Dopo una serata passata con amici, leggendo un libro altrettanto amico e confrontandoci appassionatamente;
dopo aver in particolare ragionato sulla rilevanza della Chiesa nella vita quotidiana, approfondendo il portato, nell’esistenza concreta, della fede, guidati dalle sapienti, profonde e semplici ad un tempo (ma non facili), riflessioni di don Giussani e don Carron;
dopo una serata in cui abbiamo balbettato qualcosa su come la vita può divenire più umana grazie a Cristo, può diventare più sensata e razionale grazie al rapporto reso finalmente presente e percorribile con il Mistero;
oramai tornato a casa e messomi a lavorare ancora per un po’,
un amico presente all’incontro, (Roberto, che ringrazio), mi gira questo filmato che ho guardato attonito e stupito, decisamente ammirato, un minuto fa. Una notizia il cui titolo avevo letto senza poter approfondire durante le giornate scorse.
Ebbene, fotografia perfettamente quanto stavamo cercando di comprendere su cosa sia il Cristianesimo: un modo più umano di vivere tutto, compreso il dolore e qui persino il torto più atroce subito.
Avevamo letto della rilevanza esistenziale dell’Incarnazione (Dio che si fa uomo) e specificamente questi passaggi: “Cristo risorto conclama che tutto nella storia è redimibile, che non si perde nulla nel vortice degli eventi.” Oppure, “La comunicazione di verità che il divino nella Chiesa fa arrivare agli uomini mostra la sua validità proprio nel non dimenticare nulla, nel valorizzare il bene e nel giudicare o trasformare il male.”
Parlandoci, abbiamo scoperto che anche per noi queste espressioni sono diventate vere. Ma di fronte a questa testimonianza occorre mettersi in ginocchio ammirati.
È accaduto, dopo i terribili attentati, in una televisione egiziana, ed è riportato qui nella trasmissione di Tv2000.
Si comprende bene dove sia il punto di svolta, ancora oggi come duemila anni fa, per l’umanità intera.
Inauguro con questo articolo, una serie di pubblicazioni che saranno a supporto delle mie lezioni. Rilevo da sempre che quanto nasce come dialogo con gli studenti sia di straordinaria attualità e interesse per tutti. Ecco dunque la sperimentazione di questi articoli “ibridi”: nascono dalla vita a scuola per giungere all’attenzione di tutti, nella speranza di avere tempo ed energia per moltiplicarli. Potranno essere aggiornati e ripubblicati in date successive, a seconda delle esigenze delle mie lezioni, entro il cui contesto nascono.
Lo scorso anno, un’alunna – non di una mia classe-, in un momento di studio comune tra più studenti di varia provenienza, con estremo candore, esclamò: “Sì certo, il nazismo è nato in ambito cristiano ed anti-ebraico. È una espressione del cristianesimo”. Alle mie obiezioni, che si incentravano sul carattere neopagano del nazismo, come facilmente si evince dall’ideologia che il Fuhrer esprime nel Mein Kampf, le risposte della studentessa facevano leva su una chiara vulgata basata su elementi superficiali ma diffusi, ben propagandati e attestati anche nella scuola. Allora ci si lasciò con qualche domanda in più, ed è già tanto.
Eppure, nei due recenti viaggi, Berlino e ad Auschwitz, le nostre guide – di diverse provenienza culturale e in ogni ambito visitato (dal Museo ebraico alla Topografia del terrore, tanto al campo di concentramento di Auschwitz così come di fronte al totalitarismo rosso, ovvero al Museo della Stasi o alle carceri della Stasi) – hanno sottolineato sempre come tra le prime vittime dell’intolleranza nazista vi fossero stati i sacerdoti. “Sul campo”, le cose, i fatti, le questioni assumono i loro contorni completi.
Questa distanza – tra quanto raccontato in situazione e quanto recepito dai media a casa propria – mette bene in luce come vi siano distorsioni terrificanti in certe forme di esposizione storica.
Certo. Il concordato con Hitler, i silenzi imbarazzanti, il tentativo di evitare uno scontro diretto col regime (motivato dall’esigenza di evitare più profonde sofferenze al popolo stesso), posso essere letti come risposta errata della diplomazia vaticana ad una situazione di cui però si dovrà ammettere almeno la criticità. Arrivare invece a leggerne una collusione, anzi una coesione di carattere culturale, è decisamente una distorsione della prospettiva storica.
D’altro canto così si esprime il manuale (pur valido) in adozione nelle mie classi :
Il rapporto con le Chiese
Anche tra i cristiani vi furono degli oppositori ma soprattutto dopo il 1936. Nei primi
anni, infatti, il regime nazionalsocialista non incontrò difficoltà nei rapporti con le due Chiese tedesche, quella cattolica e quella protestante. (…). I cattolici in genere non manifestarono alcuna opposizione al regime, nonostante anche il partito cattolico del Zentrum fosse stato sciolto.
Una sintesi che può facilmente trarre in errore (solo in parte compendiata poi dalle righe successive). Fa infatti pensare ad un’adesione lineare, semplice, tranquilla da parte del popolo cattolico al regime, salvo qualche “testa calda”. Come vedremo più innanzi nel video che proponiamo – ricco di testimonianze dirette – le cose non stanno così.
Vi è chi vuol piegare il discorso tuttavia espressamente verso un’equazione decisamente antistorica e costoro, diciamolo pure, devono avere dalla loro parecchia forza economica.
Oliviero Toscani, nell’ideare il manifesto del film Amen di Costa Gavras pensò nel 2002 ad un’immagine che accostava i due simboli, la svastica e la croce, unificandoli. Un chiaro messaggio che intelligentemente la ragazza di cui sopra, chissà da quali altre fonti analoghe, raccolse. L’efficacia mediatica di professionisti ben pagati funziona. Lo sappiamo bene. Una identificazione che d’altro canto serpeggia nel film, in parte basato su documentazione reale, in parte su personaggi inventati. Una tecnica, anche questa, ben diffusa da tempo (parziali verità sono assai funzionali nel costruire una menzogna più credibile).
Ma basta poco per capire l’esatta entità -e complessità- delle cose.
Infatti il Nazismo è evidentemente un neo paganesimo che si ispira ad una ideologia irrazionalistica e vitalistica (e dunque contraria a tutta la tradizione teologica cattolica, nonché europea) e che pesca in miti pre-cristiani.
Così si esprime L. Poliakov in Il nazismo e lo stermino degli Ebrei, Torino 1961
Hitler sognava di estirpare la religione cristiana e di sostituirla con un nuovo culto e una nuova morale, “una fede forte ed eroica…in un invisibile Iddio del destino e del sangue”. Stavano a disposizione del “grande semplificatore” tutte le dottrine pangermaniste, le teorie razziste, le semplici credenze popolari che proliferavano in Germania; da esse egli trasse la materie prima per facili e accessibili dogmi. (…) …L’anima della razza, il sangue, il Volk, oggetti di sacra reverenza, resterebbero nozioni vaghe e fluide se non fossero rese tangibili agli occhi dei fedeli opponendo ad esse un’antirazza, un antipopolo.
Antirazza e antipopolo rintracciati per l’appunto negli ebrei. D’altro canto Albert Einstein, ebreo, così ebbe modo di esprimersi:
“Essendo un amante della libertà, quando avvenne la rivoluzione nazista in Germania, guardai con fiducia alle università sapendo che queste si erano sempre vantate della loro devozione alla causa della verità. Ma le università vennero zittite, e non protestarono. Allora guardai ai grandi editori dei quotidiani che in ardenti editoriali proclamavano il loro amore per la libertà. Ma anche loro, come le università vennero ridotti al silenzio, soffocati nell’arco di poche settimane, e non protestarono. Solo la Chiesa rimase ferma in piedi a sbarrare la strada alle campagne di Hitler per sopprimere la verità. Io non ho mai provato nessun interesse o stima particolare per la Chiesa prima, ma ora provo nei suoi confronti grande affetto e ammirazione, perché la Chiesa da sola ha avuto il coraggio e l’ostinazione per sostenere la verità intellettuale e la libertà morale. Devo confessare che ciò che io una volta disprezzavo, ora lodo incondizionatamente”.
