Non avrete il mio odio

 

«Venerdì sera avete rubato la vita di una persona eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore. Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con diffidenza, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Ma la vostra è una battaglia persa. L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa. Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio».

(Lettera postata su Facebook da Antoine Leiris, che si rivolge ai terroristi che venerdì hanno ucciso la moglie, al concerto degli Eagles of Death Metal al teatro Bataclan di Parigi).

Questo è l’occidente che vincerà la battaglia. È la radice umana e cristiana della nostra storia. Cristiana, e dunque, per definizione stessa, aperta all’uomo, all’uomo in tutte le sue condizioni, fino a giungere a quel dolore che nessuno ha il coraggio di guardare. Quel dolore che è un abisso, a cui tuttavia siamo stati educati  a guardare attraverso gli occhi della croce e della resurrezione. E da cui nasce la potenza di quell’altra parola, perdono. Parola che pare impossibile all’uomo.

Le articolazioni culturali per capire meglio ci sono e basta cercarle. Qui ad esempio, l’intervista di Tornielli a Borghesi, che credo debba essere letta e discussa, a fondo. Accanto a queste esistono analisi che portano alla divisione e all’amplificazione del male e del conflitto. Occorre scegliere.

Di contro ad ogni facile semplificazione, occorre distinguere e capire, certi che esiste una ricchezza preziosa, capace di darci l’opportunità di uscire dall’empasse in cui siamo caduti.

Il valore della lettera di Leiris, infatti, è nella testimonianza di una diversità presente, non ancora cancellata, di un vivere capace di vincere la morte e l’odio.

Per questo la testimonianza di amici mussulmani, amici cari di cristiani, come Farahd Bitani o Wael Farouq, sono oggi preziose, perché  percorsi rinnovati e in atto di una possibile novità per l’uomo, chiamato, ora come sempre, a rispondere alla domanda che ci accomuna tutti: che cosa regge di fronte alle sfide dell’esistenza?

La risposta al terrorismo passa per le vite di ognuno di noi, chiamati a non dimenticare, come vorrebbero che facessimo, questa domanda.

Il mio amico Arca, scrive su Facebook, riportando Pasolini…

Non si lotta solo nelle piazze, nelle strade, nelle officine, o con i discorsi, con gli scritti, con i versi: la lotta più dura è quella che si svolge nell’intimo delle coscienze, nelle suture più delicate dei sentimenti.

Pier Paolo Pasolini – “Vie Nuove” n. 51
28 dicembre 1961

Uniti nel tentativo di rispondere ci si riscopre assieme, pur da posizioni differenti.

È il voler il bene dell’altro in quanto altro. È l’anima dell’Europa.

Come dice Leiris, se saremo fedeli a questo, siamo già vincitori.

La scintilla 2 – Con i miei studenti a scoprire la battaglia contro il nulla

Come già scritto, lavorando sui totalitarismi con le mie due quinte, in occasione dell’imminente viaggio, a Monaco l’una, a Berlino l’altra, abbiamo scoperto una luce quanto mai interessante per leggere l’attuale situazione di violenza e paura, scatenata dagli attentati di Parigi.

Non un evento che riguarda altri, un passato già sepolto (Nazi-comunismo) o persone di altra civiltà e cultura (Isis). Ma un evento che riguarda noi. Riguarda le ipocrisie, recenti e remote, dei potenti e delle persone comuni che si abbeverano a slogan dal fiato corto. Riguardano noi, riguardano me e te, e “l’egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti” (Guccini, Libera nos domine).

Per questo ho apprezzato enormemente l’ “azione” dei ragazzi che si sono resi disponibili a proseguire il lavoro svolto a lezione, con ore aggiuntive (e non dovute), guardando e ragionando su film come La Rosa bianca (totalitarismo nazista) e le Vite degli altri (totalitarismo comunista) insieme a docenti (di filosofia e storia, ma anche religione, fisica, matematica) che allo stesso modo hanno giocato il loro tempo per un qualcosa di non scontato, non dovuto. Gratuitamente.

C’è un segreto importante in questa piccola mossa degli studenti e dei prof implicati, capaci di commuoversi di fronte a vicende e temi di questo genere. Ci siamo mossi insieme attorno alla ricerca di un vita nella verità.

Il film Le vite degli altri, anticipato dalla lettura di un brano del libro dell’allora dissidente Vaclav Havel, Il potere dei senzapotere  (1978), ha messo a fuoco il motivo di questo muoversi e commuoversi.

La svolta della vita dell’aguzzino della Stasi avviene dopo l’ascolto della Suonata per un uomo buono, il cui spartito viene regalato da un caro amico, rovinato dal regime e poi suicida, allo stesso protagonista (Georg Dreyman.‎). Dopo averla  suonata, Georg Dreyman esclama, “ma se uno ha ascoltato, veramente ascoltato, questa musica, come può continuare ad essere ancora cattivo?”.

