulmino con lui e mi chiedeva di raccontargli gli esercizi spirituali nazionali dei ragazzi, che si erano svolti un paio di mesi prima a Rimini in Fiera (2011). Gli raccontai di un filmato sullo Tsunami in Giappone, e di come si prese spunto per interrogarsi su quale roccia poggiare la propria vita. Gli raccontai poi che subito dopo il video, terribile, si eseguì il suo canto, “Se il Signore non costruisce la città”. Con un sorriso, simile a quello di un bambino, esclamò sorpreso, “Ma davvero! Lo si canta ancora! Che bello!”  Era lieto. Semplicemente, puramente, totalmente lieto di poter servire in tutto la Chiesa. Anche con questo suo bellissimo canto.

Wojtyla, Ratzinger, Bergoglio: un solo respiro. Il caldo abbraccio del Mistero e l’anno della Misericordia

È un tempo straordinario per la Chiesa e l’umanità intera. Una situazione in cui ogni certezza ha il bisogno di essere rifondata, ricostruita, riconquistata. Un tempo  in cui  siamo chiamati a combattere un’immane lotta, uno ad uno, per uscire dall’anestesia degradante che abbraccia la “folla”.

Un tempo che è l’apice della ricchezza e della povertà.

1) Il fatto.

In questo tempo è pressoché normale che vi siano fibrillazioni, incomprensioni, situazioni di tensione. Questo accade sia al livello della storia universale (sistemi politici ed equilibri economici pluridecennali tremano, la Chiesa è stata definita una barca sballottata dalle acque…) che particolare. Così si spiegano, ad esempio, alcune discussioni che si stanno amplificando all’interno di Comunione e Liberazione, movimento che da sempre ha saputo vivere sulla frontiera del tempo, mai evitando le sfide del presente e sapendo selezionare i reali crinali della storia, dalle battaglie riduttive, indotte dal potere.

Anche CL, al pari della Chiesa, vive le medesime tensioni interne.  Una parte, pur minoritaria, del movimento, oggi mette in discussione il riferimento del nuovo leader del movimento, don Julan Carron, al fondatore don Luigi Giussani. Una messa in discussione che, al di là dei numeri esigui, seppur qualificati, è decisiva, e non solo per Cl. E dunque va capita bene.

È stato lo stesso Giussani ad aver indicato con chiarezza la prosecuzione del suo carisma in Carron. Cito alcune espressioni riportate in più ambiti: “in Spagna vi sono gli echi delle origini del movimento”, oppure “nell’amicizia di un gruppo di preti spagnoli si gioca la permanenza del carisma nel movimento”. Non ho la possibilità di essere testuale ma che esse siano più che reali, lo attesta una fonte decisamente autorevole.  Don Stefano Alberto – detto don Pino – per lungo tempo è stato ritenuto, e a ragione, il possibile successore del Gius alla guida di CL. Ebbene, con sferzante ironia rispetto a chi avanza dubbi e resistenze, don Pino ha sostenuto la seconda delle due frasi  in un breve passaggio durante un incontro dell’estate scorsa, in occasione della presentazione del libro “Voglio tutto“, dove si raccoglie la storia di una ragazza, decisamente “giussaniana”,  avendone vissuto il carisma con impressionante immedesimazione.  Don Pino ricorda la posizione di don Giussani, maturata  fin dagli inizi degli anni ’90 su questo tema e ne evidenzia il criterio (già esplicitato da Giussani): l’unità, l’amicizia.

Malgrado questa volontà esplicita, malgrado il giudizio chiaro nel criterio (unità contro interpretazione, si legga per questo la relazione dell’incontro nelle parti finali)  e malgrado i frutti e la fioritura del movimento – tra i quali Marta è uno dei più belli e dolorosi-, che continua ad essere ricco di testimonianze vive di fede e di impegno nella società, vi è chi fatica a comprendere tale nesso tra l’origine del movimento e l’amicizia dei preti spagnoli.