(da Intervista di Albert Einstein, Time magazine, 23 dicembre 1940)
L’espressione di Einstein fu da lui successivamente confermata, seppure moderata, come si desume da una lettera (1943) che conferma questo suo pensiero seppure in forma più blanda e sebbene successivamente affermi che non coincida con la sua posizione di fondo rispetto alla Chiesa. Rimane che egli sapeva della pubblica e che non venga richiesta al giornale alcuna smentita. Interessante peraltro la recensione al testo di Luciano Garibaldi, O la Croce o la Svastica, che troviamo sul sito di IBS, in cui si riportano alcune ulteriori testimonianze (poi ovviamente reperibili dentro il testo in maniera estesa).
Il primo religioso tedesco a finire in un lager fu il gesuita Josef Spieker. In una predica a Colonia, nel 1934, aveva esclamato: “La Germania ha un solo Führer ed è Cristo!”. Il primo a essere eliminato dai nazisti fu monsignor Bernhard Lichtenberg, arciprete della cattedrale di Berlino: aveva pregato assieme a un gruppo di ebrei. Non fu che l’inizio di una sfida che si concluse con il sacrificio di quattromila sacerdoti e religiosi cattolici. Il presente libro racconta la storia dei rapporti tra la Chiesa e il Nazismo chiudendo la disputa sui presunti silenzi di Pio XII, il papa che Reinhard Heydrich – il promotore della “soluzione finale del problema ebraico” – in un rapporto segreto definì “schierato a favore degli ebrei, nemico mortale della Germania e complice delle potenze occidentali”. Sono molte le vicende ricostruite da Luciano Garibaldi in queste pagine: a cominciare dalla testimonianza del generale Karl Wolff che ricevette da Hitler l’ordine di arrestare Pio XII, ma riuscì a vanificare quel progetto, meritandosi l’assoluzione a Norimberga. E poi i due enigmi che ancora accompagnano Claus Von Stauffenberg, l’ufficiale che il 20 luglio 1944 tentò di uccidere il Führer: se cioè sia vero che il colonnello prima di collocare la bomba si confessò dal vescovo di Berlino, ne ottenne l’assoluzione e si comunicò; e se si possa affermare che il Vaticano fu preventivamente informato dell’Operazione Valchiria.
A mettere in chiaro la situazione secondo canoni equilibrati, contribuisce una pregevole ed ampia documentazione storica, raccolta nella trasmissione del ciclo La Grande Storia di Rai 3.
Mettendo a disposizione anche filmati inediti, descrivendo il quadro dello sviluppo del regime in maniera complessa ed estesa, permette di superare sintesi divulgative, contraddittorie con la natura dei due fenomeni: la fede cristiana ed il nazismo. Il tutto, pur non omettendo tutti i passaggi più critici, tra cui il tentato compromesso (peraltro fallito, a dispetto del Concordato), inserendoli però nel loro contesto completo.
È davvero una visione preziosa per capire meglio ed acquisire una più precisa conoscenza di quel che il regime nazista fu nelle sue radici ideologiche, troppo spesso ridotte a un generico “fascismo” (che fu cosa ben definita e tutta italiana, con sue specifiche criticità) o ad un autoritarismo di destra, perdendosi invece il carattere quasi mistico e millenaristico che lo contraddistinse, rendendolo un fenomeno unico e terrificante nella sua macabra identità ideologica.
Una identità chiaramente anti europea ed anti cristiana. Aspetto che va detto chiaro e tondo, senza alcuna ombra e mistificante semplificazione.
Riproponiamo il documentario nella sua visione integrale dal sito Daily motion in questi due link.
Silence è un capolavoro. Due ore e quaranta incollati allo schermo, senza accorgersi del tempo che passa. Un alternarsi di immagini e volti che scavano nell’anima. Perché nel film non solo é immortalata la storia dei padri Gesuiti in missione nel Giappone del 1600 e quella del loro popolo – commovente per dignità e statura, nella semplicità e devastazione delle persecuzioni – ma la storia di ognuno di noi. Di ogni spettatore.
Protagonista del film, infatti, é il traditore Kichijiro, fedele fino all’ultimo e traditore fino all’ultimo. Lui, così spregevole, è l’immagine dell’uomo nella sua più profonda e terribile verità. Così, la vita di ogni personaggio del film è sempre sul filo della caduta, del non saper che fare e che scegliere, del non sapere dove sia il bene e il male, del vuoto che sembra sostituire il pieno che Dio ha promesso e lasciato intuire con inaudita certezza.
Si parla del dramma di ogni uomo impegnato seriamente con la propria esistenza.
Lo spettatore, dunque, anche colui che non sperimenti una vita cristiana, si trova pienamente espresso in quelle pur lontane situazioni. E ne prova un fascino infinito.
Raramente mi é capitato di vedere un film più mio, più espressione del dramma della mia e nostra esistenza. D’altro canto la persecuzione, così crudamente descritta, é il nostro futuro, e forse anche un po’ il nostro presente. Ma su questo torneremo a parlarne più innanzi.
Occorre affrettarsi al cinema, per non perdere questa straordinaria metafora della vita che, non a
Padre Spadaro, a destra, e Martin Scorsese mentre dialogano intorno al film Silence. Nell’intervista Scorsese racconta come questo film sia stato una Grazia per lui
Provo a costringere l’infinita gamma di sfumature e di spunti che il film suscita in alcuni pochi passaggi che mi sembra meritino di non essere perduti e che credo siano decisivi per l’uomo di oggi.
Occorre dire che, così come amici mi hanno saggiamente consigliato, è decisamente opportuno lasciarsi perturbare privi di qualsiasi condizionamento dal film, nella sua inquietante e fascinosa “ambivalenza” (così la croce pare a noi, “cristiani da pasticceria” – parole del papa che mi ha ricordato un’altra amica dopo la visione del film). Per questo è consigliabile non leggere le pagine che seguono, se si è prossimi a vedere il film. Una volta visto il film è interessante il confronto, assai più che con queste parole, con la breve ed efficace recensione di Autieri, per le chiavi di lettura suggerite, e con un bell’articolo sulla rivista mensile Tracce (articolo purtroppo non disponibile online) per i riferimenti alla storia della chiesa in Giappone, di un tempo e di oggi, espressi intervistando il gesuita De Luca. Uma chiesa, come egli dice “che si mantenne viva, segretamente, benché non ci fossero né chiese, né preti”. Saranno i missionari francesi, nell’Ottocento, a scoprire le comunità segrete dei kakure kirishitan (“cristiani nascosti”). Uno sguardo alla storia della Chiesa cattolica in Giappone, anche solo sulla consueta wikipedia, è decisamente interessante.
Proviamo allora a fissare alcuni punti, consapevoli che potrebbero essere infiniti…
1) Dio parla nel silenzio. É notevole come il protagonista del film sia il cuore dell’uomo di ogni tempo. Un cuore che desidera l’infinito e che lo tradisce ad ogni passo. L’abiura non é solo quella continuativa di Kichijiro, o di padre Ferreira, o degli altri padri. Ma é anche quella di chi, come padre Garupe, inizialmente identifica con la forma del martirio la propria fede, ridotta a rabbioso tentativo di coerenza. Una riduzione che nasce dalla fragilità di padre Garupe rispetto al più sereno e “forte” padre Rodriguez, che tuttavia, in una sorta di ribaltamento di posizioni, subirà anch’egli prove impossibili per un uomo. L’amore, pacato e sofferto, per quella gente -corpo di Cristo, chiesa nascente- di padre Rodriguez é esemplare e supera perfino la “forma” del martirio, suggerendo perfino ai kirishitan di accettare la formale abiura, mentre Garrupe, rabbioso e disperato, grida che non abiurino. La fede non ha forme predefinite. Nemmeno la forma suprema: il martirio.
2) E tuttavia è evidente che il progetto di potere dell’inquisitore giapponese è quello di estirpare nell’uomo qualsiasi speranza, spingendo all’accettazione di una natura che sembra non risparmiare l’orrido orizzonte della morte ad ogni uomo (come attesta il vecchierel bianco di leopardiana memoria ). L’inquisitore afferma, con cinico distacco, che in Giappone non può crescere nulla di nuovo, che non vale la pena portare una fede per cui le persone saranno destinate a dare la vita, che nella palude di quella tera nulla può mettere radice. Anche la chiesa nascente, pur ricca e feconda (300mila persona in pochi decenni) sarà fatta scomparire.