La suonata viene associata, sempre dal protagonista, all’Appassionata di Beethoven, il brano con cui ho iniziato ad amare la musica classica, allora 19enne… musica poi compagna di una vita intera e che spesso faccio ascoltare ai miei studenti.

Non ho potuto non ricordare, a conclusione del film, un passo di T.S. Eliot che mi è sovvenuto alla mente immediatamente…  “Sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono”.

In fondo il totalitarismo è il grande tentativo, ancora in corso in forme diverse, di realizzare questi “sistemi”.

Il totalitarismo non è lontano da noi. È l’esperienza dell’ottundimento della ragione, l’oblio dell’amore al bello e al buono, l’indifferenza all’altro, la perdita del gusto della ricerca della verità, il fermarsi all’esecuzione dei propri compiti senza che nulla ci strappi dal nulla, quel nulla in cui cade necessariamente la nostra esistenza se non ci accorgessimo della presenza di un “alone di splendore (che) aleggia sulla vita degli uomini” (Christoph Probst, membro della Rosa Bianca).

Questo alone di splendore va riconosciuto, contendendo  “palmo a palmo il terreno alla notte” (don Giussani).

Una bella battaglia. Questa la vera battaglia, questi i “compagni di lotta”, contro cui l’ISIS non ha chanche di vittoria.

Di compagni di lotta così ne ho conosciuti tanti nella mia vita e ne conosco ogni giorno di nuovi. Uomini (alcuni cristiani, altri islamici, altri ancora non credenti) capaci di desiderare ancora il bello, il vero, il buono.

Ma quegli uomini che hanno ucciso che speranza avevano? La donna, Hasna, era una dirigente d’azienda, bella, brillante… ma odiava la Francia, paese d’infedeli. Altri erano imbottiti di droga, per reggere il grande passo verso la morte. Altro che Martiri. Martiri sono i 19 Egiziani Copti che benedicono Cristo, mentre il boia impartisce loro una morte che non desideravano. 19 giovani che vivevano per qualcosa di più forte della morte.

I criminali dell’ISIS, non immigrati, ma nativi in Europa, non balordi ma colti e affermati – così taluni -,  che Francia ed Europa hanno incontrato? Come non essere tristi per non aver saputo loro testimoniare nulla di buono?

Per questo la lotta al nulla, che accomuna noi e l’Isis, noi nella nostra impotenza a testimoniare una speranza, l’Isis nella sua folle traduzione della disperazione in un progetto totalitario e irrazionale, così simile al Nazismo per la sua crudeltà e lucida pazzia, passa per scintille di bellezza e di vita diversa. Come quella messa in atto, pur forse inconsapevolmente, dai miei ragazzi e colleghi. Per questo dico loro grazie.

Scintille di vita buona. Come quella in cui si darà esplicita manifestazione con il grande gesto di gratuità della Colletta alimentare del 28 novembre. Un puro gesto di gratuità che spezza il grigiore del quotidiano e fa riscopre l’alone di splendore di cui ben si accorgeva il martire per la libertà Probst. Anche per questa iniziativa, occorre dire grazie a tutti coloro, studenti, amici, che si stanno mettendo in gioco e mi testimoniano che l’ISIS non può vincere.

Scintille di vita diversa, per imprimere alla vita un corso diverso dal nulla a cui ci vogliono portare, soavemente con le note di un motivetto alla moda, o crudelmente, con il volto accigliato di un terrorista islamico.

 

 

La scintilla, per ripartire

Con centinaia di amici, davanti al sagrato del Duomo di Rimini. Con noi il vescovo, arrivato trafelato da una manifestazione ufficiale con le autorità in piazza, … e tutti noi grati per la sua vicinanza e paternità.

Le parole di  don Carron, i canti stupendi della tradizione cristiana, i volti attoniti e commossi, ma lieti e certi degli amici di sempre, di chi tante volte ti ha aiutato a ripartire.

E poi l’ascolto delle parole del papa. “È una terza guerra mondiale. Non è un gesto religioso, né umano. Non si può comprendere…”.

Infine il saluto, la preghiera (bellissima) e la benedizione del nostro vescovo Francesco.

Si esce e si torna, insieme a moglie, figlie e amici,  Per strada si incontra qualche tuo studente… Parole intanto sul telefonino con chi da scuola chiede cosa si possa fare…  Settimana prossima ci sarà molto da lavorare.

E si esce con una certezza. Noi non moriremo. Ci possono anche ammazzare, ma non moriremo.