Nulla di nuovo da una parte. Da sempre don Gius si è dimostrato un passo avanti rispetto al movimento “che aveva visto nascere” attorno a lui, richiamandolo, sollecitandolo, costringendolo ad un cambio di passo. Chi ne ha fatto e ne fa parte sa bene cosa si intenda dire. Per tutti gli altri è sufficiente ripercorrere i testi di don Giussani o la Vita di don Giussani di Alberto Savorana, oppure se non ci si vuole rifare a questa recente opera (recente dunque “carroniana”), si può far capo alla trilogia di mons. Massimo Camisasca sulla storia del movimento. La storia del movimento è storia di svolte, di riprese, di ricentrature.  Una ricentratura sempre coincidente con la straordinaria e commossa constatazione della Presenza di Cristo in mezzo a noi, contrapposta al rischio, altrettanto sempre presente, di far scivolare la propria attenzione sulle conseguenze (operative o culturali) di tale Presenza. Su qualcosa di inessenziale dunque, rispetto all’eccezionalità dell’evento cristiano.  In tale senso don Gius ha sempre ribaltato gli equilibri.

Ma oggi la difficoltà da parte di qualcuno di accettare le sollecitazioni di chi guida il movimento  è straordinariamente coincidente con la difficoltà di accettare chi guida la Chiesa stessa. È una difficoltà speciale, una difficoltà dell’oggi, con caratteristiche uniche nel suo genere e che qualcuno giustamente assimila al ’68, anno in cui il movimento fu spazzato via dagli eventi per poi rinascere nel giro di pochi anni con più chiarezza. Non è un caso, d’altronde, che l’attuale battaglia sui diritti, sul gender, sulla famiglia, sia stata equiparata dal card. Angelo Scola alla rivoluzione del ’68.

D’altro canto don Giussani ha insegnato sempre a seguire il papa – anche quando non era Giovanni Paolo II -. Invece oggi chi fatica a seguire Carron, fatica anche a seguire papa Francesco e in numerosi casi si arriva ad un’aperta distinzione, compendiata di pubblici giudizi con accuse a volte altisonanti. Il tutto, si comprenderà, è altamente significativo e presenta  richiami eccezionali, che possono aiutare a capire meglio la difficoltà dell’oggi.

2) Carron e Bergoglio – Giussani e Wojtyla. Ratzinger la chiave per capire 40 anni di storia e le proiezioni sul futuro.

Papa Bergoglio, pur con un temperamento e provenienze differenti, sta raccogliendo la sfida che Giovanni Paolo II, prima, e Benedetto XVI, poi, hanno lanciato  al mondo. La sta raccogliendo e riproponendo in termini pressoché identici. È la stessa sfida che don Giussani ha lanciato agli inizi degli anni ’50.

(Nel filmato papa Francesco, in occasione dell’incontro del 18 maggio del 2013 con i movimenti,  entra in San Pietro sulle note di Povera Voce, la canzone che meglio di tutte le altre identifica il carisma di Comunione e Liberazione)

Don Carron ha colto questa inflessione e sta lavorando con grande umiltà all’interno del movimento per mettere a fuoco il cuore della testimonianza di don Giussani e del magistero della Chiesa in questi ultimi decenni. Una testimonianza che non si riduce ad un pensiero predefinito ma, piuttosto, ad una continua premura per un’umanità ferita, manchevole di tutto, in primis del “senso delle cose”, della consistenza delle realtà effimere e quotidiane. Una premura che lascia nella storia perle di pensiero, di giudizi, di lungimiranti vedute sul reale ma che trova la sua origine nel cuore stesso dell’evento cristiano, ovvero la misericordia di Dio verso l’uomo. Ricordo la definizione di misericordia data da don Giussani ad una giornata di inizio d’anno degli universitari negli anni ’80. La misericordia è “una giustizia che ricrea” ed esemplificava con uno stupendo esempio: «la Misericordia di Dio sta in questo: che di fronte ad un corpo macilento, coperto di piaghe purulente, lo guarda e per l’unico centimetro di pelle sana, esclama “che bello”!».