L’inquisitore
È una cultura della morte, ma ordinata e dotata di un senso compiuto, circolare, che non si apre a nulla nel rischio che spezzi il ciclo della natura. Il Cristianesimo deve sparire perché accende la speranza di rompere questo cerchio e dunque è ancor più pericoloso di Portoghesi, Spagnoli, Olandesi, con i loro interessi economici. Il potere comprende che deve distruggere quel principio di speranza, se vuol mantenere se stesso così inossidabile e rassicurante, capace di organizzare la disperazione.
3) È incredibile l’efficacia della raffigurazione dei padri dopo l’abiura. Non c’è traccia di umanità nei loro volti e nelle loro parole. Freddi, distaccati. Anche infervorati nel difendere le proprie posizioni ma sfuggenti negli sguardi. L’abiura é terribile, costringe l’uomo a soffocare se stesso, ovvero il desiderio più autentico del proprio cuore, acceso dalla fede cristiana. È una forma di martirio essa stessa. Fiorisce il corpo, ripulito, disteso, e nei volti non c’è più alcun dramma. Ma l’io è morto.
4) Eppure il cuore dell’uomo grida, afferma, quel Dio tradito e, al di là di ogni situazione, Dio parla, opera, pur misteriosamente e nell’apparente sconfitta. Padre Ferreira (nella verità storica poi si ricrede e viene accolto nuovamente tra i Gesuiti) nomina inavvertitamente il nome di Dio. Se ne avvede padre Rodriguez, ma lui nega. Anche l’abiura, il tradimento e la zelante opera di collaborazione con l’inquisitore giapponese, scientificamente alimentata da una impeccabile strategia da parte del potere, non riesce a cancellare l’azione misericordiosa di Dio, resa particolarmente vivida e presente dal desiderio di pentimento da parte del peccatore Kichijiro. Malgrado l’abiura e la nuova vita padre Rodriguez resta padre, è “costretto” ad essere padre.
Scorsese con papa Francesco
E Scorsese ha voluto aggiungere al libro da cui il film è tratto (il romanzo di Shusako Endo, che Scorsese ha letto nel 1988 e che ha scavato nella sua vita) una sorpresa sconcertante, proprio nella scena che descrive la fine dell’esistenza di padre Rodriguez. Una geniale aggiunta di Scorsese che conferma le parole già da espresse da Rodriguez , “nel silenzio ho sentito la tua voce”.
É misterioso e vertiginoso come Dio possa parlare anche nel fondo del peccato e del tradimento, nell’oscurità della Sua sconfitta. Ma non é forse questa la fede cristiana nella sua intima essenza, quella fede invincibile per il mondo, ovvero la fede nella croce? La “pace che il mondo irride ma che rapir non può?” (Manzoni).
La certezza che nulla è abbandonato – neppure l’abbandono più terribile e infamante – dall’abbraccio di Dio è il grande tema che il film ripropone (senza la pretesa di essere un impeccabile trattato teologico) e che oggi ci conviene guardare con grande attenzione.
Si aprono tempi, infatti, in cui sarà chiesto ad ognuno di prendere posizione a fronte di una società in cui tutto, ma proprio tutto, è contro il cristianesimo. Non ci saranno, presumiamo, le fantasiose torture giapponesi. Tuttavia una forma di ostracismo e rinuncia a pezzi di potere, a pezzi di prestigio sociale, in nome della fede – nuda, pura – già è richiesta oggi. E continuamente la Chiesa sta richiamando la giusta battaglia per il cristiano di oggi, correggendo sottolineature sciagurate che vanno in direzioni apparentemente ragionevoli. In tal senso è sufficiente rileggere le Ultime conversazioni di Benedetto XVI, dove il papa emerito si dichiara preoccupato non per il calo di fedeli o di vocazioni, ma per la perdita della fede.
Ma cosa è questa fede, questo unico punto che conta per la chiesa universale? Non forme predefinite (né intimistiche, né di militanza esteriore), ma il riconoscimento (fisico, reale, in luoghi che aiutino tale coscienza) del Dio che ci abbraccia ora e sempre, e dunque la possibilità di una vita nuova da subito, anche nella più devastata e lontana situazione che possiamo vivere. Anche in questo inferno interiore di cui siamo terribilmente protagonisti e artefici noi uomini dell’Europa del XXI secolo. Un inferno che, per certi aspetti, ha poco da invidiare alla vita di fango e di stenti dei kirishitan giapponesi del 1.600.
È veramente poco interessante, come sostiene Renato Farina su il Giornale, la discussione sui media relativa ai presunti o reali “nuovi corsi” di CL (“Non ho nessuna voglia di spiegare la nuova pelle e ripetere le vecchie palle su Cl”). Ciò che manca in questi dibattiti – interni o esterni che siano – è quanto lo stesso Farina ricorda alla fine del suo pezzo (“Polemiche mediatiche ogni volta diverse, ma qui è il posto dove si rinnova l’unica domanda seria: che cosa vogliamo farne della nostra vita?”). Fuori di questo semplice riconoscimento vi è ideologia, ovvero la sostituzione alla realtà di proprie interpretazioni riduttive, generalmente legate a un progetto o un interesse specifico. Un esercizio quanto mai comune, purtroppo, e decisamente anti giussaniano.
Chiarito ciò e superate le polemiche da mercato rionale (anche se targate Repubblica), così come quelle su presunte modalità migliori di affrontare problemi di complessità geopolitica irrisolta da mezzo secolo (vedi crisi di Cuba), si può tornare a parlare di un Meeting che in tanti hanno definito tra i più belli di sempre per ricchezza di spunti e di proposta.
Provo semplicemente a raccontare il “mio Meeting” come ho sempre fatto, fin da quando scrivevo per La Voce, senza alcuna pretesa ovviamente di interpretare il “messaggio del Meeting” (se mai vi è un qualcosa di simile).
Parto dalla testimonianza del 19 agosto di monsignor Camillo Ballin, Vicario apostolico dell’Arabia del Nord, durante l’incontro Vivere da cristiani. Il vescovo ha chiarito come si possa vivere e affermare che l’altro è un bene anche in una condizione difficilissima e di grandi limitazioni di azione. È la risposta ad una domanda che in tanti prima del Meeting avevano: come si può dire “tu sei un bene per me”, quando l’altro non ti sopporta, non ti vuole, agisce per sopprimerti?
Mons. Ballin dichiara di “non aver mai convertito nessuno” (ha raccontato che i pochi che, arabi, avevano chiesto di battezzarsi erano in realtà spie mandate dal governo per farlo cadere in trappola, e ha ricordato che chi abbandona l’Islam in quei paesi è destinato alla morte -), ma ha testimoniato una fede interamente vissuta e ha definito la loro terra come una terra ricca poiché “noi mandiamo nei vari paesi del mondo una ricchezza molto più grande dell’esportazione del petrolio, mandiamo discepoli di Gesù Cristo” (ndr: cliccando su questi link si rimanda alla posizione esatta del video. In questo caso, mons. Ballin prosegue fino a commuoversi mentre racconta quanto grande sia la sua gioia allorché incontra in quelle terre un cristiano che riesce a testimoniare con la propria vita la bellezza della fede). Una posizione, quella del prelato, che (senza nascondere alcun problema e negare le necessarie azioni) spazza via ogni tentazione di contrapposizione e di polemica, -o di lamento -, per affermare un positivo possibile dasubito e per giunta con chi è nemico.
È proprio la testimonianza dei cristiani sofferenti per la propria fede nel mondo a guidare, già da anno scorso, la posizione da tenersi nei confronti dell’Islam ma anche nei confronti delle sfide che si vanno aprendo su tutto il mondo. Ed è la posizione di chi vive, con una tenacia che ha dell’incredibile, la speranza della fede in maniera incrollabile.
Prima di giungere all’esplicitazione più diretta del tema del Meeting, facciamo un rapido passaggio sull’incontro, sempre del 19 agosto, che aveva a tema i rapporti di Guardini e Giussani con la modernità. Sono interessanti, infatti, alcuni chiarimenti di argomenti che non possono essere ridotti a mito, come purtroppo, ascoltando alcuni dibattiti recenti, pare accadere. Ci riferiamo alla banalizzazione e idolatria di un’età stupenda come il Medio Evo – (vedi quanto afferma qui Borghesi) – che merita la considerazione e l’analisi articolata della storia e non di una vulgata di segno uguale ed opposto rispetto a quella illuministica.