Per grazia, non moriremo. Lieti nella prova.

rosario per parigi 15 nov 2015 c rosario per parigi 15 nov 2015 b

 

Testo consegnato al rosario tenuto a Rimini poche ore fa:

Comunione e Liberazione si unisce alla commozione, al dolore e alla preghiera di Papa Francesco per le vittime degli attacchi di Parigi e per il popolo francese: «Queste cose sono difficili da capire. Non ci sono giustificazioni per queste cose, questo non è umano» (Papa Francesco al telefono con TV2000).
Don Julián Carrón, presidente della Fraternità di CL, ha dichiarato: «Davanti ai nostri occhi c’è un’evidenza: la vita di ciascuno è appesa a un filo, potendo essere uccisi in qualsiasi momento e ovunque, al ristorante, allo stadio o durante un concerto. La possibilità di una morte violenta e feroce è divenuta una realtà anche nelle nostre città. Per questo i fatti di Parigi ci mettono davanti alla domanda decisiva: perché vale la pena vivere? È una provocazione che nessuno di noi può evitare. Cercare una risposta adeguata alla domanda sul significato della nostra vita è l’unico antidoto alla paura che ci assale guardando la televisione in queste ore, è il fondamento che nessun terrore può distruggere».

«Chiediamo al Signore di poter affrontare questa terribile sfida con gli stessi sentimenti di Cristo che non si lasciò vincere dalla paura: “Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia” (I Pt 2,23). Con questa Presenza negli occhi potremo guardare perfino la morte, a cominciare da quella di coloro che hanno perso la vita a Parigi, offrire ai nostri figli un’ipotesi di significato per stare davanti a queste stragi e a ciascuno di noi una ragione per tornare al lavoro lunedì mattina continuando a costruire un mondo all’altezza della nostra umanità, con la certezza della speranza che è in noi». Con queste parole don Carrón ha invitato tutti gli amici del Movimento ad aderire ai momenti di preghiera che saranno proposti dalle diocesi, in unità con il Papa e con tutta la Chiesa. 

 

Le parole del papa

 

Santità quali pensieri e sentimenti davanti alla carneficina di Parigi ?
“Sono commosso e addolorato. Non capisco ma queste cose sono difficili da capire, fatte da essere umani. Per questo sono commosso, addolorato e prego. Sono tanto vicino al popolo francese tanto amato, sono vicino ai familiari delle vittime e prego per tutti loro”.

Lei ha parlato tante volte di una terza guerra mondiale a pezzi ?
“Questo è un pezzo, non ci sono giustificazioni per queste cose”.
Soprattutto non ci può essere una giustificazione religiosa ?
“Religiosa e umana. Questo non è umano. Per questo sono vicino a tutta la Francia che le voglio tanto bene”.

 

Per non rimanere fermi, per ripartire subito, per affermare la nostra speranza invincibile o per (ri)trovarla

tempio malatestiano duomoCondivido con tutti questo avviso che mi è giunto poco fa. È per tutti. Ne son  proprio convinto dopo aver parlato a lezione con i miei ragazzi e dopo aver ascoltato un caro amico che lavora a Parigi e che per poche ore è riuscito a tornare come di consueto nel fine settimana a casa. Mentre gli suggerivo di attendere almeno qualche giorno prima di  tornarci, lui mi dice “Non è un problema di sicurezza, ma di vuoto. In città in questi mesi è palpabile. C’è un vuoto di chi tutto sommato non vede il male di questi terroristi, non crede alla Francia che racconta Hollande, non crede più in nulla. E sono la maggioranza. È proprio come scrivi tu: c’è un vuoto che è insostenibile.”

Parole che fanno rabbrividire.

 

Ecco l’avviso per tutti…

“Dal mistero della Risurrezione di Cristo una luce nuova investe il mondo
e contende palmo a palmo il terreno alla notte” (L. Giussani).

Certi di questa presenza misericordiosa, più grande di ogni male, che “contende palmo a palmo il terreno alla notte”,
ci ritroviamo a pregare per le vittime degli attentati di Parigi della notte scorsa,

con il SANTO ROSARIO ALLE ORE 19,00 sul  Sagrato DI FRONTE AL DUOMO di Rimini, con il nostro Vescovo,

domandando la rinnovata consapevolezza che il vuoto e la violenza possono essere vinti solo dalla

“capacità della fede che abbiamo ricevuto di esercitare un’attrattiva su coloro che incontriamo
e dal fascino vincente della sua bellezza disarmata” (J. Carrón).

Il vuoto che non regge più

Leggo con sgomento, le vicende relative agli attacchi jhadisti di Parigi, nel cuore dell’Europa, nel cuore della Francia laica e democratica, il paese che maggiormente ha scommesso con altezzosa caparbietà sulla possibile costruzione di una società laica e asettica rispetto ad ogni fede ed ogni religione.

Mentre la Francia instillava il suo credo laico, combattendo le sue radici cristiane -ad esempio vietando categoricamente riferimenti ai simboli cristiani in scuole, ospedali e luoghi pubblici -, era poi non curante del montante crescere di una realtà nemica al suo interno. Lo stesso può dirsi dell’Italia e, forse, di ogni paese europeo.