Recentemente Avvenire ha pubblicato l’intervista che il teologo Jaques Servais ha ottenuto dal papa emerito Benedetto XVI ottobre scorso e finora inedita, nella quale Ratzinger spiega inequivocabilmente il nesso tra il suo pontificato (tacendolo, e dimostrando così un’umiltà ed una capacità di servizio alla verità che lo rende un gigante capace di primeggiare tra giganti della fede), quello di Giovanni Paolo II e quello di Francesco. Va letta interamente l’intervista -che peraltro ripresenta la grandezza anche intellettuale di questo papa e la sua capacità di visione profetica-, ma in sostanza Benedetto ci spiega perché la Misericordia è oggi la strada privilegiata della Chiesa. Ci spiega come l’umanità non sia più nella condizione in cui versava al tempo di Lutero – allora temeva il terrible giudizio di Dio, oggi imputa a Dio il male della storia – e come la strada della Misericordia sia l’unica efficace oggi. È questa la strada intrapresa con decisione da Wojtyla – non a caso devoto a S.Faustina, fondatrice delle sorelle della Divina Misericordia – e oggi da Bergoglio – che ha convocato l’anno Santo della Misericordia.

Una pubblicazione il cui significato ha ben colto il vaticanista del Corriere, di decennale esperienza, Luigi Accattoli, il cui articolo è titolato però in maniera superficiale e tale da aprire le consuete dispute: “il sostegno a sorpresa del papa emerito alla linea indicata da Francesco”. Le analisi sono condivisibili e acute, ma il titolo, con quel “a sorpresa”, è banale. Così come non è neppure corretta l’opposizione altrettanto giornalistica e superficiale di Antonio Socci, che usa maldestramente, a suo pro, un articolo apparso sull’Osservatore romano.

In realtà la sorpresa vi è solo per chi non si è lasciato perturbare dalla Presenza viva e operante di Cristo nella Chiesa, da quella Misericordia che il sacerdote fondatore della comunità di CL di Rimini, don Giancarlo Ugolini,  nella sua ultima intervista che mi concesse per Le Ragioni dell’Occidente nel 2009, chiamò “il caldo abbraccio del Mistero” (identificando in questo il senso del movimento di CL).

A parte questo aspetto, l’articolo di Accattoli riconosce perfettamente tutto il percorso indicato da papa Ratzinger e di fronte ad esso si inchina ammirato. Mette conto di riportare le righe in cui Ratzinger esplicita – per la prima volta – un giudizio sul suo successore.

Solo là dove c’è misericordia finisce la crudeltà, finiscono il male e la violenza. Papa Francesco si trova del tutto in accordo con questa linea. La sua pratica pastorale si esprime proprio nel fatto che egli ci parla continuamente della misericordia di Dio. È la misericordia quello che ci muove verso Dio, mentre la giustizia ci spaventa al suo cospetto. A mio parere ciò mette in risalto che sotto la patina della sicurezza di sé e della propria giustizia l’uomo di oggi nasconde una profonda conoscenza delle sue ferite e della sua indegnità di fronte a Dio. Egli è in attesa della misericordia.