L’incontro sul tema del Meeting, ricco di riferimenti personali e con una toccante conclusione, è con lo scrittore Luca Doninelli, tema chiarito però in maniera rapida ed estremamente efficace anche dalla docente russa Tat’jana Kasatkina, Direttore del Dipartimento di Teoria della Letteratura presso l’Accademia Russa delle Scienze, la quale, esplicando il tema del Meeting rispetto alla letteratura (l’incontro era La Vita Viva. Leggendo gli “Scritti dal Sottosuolo” di Dostoevskij) ha chiarito la dinamica dell’altro come essenziale per il respiro dell’io. In un successivo incontro informale, la Kasatkina ha offerto una sorta di fondazione teoretica di questa affermazione. Ha specificato che l’uomo, in quanto uomo, non vive del suo istinto ma della libertà. Tuttavia vivere nella libertà risulta difficile, scomodo, disagevole. Pertanto ecco affiorare la necessità di sostituire l’istinto con parametri di comportamento fissi, regole morali o modelli culturali che determinano sé e la società. In questo modo però si disperde nuovamente la libertà (ciò che vi è di più autenticamente umano), accomodata in consueti schemi, ripetuti meccanicamente. Ciò da cui ci si era liberati, la rigidità meccanica dell’istinto, torna in forma diversa. L’altro, dunque, con la sua forza dirompente, è l’opportunità del rifiorire della libertà. L’altro, con cui entro in scontro, mi obbliga al cambiamento, sempre scompagina le mie misure, ed è l’ occasione per recuperare la dimensione della libertà, della scelta, del mettersi in gioco. Ovvero la dimensione autentica dell’io. Una dimensione sempre drammatica e che Dostoevskij descrive persino come infernale. Durante l’incontro su Dostoevskij, la Kasatkina aveva magistralmente delineato la dialettica dell’io e dell’altro, a questo punto dell’incontro fino alla conclusione (5 minuti), punto complesso e tutto da meditare, che ci porta completamente all’interno della famosa frase evangelica “ama il tuo nemico”.
Non difficile dunque comprendere perché l’intervento di Antonio Spadaro, che ha descritto la geopolitica del papa, intesa come geopolitica della Misericordia, risulti centrale, e programmatica, in più di un passaggio. Spadaro, che ha candidamente confessato che “le cose che dico non le ho ancora capite” e il cui intervento merita molteplici analisi, ha parlato di superamento del Costantinismo, ovvero la grande utopia di costruire il Regno di Dio sulla terra, propria poi di tutto il Medio Evo, ma anche di tante forme di presenza dei cattolici nella società fino all’altro ieri (il suo riferimento è stato al “partito” dei cattolici). È questo il passaggio più delicato e che sicuramente farà più discutere, ma la precisazione di queste affermazioni e la riflessione che seguirà nei prossimi mesi saranno sicuramente decisivi per tutta la Chiesa e la società intera.
In questi passaggi, qui sommariamente delineati, si avverte la presenza del respiro della storia, di prospettive cioè che si vanno aprendo a dimensioni, universali, tali da abbracciare l’umanità intera. È la stessa vibrazione che, nell’incontro con don Giussani, ha generato quel cordone ombelicale che ci lega al mondo e che a sua volta ha fatto nascere il Meeting.
Dove porti questa dimensione di cambiamento epocale non lo sappiamo. Certamente sarebbe folle non accettare la sfida che abbiamo di fronte, in nome di una presunta fedeltà al movimento, individuata in certe forme e in certi temi, quando in questi 60 anni siamo stati capaci di una crescita e maturazione impressionante, attraversando fasi tra loro decisamente eterogenee.
Se è vero, come tutti ammettiamo e gli ultimi papi incessantemente hanno ripetuto, che siamo non “in una epoca della crisi, ma all’interno della crisi di un’epoca”, non possiamo rimanere fermi, pena l’afonia, ovvero l’incapacità di parlare all’uomo di oggi, oppure pena il destino di costruire un piccolo residuo della storia, destinato a tradire la vocazione “cattolica” (universale) dell’incontro con Cristo.
Non son certo queste le “minoranze creative”, di cui si parlava qualche anno fa…
Ed è proprio il papa, che CL convintamente segue, che indica l’unica realtà capace di “tenere” di fronte a questa situazione drammatica: l’esperienza di Cristo, presente in una comunità umana prossima e visibile, e che si manifesta in una sorta di abbraccio, come ascoltiamo ripetere incessantemente sia dal papa che da CL.
Cristo: una presenza “altra” che rigenera la vita.
Ma questo non è ciò che sempre ci ha detto don Giussani?
Ha fatto scalpore, conquistando le pagine dei quotidiani locali, nazionali e persino di alcuni telegiornali il video di Repubblica dove una signora dello stand dell’editrice Shalom, ospite al Meeting, confusamente e ripetendo frasi di una ingenuità imbarazzante, afferma di avere avuto indicazione di coprire la statua della Madonna. Motivo? “Sa con tutto quello che succede. Loro (gli islamici) hanno in odio la Madonna (sic!). Quindi per evitare l’abbiamo dovuto coprire”). E poi un eloquio confuso, frutto solo di tanta ingenuità (basti pensare all’affermazione “vado a consolare la Madonnina perché soffre”). Ovviamente il Meeting ha immediatamente smentito che un proprio responsabile abbia dato questa indicazione.
Chi non è ingenuo ma dotato di ben altri sentimenti è il giornalista di Repubblica, Francesco Gilioli, che così scrive a commento del video.
Lo stand della casa editrice “Shalom” è uno dei punti fermi del Meeting di Rimini. Oltre alle pubblicazioni religiose, propone ai visitatori gadget, oggetti sacri, rosari e poster. Ma quest’anno non c’è spazio per la madonna. “Siamo stati costretti a coprire la statua della Vergine – spiega la responsabile dello stand – per non offendere le altre religioni”.
di Francesco Gilioli
Questa non notizia ha generato una diffusione mediatica spropositata, che è giunta alle orecchie delle persone normali e un po’ distratte, le quali ne escono con un preciso giudizio: “anche al Meeting hanno paura dell’Islam, sono sottomessi (come hanno espressamente titolato o commentato alcuni media).” Un giudizio in cui sono caduti anche alcuni prelati. Va detto che c’è chi ha capito l’impossibilità della vicenda come il vescovo di Palestrina (“… loro passano per coraggiosi, ci mancherebbe. (…) “Non penso sia una sottomissione, non credo dai, non mi sembra una cosa che possa far pensare a una sottomissione”),il quale però di fronte al racconto così diretto tentenna. Altri ne hanno fatto invece cavallo di battaglia per loro letture personali sul Meeting e sulla Chiesa. In una parrocchia di San Leo la “notizia” è stata commentata davanti ai fedeli, al momento degli avvisi, con frasi irripetibili. Il Meeting sarebbe luogo demoniaco, secondo il mal informato (e poco accorto) sacerdote. (Fonti dirette di diversi presenti alla funzione).
A cascata ognuno procede secondo i suoi “tiramenti” (per dirla alla Guccini) che però sui mass media sono ben organizzati e orientati.
Andiamo a vedere come stanno le cose.
Il Meeting è sottomesso all’Islam? In nome del dialogo, il movimento più significativo, come presenza esterna – in uscita, direbbe papa Francesco – della Chiesa italiana sarebbe disposto a disperdere la propria identità (per timore, vantaggio, misteriose motivazioni)?