Ora siamo in guerra, non nascondiamocelo più. Come ha detto papa Francesco, una strisciante Terza Guerra mondiale combattuta a pezzetti. Un pezzetto è qui tra noi. Gli eventi di Parigi sono stati anticipati dalla scoperta di una rete jihadista, che ha una sua sede anche a Merano. Qualcuno dovrebbe anche ricordarsi delle tristi vicende legate al mullah Krekar, e di come sotto giudizio finirono giornalisti e membri dei servizi segreti italiani, accusati di essere spie e infamati con tanto di pubblica gogna, per essere poi prosciolti da ogni capo d’imputazione, mentre si salutavano le doti dialoganti del Mullah, oggi rivelatosi come l’artefice di una pericolosa rete jihadista.

Queste constatazioni non tolgono la necessità di costruire un dialogo, semmai l’aumentano, ma tolgono ogni alibi a chi crede possibile la costruzione di una società (e di un dialogo) priva di identità.

La natura vive un horror vacui, sostenevano i medievali aristotelici. Se in natura, la fisica preferisce altre spiegazioni, di certo questo principio ha valore per la società umana. Se si costruisce sul vuoto, questo vuoto viene riempito da qualcuno. Se dimentichiamo le radici che hanno costruito la più appetibile società, oggi, del pianeta, raggiunta per questo da tanti popoli disperati,  qualcun altro la estirperà per occuparne le terre e assorbirne le ricchezze materiali e spirituali.

I fatti di Parigi sono un monito a ritrovarsi uniti, a sostenere e recuperare la coscienza di quel che siamo.

È curioso che tutto questo accada mentre approfondivo con i miei studenti la tragedia nazista, vista con gli occhi dei ragazzi della Rosa bianca. Proprio ieri sera in venticinque a immedesimarsi con la vita e discutere sulla storia di un pugno di giovani non disposti a cedere al vuoto, a voler affermare un “pieno”, costituito dalla propria cultura, dalla propria coscienza, dalla propria sete di Assoluto. Curioso che proprio questa mattina a lezione, riprendendo i contenuti, insistessi sul fatto che quelle vicende non sono lontane da noi, sono battaglia quotidiana, sono la sfida di ogni giornata. Qual è il pieno che ci spinge ad andare al lavoro o allo studio ogni mattina? Abbiamo un pieno da difendere, per cui lottare, in cui sperare?

Gli eventi di Parigi sembrano portare l’inderogabile necessità della scelta di nuovo tra noi, sembrano sollevarci da ogni torpore e porci la domanda inquietante: tu chi vuoi essere? Tu chi sei?

Di fronte al male disperato di bande di aguzzini, tu che luce porti? Fuggi? Hai paura, impotente e tremolante? Oppure vivi un’esperienza invincibile?

Domanda pertinente, da porci l’un l’altro, che ulteriori notizie svelano terribilmente occultata e scientemente elusa da tempo. La vicenda del veto, posto a una classe di scuola elementare toscana, a visitare una mostra perché vi erano rappresentati crocefissi, l’astiosa distanza che nella scuola, nella cultura, nella società,  si prende rispetto all’evento cristiano, come fosse nemico giurato dell’Europa e non suo padre, svela l’ottundimento del pensiero, incapace di riconoscere donde venga il pericolo oggi. Proprio come ai tempi di Hitler, allora spaventati dagli Ebrei, anche oggi nessuno si accorge da dove viene il reale pericolo e dove stanno le reali risorse.

Uno svuotamento dell’anima e della dignità di un popolo, quale quello perseguito da troppi decenni, è il vero pericolo che ci potrebbe rendere inermi di fronte alla violenza rinascente. Oggi come allora, non mancano i suonatori di violino, lugubre melodia dei campi di concentramento tedeschi, che coprono il dolore di chi soffre, per un gioco della società e dei potenti che, ora, tuttavia, si fa davvero pericoloso.

Occorre svegliarsi e tornare a guardare la realtà nella sua ingombrante portata di dramma e di lotta.

Chi può lo faccia subito. È tempo di svegliarsi dal sonno.

Qual è la tua esperienza invincibile?

Qui le terribili immagini della carneficina di Parigi.

Isis e regimi islamici: basta con le ipocrisie!

È sconvolgente questa semplice e poco conosciuta notizia diffusa da il sussidiario.net.

Un giovane dicissettenne torturato e ucciso in Arabia Saudita, la migliore alleata degli Stati Uniti e dell’Occidente della regione …

Si accusa l’ISIS giustamente di orrori e di inciviltà (senza seriamente intervenire e lasciando morire migliaia di persone inermi), ma nulla si dice di questo paese.

Allo stesso tempo, si induce in Occidente una paura indifferenziata e generica nei confronti dell’Islam, alzando barricate, le cui vittime sono semplici cittadini, uomini come noi, mentre rimangono indisturbati i fautori e finanziatori dell’odio, e propugnatori delle realizzazioni politiche islamiche più terrificanti.

Basta ipocrisia!

Assolutamente da leggere. Cliccate qui.