Al contrario, c’è chi ha saputo propagandare tale messaggio, stralciandone pochi passi, come esemplificazione e conferma di proprie tesi complottiste, rispetto alla rinuncia di papa Benedetto (uno dei gesti più grandi  e coraggiosi della recente storia della chiesa, segno di grandezza e non di debolezza di Ratzinger, logica che tuttavia sfugge completamente in queste valutazioni terribilmente leggere). Ci riferiamo di nuovo ad Antonio Socci, i cui articoli su Lbero, raccolti nel suo Blog, sono un’ostinata opposizione (e con una continuità che lascia pensare ad una sorta di  ossessione) al papa, identificato come il più grande nemico della Chiesa. Parole che richiamano quelle acri e ostili a Roma, pronunciate da Lutero 500 anni fa. Parole che avrebbero addolorato fino alla morte don Giussani, il quale, di fronte ad una Chiesa che in certi frangenti non lo ha certo “appoggiato”, manifestò sempre una fedeltà e una sequela commovente ad essa. Un don Giussani che ebbe il coraggio di affermare, con dolore fino alle lacrime, che “la Chiesa ha abbandonato l’uomo, poiché ha avuto paura, ha avuto vergogna di Cristo”, ma che ha combattuto col suo movimento nella più totale obbedienza alla gerarchia, fino ad esserne il fronte più fedele. Tutti i ciellini degli anni ’70 (per ridursi alla esperienza di cui posso attestare personalmente) hanno imparato l’obbedienza, costitutiva per la propria fede, al papa e ai vescovi all’interno del movimento di CL, mentre molti, forse la maggior parte, dei cristiani provenienti da esperienze parrocchiali, in quei tempi manifestavano mille distinguo e quasi giustificavano – in un’errata interpretazione di don Milani – la disobbedienza pratica e teorica alla gerarchia della Chiesa.

Via Crucis del movimento di RImini, svolta la domenica delle Palme con il proprio vescovo.
Via Crucis del movimento di Rimini, svolta la domenica delle Palme con il proprio vescovo.

3) le evidenze (non sempre riconosciute)

Nel dibattito attuale, Carron e i responsabili delle varie comunità non stanno chiedendo un “serrate le fila”. Con un atteggiamento tipicamente “giussaniano” si sta chiedendo a tutti di giudicare nella propria esperienza quanto è in gioco, le scelte, le differenti posizioni. Si sta chiedendo se quanto di ciò che si va affermando corrisponda alle esigenze più profonde del proprio cuore. Il tentativo, coraggioso, è quello di scoprire qual è il ruolo di un cristiano nella società di oggi, di fronte alle nuove sfide. La proposta  insomma è quella di verificare se sia vero (verificato nella propria personale esperienza) che l’unico compito è quello di testimoniare nel quotidiano la presenza di Cristo (il “caldo abbraccio del Mistero”, la misericordia, il Suo sguardo, una potenza eccezionale che cambia la vita da subito) , un Cristo da rilevare presente nell’unità dei credenti, ma in termini reali e operativi, non conclamati o sbandierati.
Se Cristo è presente, allora non c’è altro da fare che abbracciarLo, e allargare questo abbraccio a tutto il mondo. Ma Cristo “è presente se opera”, ed ecco il grande lavoro di giudizio sulla propria esperienza reale, in atto ora come sempre nel movimento.

In Comunione e Liberazione è sempre stato così. Questo il fascino e la fatica di stare di fronte al movimento. Una realtà urticante tanto è decisa nell’affermare l’essenziale.

È stato così per il grande intellettuale Testori, uno dei più forti amici di CL.

Giovanni Testori, omosessuale, intellettuale maledetto, rimase colpito da Cl, e lo ha detto più volte, non per un programma di lotta, non per teologie raffinate, né per altro. Quanto lo colpì fu la misericordia di Dio che arrivava attraverso i volti e l’umanità di alcuni ragazzi e poi dell’intero movimento.

Non condivideva tutto. Non divenne di CL. Ma seguiva il movimento per un di più di umanità, segno di quell’abbraccio. Oggi qualcuno stralcia anche i suoi interventi, decontestualizzandoli,  per contrapporre impegno a testimonianza (denunciando la carenza dell’uno sull’altra). Ma dimentica che Testori fu perturbato e commosso dalla testimonianza di umanità, sola a dare senso alla lotta contro il potere (la sua affermazione “non c’è insurrezione senza resurrezione” è universale, mentre quella reciproca, “non c’è resurrezione senza insurrezione”, da lui pure sostenuta -vedi più sotto-, è legata alle contingenze, come è ovvio). Altro segno della partita in gioco, tutta tesa tra riduzione e apertura di orizzonte all’infinitezza del Mistero che si volge su di noi.