Partiamo dalle impressionanti imprecisioni, sicuramente non casuali, compiute (con perizia) da Repubblica. In primo luogo lo stand di Shalom è accolto da anni dal Meeting ma non è certo uno dei punti fermi. È uno dei tanti stand cattolici che il Meeting accoglie (certamente non a gratis). Lo stesso dicasi per Radio Maria o l’Università Cattolica, o altre realtà associative. Sono da tempo presenti al Meeting ma non certo “punti fermi”. Ma soprattutto è curioso che il giornalista, non si sia sentito in dovere di capire come mai la signora motivi il velo sulla statua così: “per non offendere le altre religioni”. Il giornalista, entrando in fiera, infatti, avrà sicuramente visto cosa c’è al Meeting (vedi il nostro piccolo viaggio fotografico più sotto). Delle due l’una. O non ha visto oppure non ha voluto vedere. Non solo. Ognuno ben sa che Maria è oggetto di culto anche per l’Islam (vedi sempre sotto) e che dunque non è un simbolo di distanza tra le due religioni. Eppure il giornalista non ha posto alcuna obiezione su questo alla signora. Si sarebbe messo in luce come tutta questa storia, risulti un clamoroso equivoco o fraintendimento. Un video davvero imbarazzante per una testata come Repubblica.
D’altro canto non è la prima volta che vengono utilizzati stand ospiti del Meeting per creare polemiche del tutto pretestuose contro gli organizzatori, generando non poca confusione. Ricordate le domande fatte alla standista dello spazio che la fiera riserva al casinò di San Marino, alla quale un giornalista chiedeva se per i cattolici dunque il denaro non fosse più lo sterco del demonio? Il giornalista lo chiedeva a lei, standista del casinò, trattandola come una volontaria del Meeting. E la bella standista, impacciata, rispondeva pure. Obiettivo ovvio: far fare una figura imbelle al Meeting.
Ma, lasciando questi esempi di giornalismo spazzatura, chiediamoci: cosa c’è realmente al Meeting? C’è sottomissione all’Islam o a un’idea di dialogo che lede la propria identità di cristiani? (si badi che questa tesi è portata avanti anche da persone che dovrebbero pur conoscere questa realtà -dovrebbero anche esserne grati, peraltro -, ma sua questo torneremo indubbiamente con altri articoli).
Facciamo una piccola passeggiata, per la fiera. È domenica, due giorni dopo il “fattaccio”.
La mattina c’è la Messa, che non è celebrata fuori dalla fiera, in luoghi nascosti e lontani da quello spazio dove sono “presenti tante religioni” (cit. dal video) ma nel salone principale e in collegamento con i video sparsi per la fiera. Sopra l’altare impera il crocifisso.
Naturalmente in fiera la Messa è celebrata per intero con Eucarestia e tutto il resto. A celebrare la Messa il vescovo della diocesi, mons. Lambiasi (e la paura di offendere le altre religioni?)
Finita la Messa comincio a girare per gli stand. Come ogni anno l’impatto visivo è molto sobrio, non vi è stata mai ostentazione di simboli religiosi. Quelli che ci sono, sono funzionali al messaggio che si vuole portare, un messaggio ben chiaro e allo tesso tempo aperto a tutti.
Incontriamo la mostra sui migranti, che termina con la croce di Lampedusa, ben visibile dall’esterno (per nulla reclusa dentro la mostra).
Qui accade un fatto curioso. Osservo in uno spazio per incontri ai lati di questa mostra, una notevole folla attorno a due relatori. È un incontro improvvisato. Uno è il prof. Gianni Mereghetti (nella foto con la maglia del Meeting, color magenta), uno dei responsabili di GS, gli studenti di CL. L’altro è Farad Bithani, islamico afgano, da tempo residente in Italia. Ha vissuto l’infanzia tra le atrocità del regime dei Talebani e credeva, sulla base dei loro insegnamenti. che il cristiano e l’occidentale fossero il nemico da uccidere. Poi arrivato in Italia qualcosa cambia.
Conoscevo la sua storia e incuriosito per questo estemporaneo incontro mi avvicino.
Ascolto alcune sue parole. Racconta come, girando per conferenze tra i giovani in Italia per narrare la sua storia (di cui esiste anche un libro), abbia incontrato tanti ragazzi che sono stati aiutati dalle sue parole a riscoprire il cristianesimo. Racconta in particolare di un giovane che aveva ripreso a frequentare i sacramenti. Racconta poi che lui, nell’incontro (che definisce commovente per accoglienza e fraternità) con famiglie cristiane italiane, abbia potuto purificare e approfondire la sua fede islamica, comprendendo le distanze da quella educazione iniziale violenta. Non solo. Parlando degli elementi comuni tra Islam e Cristianesimo, cita Maria affermando che per un Islamico non si può parlare di Maria senza l’appellativo di Santa. (E allora la storia del velo dello stand Shalom?)
Il viaggio si fa sempre più interessante.
Ma proseguiamo rapidamente. A pochi passi dallo stand di Shalom, quello da cui tutto è partito, vi è lo stand di Tracce, in cui si vedono foto del papa, di preghiere cristiane, copertine con la figura di Cristo.
Procedendo, troviamo lo stand dedicato alle reliquie di Santa Teresa di Lisieux.
Poco più in là abbiamo lo stand di Radio Maria. Nome omen, ma ci sono anche le immagini della Vergine. Lì, belle tranquille, in evidenza sul corridoio laterale e centrale.
Lungo il corridoio centrale, incrociamo “Tessere la tua lode”. Il logo della mostra presenta la croce, ben evidente.
Una delle mostre principali è su Madre Teresa, suora, di cui si approfondisce il messaggio di fede.
E chissà se qualche islamico si possa sentire irritato dalla presenza dell’Università Cattolica! Anche questo è un “punto fermo” del Meeting!
La mostra sulla Georgia è incentrata sulle croci (simbolo determinante la loro arte). All’esterno, un bel dipinto, in piena vista, di un angelo.
La figura di Cristo è presente anche in stand per ragazzi, ben visibili dal corridoio centrale della fiera.
E che dire di queste mosse su crocifissi, certamente non nascoste e occultate?
Insomma, ecco come la non notizia del video (un clamoroso equivoco su cui ho versioni molto più semplici, che però non mi interessa certo approfondire – ho pure una mia idea personale-) abbia generato giudizi, considerazioni, certezze che non trovano alcun riscontro con quanto accade in fiera in questa settimana.
A questo punto permettete una considerazione. A chi inganna lettori e ascoltatori, non ho nulla da dire. A chi prende spunto da questo fatto (a questo punto dico, indotto?) per definire il Meeting come “buco del deretano del demonio” (è stato detto anche questo!), dico che farebbe bene a rispettare un luogo che è sintesi di dialogo e identitàda sempre, un luogo che risulta essere ancora una volta una sorgente di vita (ma guardatele le persone giovani e meno giovani lì presenti!) e che, quand’anche si fosse in disaccordo su qualche o molte opinioni, solo il demonio può odiare.
In questo Meeting 2016 c’è un punto chiaro che non deve essere confuso, in mezzo a letture superficiali o addirittura tendenziose. Letture che è destino vengano riproposte a Rimini a fine agosto, ogni anno, in gran copia, fin dalle prime edizioni. Polemiche che passano come un soffio, mentre quel che resta è l’evento che si riproduce in fiera ogni anno e che continua a determinare una prospettiva di novità unica nel panorama culturale italiano e internazionale. Qualsiasi polemica che non riconosca questo dato originario (la natura sorprendente ed esuberante del Meeting) è destinata a rimanere superficiale ed epidermica.
Lo ha ben capito, comprendendo anche ciò che non si può capire dall’esterno e rispettando questo orizzonte non definibile, Dario Di Vico sul Corriere della Sera. Il “cambiamento di pelle” del movimento di CL e del Meeting nasconde in realtà una profonda continuità, che Di Vico, giustamente, dichiara non facile da definire e descrivere per un cronista, ma che egli stesso rispetta e legge come un percorso fedele alla Chiesa e al desiderio di Giussani di accettare le sfide del presente. Sorprende invece come non sia compresa da alcuni tra le vecchie generazioni di Cl, che si lasciano andare ad isteriche reazioni sul web, non degne del carattere realistico e virile che da sempre il movimento ha insegnato ai suoi aderenti.
Quella continuità, elemento di così difficile comprensione dall’esterno (ma anche l’elemento più interessante per tutti coloro che al Meeting vi abbiano fisicamente messo piede), è il cuore della questione. Si tratta del Cristianesimo inteso come compagnia presente di Cristo all’uomo (nell’ora e nell’istante), che don Gius ha sempre richiamato (e che qui viene ripreso persino, ad esempio, nel quarto video della mostra sui 70 anni della Repubblica).