A questo link invece, alcune altre notizie sulla civiltà dello stato Saudita. Mentre tutti temiamo l’ISIS l’orrore è già presenta da sempre.

Se la Giannini deve chiarire sul gender… e …. la buona scuola senza autonomia non è tanto buona

Se occorrono tanti chiarimenti sulla questione gender, al di là delle rassicurazioni del ministro Giannini, qualche problema ci deve essere. È del 15 settembre appena scorso una circolare del MIUR che in sostanza ammonisce i Dirigenti scolastici a non confondere la difesa delle diversità, la lotta alla violenza sulle donne, ecc. con l’introduzione di “ideologie gender”. Vero che si afferma che si rende necessaria la precisazione a causa di comunicazioni massmediatiche non corrette. Troppe grida, poco informate e poco serie – diciamoci la verità – sono emerse dal mondo cattolico in tal senso (complici i social e WhatsApp). Ma è altrettanto vero come si sia assistito in questi anni ad una strana e inopportuna “caccia all’omofobo” (sport particolarmente attraente per qualcuno, se poi il presunto omofobo è cattolico) o all’introduzione di iniziative a dir poco ambigue.

La Giannini, ammonisce:

La finalità del suddetto articolo (ndr: la circolare per intero  è  consultabile sul sito del mistero) non è, dunque, quella di promuovere pensieri o azioni ispirati ad ideologie di qualsivoglia natura, bensì quella di trasmettere la conoscenza e la consapevolezza riguardo i diritti e i doveri della persona costituzionalmente garantiti”.

E tuttavia episodi quali quelli sopra genericamente citati, tra cui anche l’introduzione di schede dove scompare la denominazione “padre” e “madre”, al posto di “genitore A” e “B”, fanno essere particolarmente sospettosi.

In particolare, la direzione che spesso viene a realizzarsi pare essere il contrario di quanto la legge intende stabilire. In nome di una difesa del diritto a vivere la propria sessualità in chiave non convenzionale, si  assiste infatti ad una sorta di livellamento della dimensione della mascolinità e della femminilità. È sacrosanta la difesa del diritto alla differenza (e dunque anche della scelta di vivere la propria sessualità secondo la propria indole), laddove questa non tocchi dimensioni più alte (diritto dei figli, ad esempio). Tuttavia questa difesa non si ottiene azzerando le differenze. Risulta persino lapalissiano: per difendere le differenze, occorre non eliminare le differenze (come invece la scheda di fatto compie).

La Giannini ha ragione nel dire che le disposizioni della Buona scuola non introducono ideologie gender, e pur tuttavia dentro le tante, a volte fumose definizioni espresse, si possono insinuare percorsi ambigui e ambivalenti, da parte di chi scalpita (e sono tanti) perché questa ultima battaglia, così alla page, si realizzi (giacché purtroppo solo di questo si tratta, più che non di reale coscienza civica sensibile a fasce sociali o culturali non tutelate).

Nella circolare, in realtà vi sono spunti interessanti (in mezzo a tante considerazioni che lasciano trapelare un campo di battaglia apertissimo, rispetto al quale chi lo sta combattendo più tenacemente ci sta dicendo che non c’è nessuna teoria gender, nessuna battaglia, nessun problema…  Insomma,” Va tutto bene!”,  – come in film americano, o come direbbe un politico per rassicurarti e…)

Gli spunti interessanti sono in particolare due.

Da una parte, come si diceva, si riconosce con forza il diritto alla differenza e alla propria identità. E nelle citazioni, emerge certamente la questione femminile (violenza e discriminazione), la questione relativa alla differenza sessuale, ma emergono anche le differenze di ogni tipologia, tra cui quelle culturali e quelle religiose. E si parla esplicitamente di ebraismo, di islamofobia e (finalmente) anche di cristianofobia.

Infine, connessa e a integrazione delle azioni di cui sopra, è la Collaborazione con l’Alleanza Europea per il contrasto all’“Istigazione all’Odio” (in sede internazionale “Hate Speech”). L’istigazione all’odio, così come definita dal comitato dei ministri del Consiglio d’Europa è espressione di tutte le forme di diffusione ed incitazione all’odio razziale, alla xenofobia, all’antisemitismo e ad altre forme di intolleranza, espressione di nazionalismi, discriminazione nei confronti di minoranze, di migranti. Altre forme di discriminazione sono la misoginia, l’islamofobia, la cristianofobia e tutte le forme di pregiudizio circa l’orientamento sessuale e di genere.

È un passaggio importante, per quanto riferito soprattuto al richiamo del Consiglio europeo,  perché nelle nostre scuole e nella nostra società  i tratti di una profonda cristianofobia sono ben evidenti. Tratti evidenti di un’intera società sempre più in conflitto (un conflitto che ha un sapore quasi psicoanalitico ed edipico) con le proprie radici.  Talvolta questi atteggiamenti diventano invasivi e preoccupanti. Occorrerà essere consequenziali anche su questo punto, oltre che sugli altri.