Qui trovate il testo integrale del bellissimo incontro del centro culturale San Carlo di Milano, che ha dato occasione alle consuete e desuete discussioni e che invece manifesta qual era e qual è l’impatto di chiunque, specie se un’anima ferita e intelligente come quella di Testori, con il movimento (ovvero con la visibilità di Cristo). In alcuni passaggi gli echi sulla misericordia sono gli stessi che udiamo oggi.

Così si esprimeva Testori a 10 anni dalla sua conversione, a 10 anni dal suo incontro con il movimento (ma poi il suo intervento merita una lettura completa).

Ma io sono sempre stato un cattivo cristiano, in certi momenti disperato, sono nato non solo in una famiglia cristiana, ma anche in una cultura cristiana. Non è una conversione: è una precisazione del mio povero modo di essere cristiano, a cui sono stato indotto dalla morte di mia madre. Mia madre, morendo, ha ridato peso, grembo, latte a questo mio povero modo di essere cristiano. Comunque, quando scrissi questi articoli, nessun vescovo, nessun cardinale, nessun uomo politico (della Dc) mi ha contattato. Mi hanno invece telefonato quattro ragazzi: «Siamo di Comunione e Liberazione: vorremmo parlarle». E sono venuti nel mio studio; la cosa che mi ha stupito è che non erano tutto quello che dicono essi siano. Non mi hanno mai chiesto niente: come fosse la mia povera vita, quali fossero i miei errori; ma mi hanno accolto (e io credo di averli accolti) come amici. Io non sono di Cl, voi lo sapete: sono molto vicino. Le sono vicino per una cosa sola: perché hanno questo senso dell’amicizia, questo senso dell’umanità, dell’integrità della fede, non è integralismo, checché ne scrivano, e sbagliano a scrivere così, perché scrivono per ignoranza, perché non li conoscono. Sono tutti di un pezzo, poi anche loro fanno errori, per fortuna. Però hanno questa rocciosità per quel che riguarda l’uomo (l’altro, il fratello, di qualunque idea sia, di qualunque stortura – Dio solo sa le storture che avevo ed ho io…). Loro non chiedono niente, non domandano conto di niente. Solo su questo piano di umanità. E io vorrei ricordare qui, forse in molti di voi lo sapete, e forse farà piacere sentirlo ai miei due grandi amici Tino Carraro e Pugelli; don Giussani mi raccontava in segreto (ma non è più un segreto, l’ho già raccontato) cos’è stato per lui la scoperta, il senso più abissale della sua posizione di prete e di uomo, quando subito dopo essere stato ordinato, in una delle prime confessioni, se non la prima, si è trovato di fronte a un giovane che, dall’altra parte del confessionale, non riusciva a dire, a parlare. E lui lo esortava: «non c’è niente che tu abbia fatto che non possa essere perdonato, che non possa essere accolto»; ma l’altro faceva fatica e don Giussani, con le parole che riesce a tirare fuori dalla sua fede, dalla sua umanità, lo invitava fraternamente. A un certo punto sente questo giovane dire: «ho ucciso un uomo». Don Giussani dice che è stato lì un attimo, un’eternità, e poi ha risposto: «Solo uno?». Poi mi diceva: «Lì ho capito cos’è la carità, la fraternità, l’amore, cos’è il perdono di cui lui è soltanto il tratto». E l’altro è scoppiato a piangere. Da allora sono diventati, credo, amici, lui è andato a confessare alle autorità il suo gesto e sono diventati amici. Io, perché sono diventato amico di quelli di Cl? Perché se io dicessi a loro tutte le porcate che ho fatto, direbbero “solo questo?”.
Perdete pure tutto; ma non perdete questo senso “oltre tutto”, questa umanità che non si scandalizza di niente. Questo sapere che l’uomo può compiere qualunque gesto, può essere di qualunque parte, ma è prima di tutto uomo, figlio di Dio, creatura redenta da Dio diventato Uomo. Se perdiamo questo perdiamo il senso dell’incarnazione, cioè perdiamo il senso totale del nostro essere cristiani. Questa apertura, sì alla integrità, sì alla solidità, ma come mi diceva continuamente Giussani «senza carità», senza amore, anche la fede è niente. La fede è proprio questo amore: questo amore prima di tutto. Io devo ringraziare questi ragazzi (voi e quelli che c’erano prima di voi: voi siete l’ultima generazione) di questa capacità di amore, di umanità, perché arriverà il momento che la leggeranno anche quelli che oggi non la sanno leggere. Ma se anche non la leggeranno, non importa: l’importante è offrire.