In realtà è come se tante persone aderenti al movimento dovessero ancora “vedere” il cuore del movimento stesso, essendosi fermati ad alcuni aspetti, a modelli e schemi, 25 anni fa rilevanti e validi, ma che oggi ovviamente non tengono più (e che anche allora risultavano troppo poco per don Gius, sempre pronto a rilanciare e richiamare oltre). Cambiati i tempi, cambiano le risposte. Unica risposta che non cambia è Cristo, ma questi non è una formula, una modalità, una determinazione culturale. È una presenza viva, ora e oggi. E questa presenza, nel movimento di CL, come nella Chiesa intera, è più che mai operante.
La necessità di chiarificare il senso di vecchie e nuove battaglie, e di capire dunque più a fondo la proposta di don Giussani – irriducibile ad una interpretazione (Carron non interpreta Giussani, ma lo segue, potremmo dire, sine glossa) –, è emersa con forza durante l’incontro Romano Guardini e Luigi Giussani in dialogo con la modernità, che ho commentato sinteticamente per il Quotidiano Meeting di sabato a pag 11 (commento che qui potete leggere).
Gli interventi hanno messo in luce come Guardini e Giussani abbiano intuito, forti della consapevolezza che Cristo – logos della realtà, centro del cosmo e della storia – è una presenza personale, viva, incarnata nell’unità dei credenti e non in discorsi o interpretazioni etico-dottrinarie, la pertinenza della sfida della modernità per un incremento della fede (e dunque dell’umano). Di fronte all’indifferenza della cultura o delle persone del proprio tempo, entrambi hanno proposto Cristo stesso, denudato da tutti gli orpelli inessenziali, liberi da ogni forma precostituita, forti solo dell’esperienza di Lui. Nel caso di Giussani ne è nato un movimento capace di attraversare per intero la storia e che oggi ritrova ancora una volta se stesso, liberandosi da vecchie battaglie per intraprenderne nuove.
A riprova di questa “complessità e semplicità” di comprensione su cosa sia il movimento (e il cristianesimo), possiamo prendere un passaggio dell’articolo del Corriere della Sera che implica il tema stesso del Meeting 2016. Il giornalista vede in questa edizione una sostituzione della presenza dell’ “io”, in favore di quella del “tu” e ciò viene letto ovviamente come una novità di Carron. Ma il cuore di quanto detto da don Giussani da sempre (fulcro della sua lezione sull’uomo) è proprio che la consistenza dell’io è in un Tu. Dunque la sottolineatura di quel Tu, che prende forma nella realtà, ed oggi secondo connotati così “altri” (profughi, Islam, pensiero laico, politica del compromesso, ecc.), è la più grande novità, ma anche la più grande continuità, di questo Meeting che, come abbiamo già scritto, ritrova pienamente se stesso (meeting per l’amicizia fra i popoli).
Esito di questo cammino è il ritrovarsi mai soli, ma il moltiplicarsi di incontri significativi con tutti (altra costante del Meeting). Al contrario una fossilizzazione di temi e consuetudini porta all’arroccamento su di una cittadella destinata a morire del suo stesso respiro.
L’esperienza del Meeting, come quella di don Giussani fin dai primi tempi al Berchet, è al contrario quella di scoprire di non camminare mai soli, ma di possedere un cordone ombelicale che ci lega al mondo intero.
In questa situazione di confusione nazionale e internazionale, il Meeting di Rimini ancora una volta propone una miriade di incontri in cui si testimoniano pezzetti di realtà e di cultura che attestano che vivere, e non solo sopravvivere, è possibile.
Da quando è nato le polemiche non sono mai mancate e sono giunte da una miriade di fronti, interni ed esterni. Chi ama vivere sui media rimane fermo a questi dibattiti, generalmente di basso respiro. Ma da quando è nato, chi vi ha partecipato ha visto altro. Appunto, ha visto che vivere è possibile.
In particolare in questa edizione il Meeting esplicita anche nel titolo, Tu sei un bene per me, la sua dimensione originaria (ricordiamo che la denominazione dell’iniziativa riminese è Meeting per l’amicizia fra i popoli). Il programma, come al solito è densissimo e spazia sui vari ambiti dell’esistenza umana (dall’economia alla cultura, alle scienze, all’arte, fino giungere alla solidarietà, alla politica, all’ integrazione, ecc.).
Credo che per capire la novità che si rinnova ogni anno al Meeting, e che ancora una volta ci aspettiamo da dopodomani, sia assai utile leggere qui o visionare qui sotto l’intervista che Monica Mondo ha fatto per TV2000 a Giorgio Vittadini, in cui legge il Meeting 2016 a partire dalla sua esperienza personale, in particolare il suo rapporto con don Giussani.
Ma senza quei tratti unici e personali, che qui potete percepire, non si capirebbe il Meeting. Tratti personali che tutti coloro che al Meeting stanno lavorando o lo seguiranno con coinvolgimento personale possono riconoscere, tratti personali che posso rigenerarsi in chiunque, tra pochi giorni, frequenterà i padiglioni della fiera.
Tratti unici e personali, che non implicano necessarie “conversioni”. Al Meeting partecipano ebrei, islamici e cristiani, insieme a laici agnostici e anche atei.
In questa strana estate, che si macchia di sangue in maniera crescente, occorre forse riarticolare la profetica espressione di papa Francesco sul tempo odierno, già pronunciata nel 2014 e poi ripetuta più volte. Disse che siamo in guerra, una “guerra mondiale combattuta a pezzi”. Ora ce ne stiamo accorgendo tutti. Ma oggi scopriamo anche che questa guerra non è combattuta solo da organizzazioni terroristiche o di impronta totalitaria, quale l’ISIS (un totalitarismo che prende le forme dell’ islamismo radicale, ma che possiede assonanze impressionanti con quello marxista e nazista insieme), bensì dal vicino di casa, dall’immigrato dei sobborghi delle grandi città, oppure dai giovani bene che per un motivo o per l’altro si trovano in totale scontro con la nostra civiltà. Il collante dell’islamismo è ben presente, ma pesca da origini complesse e che ultimamente portano a un vuoto abissale, da cui l’uomo ha cercato sempre, maldestramente, di difendersi.
È la guerra del vicino di casa, di volo in aereo, di quartiere.
Ecco perché forse dovremmo chiamarla, guerra civile mondiale. Non per toglierle il suo significato geopolitico, ma semmai per indicare il carattere interno all’Occidente di questo conflitto assurdo, così come sono state d’altro canto definite anche le due guerre mondiali (vedi il saggio E. Nolte La guerra civile europea. 1917-1945 – Nazionalsocialismo e bolscevismo).
Vi è anche un altro motivo per cui sembra opportuno utilizzare questa denominazione.
Il secondo motivo è adombrato nelle parole di ieri del papa in prossimità della GMG che si tiene oggi e nel prossimo fine settimana con milioni di ragazzi a Cracovia. Così si è espresso: “Circa quello che chiedeva padre Lombardi, si parla tanto di sicurezza, ma la vera parola è guerra. Il mondo è in guerra a pezzi: c’è stata la guerra del 1914 con i suoi metodi, poi la guerra del ’39-’45, l’altra grande guerra nel mondo, e adesso c’è questa. Non è tanto organica forse, organizzata sì non organica, dico, ma è guerra. Questo santo sacerdote è morto proprio nel momento in cui offriva la preghiera per la chiesa (il giornale La Notizia scrive “per la pace”, ma le due preghiere coincidono – ndr), ma quanti, quanti cristiani, quanti di questi innocenti, quanti bambini vengono uccisi. Pensiamo alla Nigeria – ha esortato – ‘ma quella è l’Africa’. No, è guerra, non abbiamo paura di dire questa verità: il mondo è in guerra perché ha perso la pace.” (cit. da Ansa)
Lo stesso aveva detto padre Ibrhaim a Rimini (vedi il filmato della conferenza assolutamente attuale) denunciando anche, con candore francescano ma senza mezzi termini, le responsabilità degli USA e dell’Europa, fino ad esprimersi “le vostre tasse, una parte di questi soldi finisce nella mani dell’ISIS”. (Padre Ibrahim poi, al minuto 6 e 30 circa, nega la denominazione di guerra civile, ma per allargarne l’orizzonte a più Stati, intendendo che ciò che succede ad Aleppo non è solo guerra civile interna ma guerra tra più potenze. Noi qui confermiamo l’orizzonte mondiale, ma intendiamo dire che è “guerra civile” per la sua capillarità e quotidianità. Dunque è una guerra mondiale, ma civile, ovvero fatta anche da semplici cittadini, spesso sbandati o problematici, cellule indipendenti e autonome che rendono capillare e ancor più devastante l’impatto psicologico sull’Occidente).