Il secondo passaggio importante è quello finale. Dopo aver richiamato il ruolo decisivo dei genitori nella scelta dell’educazione da impartire all’interno dell’istituzione (e dunque un obbligo di informazione e di consultazione, oggi spesso purtroppo disatteso per disattenzione anche da parte delle famiglie),  si dice:

“le famiglie hanno il diritto, ma anche il dovere, di conoscere prima dell’iscrizione dei propri figli a scuola i contenuti del Piano dell’Offerta Formativa e, per la scuola secondaria, sottoscrivere formalmente il Patto educativo di corresponsabilità per condividere in maniera dettagliata diritti e doveri nel rapporto tra istituzione scolastica autonoma, studenti e famiglie”.

Questa opportunità offerta ai genitori, consentirà di scegliere la scuola dei propri figli dopo aver attentamente analizzato e valutato le attività didattiche, i progetti e le tematiche che i docenti affronteranno durante l’anno che, in ogni caso, dovranno risultare coerenti con i programmi previsti dall’attuale ordinamento scolastico e con le linee di indirizzo emanate dal MIUR.

È qui torna l’annosa questione dell’autonomia delle scuole. In una struttura come quella attuale, con scarsi o inesistenti elementi di autonomia delle scuole, (mancanza dovuta in primis dall’impossibilità di reclutare il corpo docenti in maniera libera e flessibile), i genitori non hanno reale possibilità di scelta. Troppo spesso i piani di offerta formativa sono documenti poco esplicativi delle linee educative che la scuola intende portare innanzi. E tutto si risolve in una firma di carattere burocratico, apposta distrattamente dai genitori, alla faccia delle buone intenzioni della Buona scuola.

Occorre una svolta più coraggiosa, per cambiare la scuola. Una svolta più democratica dove valori e proposte educative si possano confrontare in un sano confronto (ed anche competizione), senza tentazioni di imposizioni ideologiche.

 

Un passo dietro l’altro… e sorprendersi che ci siamo.

Sono allergico alle feste, ai convenevoli, a tante cose…   Per cui il mio compleanno lo dice Facebook, mentre io di solito lo taccio.

Devo però riconoscere che l’augurio di un caro amico, Francesco Giuseppe Pianori, mi ha fatto lasciare tutto e mettermi a scrivere qui.

Ecco cosa ha scritto sulla mia bacheca Facebook:

Auguri di Buon Compleanno, Emanuele.
“E mentre, lieve, l’ombra cede al chiaror nascente, fiorisce la speranza del Giorno che non muore” 
Passano gli anni, si susseguono i giorni e il compimento si avvicina. 
Il tempo non ci è nemico…

Un inno che ho recitato mille volte durante le Lodi, ma che non ho mai pensato di correlare a quel segno del passare degli anni che è il compleanno.

È proprio vero, il tempo non ci è nemico, è l’approssimarsi del compimento. “Noi siamo fatti per conoscere chi ci ha fatto”, cosa mai può farci paura? E posso dire con orgoglio che adoro invecchiare, mi piace percorrere questa strada, più in fretta possibile, certo della meta e gustando ogni passo, anche quelli dove inciampo brutalmente.

E così anche scorrere semplicemente le centinaia di auguri sulla bacheca, uno ad uno, alcuni di sconosciuti, altri di carissimi amici, tanti dei propri alunni, fa percepire (grazie al post di Pianori) la verità di quelle parole del don Gius, dedicate al suo amico Angelo. L’unico vero significato lieto del festeggiare il proprio compleanno.

«Carissimo, è la prima volta ch’io ti faccio gli auguri per il tuo compleanno. È la prima volta che ne so la data. E nel compiere questo lieve atto di amicizia provo una gioia così grande, ch’io mi meraviglio di me stesso. Immagini se tu non fossi nato, quale meravigliosa cosa di meno ci sarebbe al mondo? Una meravigliosa cosa che c’è perché è tutta un dono. Il compleanno è il giorno in cui fisicamente si sente l’amore di Dio che ci ha fatti, potendoci non fare: «prior dilexit nos»: ci si sente «fatti», con stupore. È il giorno in cui si adora nostro papà e nostra mamma: lo strumento sensibile. Crea tante altre cose meravigliose! È un augurio così violento, quasi lo facessi a me stesso. Sento la tua gioia, di trovarti tra i tuoi monti. Auguri anche di goderti tanto anche questi».

(Lettere di fede e di amicizia,  ad Angelo Maio)

C’è qui tutto il segreto del fascino della filosofia che insegno; mi sovviene la scoperta della nozione tomista dell’ esse ut actus, della perfezione dell’essere nel suo semplice porsi, una ricchezza infinita nel semplice atto di esistere.

Lieti perché ci siamo. Ecco perché è bello farsi gli auguri.

Grazie a tutti, amici, di esserci!