Oggi come allora, questo accade in CL (e nella Chiesa). Oggi come allora CL è la comunità in cui passano le più profonde tensioni della storia, per presentarsi nella loro interezza al Dio che pone il Suo sguardo sull’uomo per riempirlo di sé.

 

 

 

Sotto la via crucis di CL di Rimini, svoltasi questa domenica (domenica delle Palme) con il propio vescovo. La comunità di Cl segue da anni la richiesta del vescovo di svolgerla la domenica delle Palme, così da poterla celebrare insieme.

Vivere. Perché? Per Chi?

Impressionante la notizia che riporta Il Sussidiario… Un donna ferita al Bataclan, colpita da 6 colpi di arma da fuoco, tre al petto e tre al ventre, è uscita dal coma (leggi qui).  La riabilitazione durerà un anno, ma tutto concorreva a far sì che non dovesse essere più su questa terra.

Di fronte all’abisso di questa incredibile sfortuna (essere lì) e “fortuna” (essere viva, malgrado l’essere stati trapassati dalle pallottole delle armi automatiche dei terroristi), non ci si può non chiedere: ma perché?  Cosa vuol dire ora per lei vivere? E cosa è morire?

Perché ci siamo e qualcuno non c’è…?

Ed esserci, in mezzo a questa “casualità” assoluta (o non dobbiamo forse dire “gratuità” assoluta, il che è lo stesso, visto però da un altro lato), che significato assume?

Chi ci tiene in vita e chi ce la toglie? Un caso, un destino o Uno con cui entrare in rapporto…?

C’è possibilità di entrare in rapporto con la ragione del nostro esserci? Ma chi è, cosa è, in definitiva, questa ragione? Giacché quanto accade attesta ragioni (il mondo ha una sua struttura), ma queste ragioni non paiono sufficienti a spiegare il punto d’origine.

Viene in mente la modalità con cui Marta Bellavista si poneva questa domanda, nel famoso intervento che tenne in Università nel 2007, dopo essere guarita dal suo primo tumore, un approccio del tutto singolare e a noi così poco noto.

“tu che mi hai ridato la vita una seconda volta, tu che mi hai salvata, cosa vuoi da me? perché mi hai donato tutto questo? perché mi fai desiderare tutto così potentemente? tu che mi puoi togliere e mi puoi dare tutto, continua a mostrarmi il tuo amore e permetti che io non ti resista ma mi abbandoni totalmente a te.”

Marta aveva instaurato un dialogo profondo con un interlocutore.

Vengono in mente le inquiete domande di Tree of life, di Malick, e quelle che ci poniamo sempre quando tra persone libere, pur partendo spesso da posizioni del tutto differenti,  ci si ritrova a parlare di ciò che ci preme nelle vita. Non c’è altra domanda che valga la pena realmente porsi, e tutte le domande che possono insorgere, non fanno altro che rimandare a questa. Urge una risposta. E questa “urgenza” rende affascinante la vita.

PS: (dedicato agli amici della “birra filosofica”).