Insomma: il pericolo viene dal vicino di casa e dall’ipocrisia dei potenti, che utilizzano un forma ideologica di Islam che, come andiamo da tempo ripetendo, nel suo insieme deve crescere, approfondirsi e chiarirsi.
Non è questa dunque una guerra civile, che prende forme polivalenti e che si maschera dietro a motivazioni religiose? (vedi sempre papa Francesco ieri)
Di fronte a questa situazione, del tutto nuova e di cui realisticamente siamo chiamati a prendere atto, ci sono due atteggiamenti del tutto errati, seppure contrapposti.
All’indomani del terribile attentato ad Orlando dell’ 11-12 giugno, all’interno di un noto locale gay, i richiami de Il Foglio ad identificare l’evento quale una espressione di terrorismo islamico, a fronte del tentativo invece di deviare l’attenzione sul problema dell’abuso delle armi nel paese oppure verso il problema dell’omofobia, erano giusti (perché si sono udite parole, anche nel discorso di Obama, del tutto fuorvianti) ma insufficienti, come poi ha dimostrato lo svelarsi dell’identità dell’attentatore, decisamente complessa e tutta da decifrare (omosessuale egli stesso e così riconosciuto da compagni di gioventù, poco religioso, frequentatore del locale fino a poco prima e di recente avvicinatosi ad un Imam radicale). All’ analisi del Foglio che definisce i fronti come nettamente contrapposti e dunque facilmente individuabili in due schieramenti che devono necessariamente fronteggiarsi in forme lineari, manca qualcosa che invece pare essenziale.
Allo stesso modo la reazione opposta, ben più grave perché decisamente tendenziosa ed espressione di uno degli elementi del male che ci attanaglia, de Il Fatto quotidiano, dimostra un’altra via del tutto errata. Il Fatto ha pubblicato il 13 giugno (stessa data dell’articolo de Il Foglio) un video di un’omelia di una sacerdote italiano, titolando «“Gli omosessuali meritano la morte”. L’omelia del parroco contro le unioni civili». Errata la pubblicazione, perché pubblicarla il giorno dopo gli eventi di Orlando (l’omelia era del 28 maggio, due settimane prima) non è certo una scelta neutra o per dovere di cronaca ma vuol far sorgere nel lettore questo giudizio: “vedete, i cristiani sono come gli islamici, fomentatori di violenza; il problema è eliminare ogni religione fonte di ogni regresso”.
Ma la questione si intreccia ancora di più in un intrigo di torti e ragioni, dove chi ha realmente torto (l’ideologia del nulla) trova ragioni per sostenersi in improbabili battaglie di civiltà (a proposito, questo fine settimana ci sarà il Gay Pride a Rimini. Tanto per gradire) in cui il nulla delle forme leggere leggere, prende in carico su di sé diritti e rispetto della persona, in una mescolanza di elementi in cui l’eterogenesi dei fini (e della nostra fine) la fa da padrona.
Infatti, occorre aver il coraggio (tutto cristiano) di dire che errati sono anche i toni dell’omelia che hanno permesso di titolare al Fatto in quel modo.
Un’operazione di menzogna, quella del Fatto Quotidiano, è indubbio.
Sia perché invece è intrinseco al cristianesimo la costruzione della pace, come in questo secolo XX e XXI sta emergendo sempre più chiaramente – in particolare grazie agli ultimi pontefici da Giovanni Paolo II in poi-, portando nuova giovinezza al fatto (avvenimento) cristiano (questo sì, veramente quotidiano e reale).
Sia perché quanto ha pubblicato il Fatto Quotidiano, nasce da un’assolutizzazione ed estrapolazione di una frase, a sua volta de-contestualizzata dal parroco e utilizzata da lui stesso in maniera piuttosto goffa e impropria.
Proviamo ad analizzare. Il Fatto titola virgolettando “gli omosessuali meritano la morte”, attribuendola al parroco (o a San Paolo, comunque al cristianesimo). Il parroco cita San Paolo che nella lettera ai Romani cap 1,26-ss. afferma “E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose -si parla di ogni deviazione sessuale, ndr – meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa”.Il Fatto gioca sporco, correlando la vicenda Orlando (data di pubblicazione), alle vicende Unioni di fatto e legge del governo Renzi, complice la verve del parroco, ed entrambi bypassano la necessità di contestualizzare e comprendere il significato di quel passo (ad esempio di quale morte si parla? Mai sentito parlare di “morte dell’anima” che riguarda ogni peccato? E che c’entra la morte di omosessuali per terrorismo con la morte dello spirito ovvero la dannazione eterna?).
Insomma il parroco ha ingenuamente steso un tappeto di velluto ai fomentatori del nulla, coloro che sta combattendo anche lui. E un video di tal genere è oggettivamente un’ottima arma per chi porta avanti alcune tesi (fede=violenza=terrorismo fondamentalista=omofobia=cattolicesimo, ecc. ecc.).
Ma questo passaggio deve far riflettere su quanto è in gioco oggi.
Da una parte vi sono i fautori del nichilismo che stracciano i principi secolari che hanno costruito questa nostra benedetta società, ancora riconosciuta come appetibile, e che di qui (dal cristianesimo e dal suo senso profondo della persona – che appunto è spirito e non solo istinto, vedi San Paolo-) è nata. Un nichilismo che si trova assai più vicino agli attentatori di quanto non appaia.
Dall’altra vi sono i cristiani che devono fare un passo, che sono chiamati ad essere più coraggiosi e consapevoli di ciò che portano. È quanto sollecita, con incredibile lucidità, papa Francesco.
Il coraggio dei cristiani oggi, infatti, non consta nell’alzare battaglie improbabili, pena l’essere simili al don Chisciotte di Cervantes, che si ritrova a combattere contro i mulini a vento. Il coraggio vero oggi, e che chiederà a qualcuno o a tanti il martirio, è il coraggio della personalizzazione della fede (Carron). È il coraggio di quanto ha comunicato padre Ibrahim, testimoniando ciò che sta facendo ad Aleppo. In mezzo alla guerra e all’Isis, attorniato da fedeli che andando a Messa rischiano la morte (letteralmente, e l’omicidio del sacerdote durante la Messa è un presagio fosco per l’Europa), padre Ibrahim costruisce. Semplicemente costruisce tutto quanto è umano e cristiano. Perché i due termini, lo si voglia ammettere oppure no, coincidono. Giovanni Paolo II nel 1983 in Università Cattolica a Milano disse “Tutto ciò che contrasta con quanto vi è di autenticamente umano, contrasta parimenti col cristianesimo. E, viceversa, un modo distorto di intendere e di realizzare i valori cristiani ostacola altrettanto lo sviluppo dei valori umani in tutta la loro pienezza. Nulla di genuinamente umano è chiuso al cristianesimo; nulla di autenticamente cristiano è lesivo dell’umano. Nel messaggio cristiano trova arricchimento, sviluppo, pieno chiarimento la genuina sapienza umana.”
Espressione (nulla di ciò che umano è contro Cristo, nulla di ciò che è autenticamente cristiano è contro l’uomo) che ascoltai, da studente, accovacciato nei chiostri della Cattolica e che, oltre a divenire un ricordo indelebile, è divenuto programma di studio, di lavoro e di vita.
In sostanza oggi è urgente la risposta alla domanda: cosa è il cristianesimo? Cosa ha di buono e vero dopo duemila anni? Credo non sia facile desumerlo dalle parole di quella omelia. Certamente vanno evitati i duplici errori, di cui sopra.
Interessante poi vedere come l’intuizione della GMG sia già presente in quel discorso di Giovanni Paolo II a Milano, quando uscendo salutò gli studenti.