“I miei grandi amici musulmani…” ovvero la quintessenza del Meeting

Ha fatto discutere al Meeting un’affermazione forte di padre Douglas, il quale, in sostanza, ha identificato l’Islam con il “male”. In particolare risulta decisamente stridente, se messa a confronto con il resto della sua testimonianza e poi con la testimonianza di padre Ibrahim. L’espressione è stata commentata dal moderatore don Stefano Alberto (don Pino), che ha sostenuto “noi sappiamo che occorre distinguere, lo dico pensando ai miei grandi amici musulmani, ai tanti uomini di buona volontà…”, rispetto al qual commento padre Douglas ha applaudito, confermando il cuore del suo intervento: non l’amarezza e la distinzione (per quanto forti e sbattute in faccia a noi per una giusta provocazione a vincere l’indifferenza), bensì altro, come si può ben ascoltare dal video dell’incontro che vi propongo qui sotto (Padre Douglas dice esplicitamente “non voglio incitare all’odio contro l’Islam”). Medesimo contenuto che poi, con toni differenti, ha espresso padre Ibrahim.

Nessuno ha chiuso gli occhi di fronte alle violenze inaudite che islamici stanno perpetrando, ma nessuno se ne è lasciato determinare, in un gioco perverso di contrapposizione, di causa ed effetto, che non può che alimentare l’orrore, vero obiettivo dell’Isis, come di Al Qaeda e ancora prima dei Talebani (tutti abbondantemente finanziati o “tollerati” dall’Occidente laico ed economicamente rilevante, mentre scorreva il sangue di cristiani ed islamici, vittime innocenti dell’orrore).

Una sottile, ma resistente, cecità potrebbe farci indugiare su quella semplificazione (del tutto comprensibile e che porta un suo richiamo importante), che invece in alcun modo deve indurci a contrapporre ad un banale “dialogo tra idee”, un altrettanto banale “scontro tra idee”. Occorre sostare sul punto centrale dell’incontro: la possibilità di un confronto reale tra uomini diversi. È, d’altro canto, questa tutta l’esperienza del Meeting fin da quando è nato nel 1980 e non per nulla si chiama Meeting per la pace e l’amicizia tra i popoli. Fin dall’inizio, proprio anche grazie ai rapporti nati col don Gius, furono invitati buddisti, protestanti, islamici, ebrei, ecc….

Qualcuno invece oggi sostiene, anche sulla stampa e in forma autorevole, che il Meeting abbia intrapreso una linea “buonista e dialogante”. Ma è solo un “non vedere” che porta a giudizi così superficiali.

Per capire il passo compiuto dal Meeting, che va nella direzione di un approfondimento e di una conferma delle sue origini, è bene tornare all’articolo pubblicato da don Carron su Corriere della Sera all’indomani dei fatti tragici di Charlie Hebdo. Carron scriveva: “Quando coloro che abbandonano le loro terre arrivano da noi alla ricerca di una vita migliore, quando i loro figli nascono e diventano adulti in Occidente, che cosa vedono? Possono trovare qualcosa in grado di attrarre la loro umanità, di sfidare la loro ragione e la loro libertà? Lo stesso problema si pone in rapporto ai nostri figli: abbiamo da offrire loro qualcosa all’altezza della domanda di compimento e di senso che essi si trovano addosso? In tanti giovani che crescono nel cosiddetto mondo occidentale regna un grande nulla, un vuoto profondo, che costituisce l’origine di quella disperazione che finisce in violenza. Basti pensare a chi dall’Europa va a combattere nelle file di formazioni terroristiche. O alla vita dispersa e disorientata di tanti giovani delle nostre città. A questo vuoto corrosivo, a questo nulla dilagante, bisogna rispondere”. 

E, proprio oggi, mi viene in aiuto una testimonianza, di cui ho saputo da mia figlia e da alcuni studenti. Alla vacanza di Gioventù Studentesca, appena conclusa, ha partecipato Farhad Bitani, autore del libro “L’ultimo lenzuolo bianco. L’infermo e il cuore dell’Afghanistan”.

Le prime parole che mi sono state raccontate dell’incontro sono state “ha vissuto la violenza, teste mozzate, donne uccise, e sotto il regime dei talebani, questo diventava uno spettacolo allo stadio e a nessuno – nemmeno lui – si ribellava. Lui vi partecipava. Poi, vinto dal dolore e dalla paura, è venuto in Italia pieno di pregiudizi contro gli infedeli, ma ha visto qua un modo diverso di vivere. Ci ha raccontato di una vacanza con un suo compagno di corso (scuola militare) e con la sua famiglia e del rispetto per lui. Poi ha incontrato un prete, infine ha incontrato gli amici della scuola di comunità, ha conosciuto chi era Giussani…”.