“Miei carissimi studenti, vi ringrazio per la vostra presenza, per la vostra solidarietà, una parola diventata direi internazionale, o almeno italiana (allora in tanti lì presenti avevamo foulard e spillette con la scritta Solidarnosc, come vicinanza agli operai polacchi che lottavano contro il regime comunista). La incontro nei diversi posti della vostra e nostra patria, l’Italia. Allora vi ringrazio per questa solidarietà, e poiché siamo già verso la fine del mese di maggio, vi auguro anche i successi possibili nelle prove che vi attendono, i cosiddetti esami. E vi lascio per il momento con la speranza di incontrarvi di nuovo, non so dove. Ma gli studenti, i giovani, si incontrano dappertutto. Dappertutto sono le università, dappertutto sono gli studenti, dappertutto sono i giovani e dappertutto è la speranza dell’avvenire” (qui il discorso integrale al corpo docente)
Di qui si riparte, per la costruzione della civiltà del nuovo Millennio. Non da polemiche vuote (esse stesse figlie del nichilismo), funzionali solo al “nemico”. Ma dalla speranza che risiede nella risposta al cuore dei giovani e dell’uomo, pieno di quel desiderio di infinito che ti porta ad uscire da te (dalle tue piccole o grandi idee) e a riconoscere che l’altro è un bene. Oggi, in un momento dove ci vogliono far credere che l’altro – anche il passeggero al tuo fianco o il passante in strada – sia un nemico, c’è bisogno urgente di questo riconoscimento.
Proseguendo la riflessione sulla centralità della Misericordia per rispondere al dramma affettivo, esistenziale ed intellettuale del nostro tempo (giacché non si tratta di questione pietistica ma primariamente di ragione, intesa come natura dell’uomo), mi imbatto di nuovo nella figura del grande Giovanni Testori.
Già in un mio precedente articolo, primo di questa serie (primo articolo – secondo articolo), avevo riportato passi di Testori in cui egli stesso racconta la sua conversione in maniera estremamente pertinente al tempo attuale ed alla riflessione intrapresa.
Propongo qui questi due video appaiati.
Il primo è l’omelia di don Giussani alla sua morte (1993). La registrazione – purtroppo parziale ma probabilmente quasi integrale – parte con questa parola, perdono, quale chiave per comprendere la vita di Testori (“eri dominato da questa parola, perdono”). Le parole del Gius sembrano completamente immerse nell’attuale percorso della Chiesa e contemporanee all’uomo di oggi.
Il secondo è un servizio su di lui, in cui compare egli stesso mentre recita In Exitu. Realismo, bisogno, grido lancinante e urlo viscerale al destino, ma anche presenza di Uno che risponde: Cristo, il perdono realizzato e presente.
Credo che i due video si illuminino reciprocamente in maniera chiara e intensa.
Prendo spunto dall’ascolto della video-intervista a Elisa Grimi, che Radio radicale ha realizzato ieri, domenica, dal salone del libro di Torino per tornare su di uno dei temi per me più intriganti del momento storico che stiamo vivendo. Si parla del testo scritto da Remi Brague, con cui la stessa Grimi ha collaborato per la stesura, dal titolo Contro il cristianismo e l’umanesimo. Il perdono dell’Occidente, ed. Cantagalli.
La riproponiamo qui, a fondo pagina, perché tocca tematiche (appena sfiorate invero in 30 minuti di trasmissione) che sono al cuore della storia, storia dell’umanità e storia di ognuno. Un “cuore” che diventa vicenda decisiva e che, sempre più chiaramente, emerge come in mano alla decisione responsabile e personale di ognuno. L’Europa, l’umanità, la chiesa, ma più in generale un bene per l’uomo, non nasceranno infatti da sistemi e da scelte politiche, ma dall’intrapresa di uomini nuovi, come comprendono in tanti ma a cui credono in pochi. Tra i pochi in cui realmente vi credono, vi è certamente il medico Alberto Reggiori, da me intervistato pochi giorni fa (davvero un piacevole incontro), che sabato sera, durante la stupenda serata musicale del Novelli dedicata ad AVSI, ha individuato il cuore dell’intera attività di AVSI, in questo: “puntiamo sulle persone che incontriamo, perché siano esse stesse protagoniste di una rinascita delle loro terre”.
È quanto richiamato continuamente dentro l’esperienza di chi segue don Carron, nei suoi ultimi anni di conduzione del movimento ecclesiale di CL (personalizzazione della fede). Come ai tempi di don Gius, semplicemente seguendo gesti di una comunità (alcuni proprio semplici, altri decisamente imponenti), ci si ritrova dentro il cuore della storia.
Ma don Carron ha spinto ancor oltre, e genialmente, il discorso, mettendo in luce come don Giussani abbia raccolto la sfida contemporanea sul male, ovvero quel richiedere a Dio di giustificarsi per il male nel mondo dopo le tragedie del Novecento (alla radice dell’indifferentismo religioso), prendendola così sul serio da farla diventare metodo, accettando in questo modo pienamente la sfida che la realtà gli poneva innanzi. In lui è diventata la necessaria, e non opzionale, verifica nell’esperienza della fede («Una fede che non potesse essere reperta e trovata nell’esperienza presente, confermata da essa, utile a rispondere alle sue esigenze, non sarebbe […] una fede in grado di resistere in un mondo dove tutto, tutto, […] dice l’opposto» – Il Rischio educativo-). Don Giussani ha contribuito in questo modo, in maniera originale (ed esistenzialmente decisiva per migliaia di giovani), al percorso fatto dalla Chiesa negli ultimi 40 anni, percorso tutto volto a rendere oggi, – in un mondo che è come è, senza pretesa né timore di evitarne la sfida – vivo ed esperibile il cuore del Cristianesimo, ovvero la Misericordia del Dio che si piega sull’umanità per sollevarla dall’atroce vuoto che si apre di fronte la domanda filosofica – ed esistenziale – cruciale. Quella che un mio alunno esprimeva un paio di settimane fa con forza a me e a un gruppetto di suoi coetanei, intenti a discutere – davanti a qualche pizza e piatto di sushi – di filosofia: “Ma stiamo ragionando di cose inessenziali. Io voglio sapere qual è la ragione per vivere. Ma voi perché vivete?”.
Il Cristianesimo intende essere semplicemente la risposta, appassionata e commossa, dimessa e discreta, trepidante direi, di Dio stesso a questa domanda. Non ha altro senso di esistere (non per costruire nuove Civitas, né per difendere diritti… il che è piuttosto imponderabile conseguenza) se non nel porsi quale risposta a questa domanda.
Elisa Grimi, nell’intervista mette in luce qui lo scacco dell’ateismo (tesi portata avanti proprio da Remi Brague), citando Sartre. Un uomo che si stupisca di quale meraviglia sia uomo, è pur sempre un uomo. Dunque nulla da stupirsi che egli si celebri in siffatto modo. Obiezione che si ritrova tale e quale in Verità e Menzogna di Nietzsche, che descrive l’uomo come un essere patetico nell’universo, in quanto, destinato a scomparire dopo pochi attimi, si considera pur tuttavia al centro del cosmo. Ebbene, dice la Grimi seguendo Brague, questa posizione non può spiegare in alcun modo perché la vita sia un bene. Oggi non si può procedere, finita l’inerzia di una civitas oramai alle spalle, senza rispondere a questa domanda, che poi è proprio quella che il mio alunno, acutamente, riproponeva, inconsapevole forse del fatto che aleggia dentro il dibattito filosofico oggi più serio e “di frontiera” (ovvero quello ben lontano dai festival filosofici a la page).
Se l’ateismo è stato tragicamente sconfitto, il cristianesimo non può evitare di confrontarsi con la stessa domanda, individuando nell’oggi, e non in una dottrina del passato, la risposta.
Siamo tutti dentro questa battaglia, appassionante e di portata epocale. Rifiutarla, per fermarsi a qualcosa di meno – sia un proprio particolare valore da sostenere, o un proprio personale punto di vista legato al passato, o altro ancora, sarebbe perdersi il meglio del nostro tormentato tempo.
P.S.: questo articolo è un inno alla domanda – aperta e straziante, priva di risposte che non passino dalla propria unica e irripetibile esperienza personale, e dunque mai schematiche, mai ideologiche, né predefinite- dei miei studenti a cui va la mia più forte e viva gratitudine per averla posta e continuare a porla in ogni istante, pur in forme talora conturbanti!