Lui è (e resta) musulmano, ma la sua vita è cambiata perché il suo animo si è ribellato a quel dolore e perché ha incontrato un’umanità diversa. L’ha incontrata in famiglie e amici cristiani. Ed ora lotta contro ogni fondamentalismo. Troppo poco? Appare tale, ma qui, e solo qui, c’è la radice, fragile ma efficace, per un cambiamento, per una vita nuova. In primis per quei duecento giovani che lo hanno ascoltato in vacanza a La Thuille e si sono accesi perché hanno visto come Cristo possa cambiare il cuore di un uomo, qualunque fede e posizione umana abbia. Nulla è impossibile, nemmeno che un cuore segnato dall’odio cambi.

Incuriosito, ho trovato questo articolo di Tempi, dove Farad mette a fuoco l’ipocrisia di questi regimi ultrareligiosi, e ben si evince che il problema consiste  non in “troppa” religione (islamica in questo caso) ma  in “poca” e distorta. Ho trovato anche un’intervista televisiva a Farhad che riporto qui sotto. Farhad mette a fuoco anche l’origine del suo cambiamento e i toni si assimilano a quelli che ho sentito raccontare dai ragazzi riminesi.

Si può continuare a discutere se esista un Islam buono o se vi sia solo un Islam cattivo, se sia riformabile oppure no… Ma questo è un problema loro. Il problema nostro è essere noi stessi. Anzi riscoprire noi stessi perché, come popolo e come singoli, ci siamo persi.

Lasciarsi colpire da questa vita nuova, che ha affascinato quegli amici musulmani, e viverla così pienamente da renderla contagiosa. Non solo. Non abdicare nella vita civile, lottare, dove e quando si può, perché l’Europa resti ancorata a quell’origine pienamente umana e cristiana, da cui è nata. Questo il grande compito di oggi. Qui rinasce quella civiltà che ha colpito Farhad mediante la vita quotidiana di un amico, di tanti amici.

Ps: “Nulla è impossibile” è l’esaltazione della categoria della possibilità, ovvero della razionalità intesa come capacità di apertura (e di lettura corretta) di fronte alla realtà. Quei ragazzi hanno fatto un’esperienza di profonda razionalità, incontrando un uomo. Torneranno scuola con  una marcia in più, se manterranno viva questa esperienza.

 

Pps: Spulciando l’archivio, poco dopo aver scritto questo articolo, ho trovato questa pagina della Voce , che avevo curato. Era il 4 novembre del 2010 e si era appena concluso il Meeting tenuto al Cairo da amici mussulmani.  Cliccate qui.

C’è qualcosa che non va in origine…

Qualche giorno fa, ha fatto scalpore la notizia della denuncia di una donna bianca  dell’Ohio, unita con la sua compagna,  per aver ricevuto lo sperma di un afro-americano, anziché, come richiesto, di un donatore caucasico. Come spiega il Corriere della Sera, un banale errore nella lettura del numero che la banca del seme ha commesso insensatamente (fialetta 330, al posto della fialetta 380). Un banale errore di lettura…

Jennifer Cramblett e Amanda Zinkon avevano trascorso un anno a scegliere il donatore per poter diventare genitori e la scelta era caduta proprio su un uomo bianco perché le due donne vivono in una cittadina poco tollerante con gli afro americani, dove i bianchi rappresentano il 98% della popolazione. Attendevano una bimba bionda con gli occhi azzurri, ma è nata una bambina di razza mista

Ma la vicenda, che ha risvolti – è  inutile negarlo – che lasciano affiorare uno strisciante e capillare razzismo tale da far rabbrividire  (ambiente bianco, disagio nell’allevare un bimbo nero, e via dicendo), per quanto le due donne affermino che amano la loro bambina, nasconde aspetti ben più importanti.

Vi è uno stridore, uno senso di spaesamento che non va censurato.

Al di là di come la si pensi su questi temi, occorre  chiedersi se non vi sia un vizio d’origine, un più radicale equivoco, un’insufficienza di ragioni e di verità nelle scelte, nelle strutture, nell’intera dinamica messa in atto da questo nuovo settore dell’industria medica.

Domandiamoci: ma è giusto selezionare il seme – e dunque l’aspettativa delle caratteristiche del figlio – nel modo che mostra l’immagine qui sotto?  Non vi è forse qualcosa che non torna e che non c’entra nulla con la maternità e la paternità? Il figlio, questo mistero che non dipende da me, che non è frutto della mia biologia, ma esito totalmente imprevisto, quand’anche atteso, del mio amore per una donna (che non è come mi aspettavo, che compare nella vita come un elemento del tutto nuovo all’orizzonte), è ancora lì, davanti a me, capace, con la sua novità assoluta e incontenibile, di ridare speranza alla nostra vecchia civiltà?

Lo vedo ancora, offuscato dal mercato delle banche del seme?

Pagina pubblicitaria di una nota banca del seme, tra le più fornite ed efficienti. Come si legge dalla didascalia del Corriere della sera, si può scegliere tutte le caratteristiche del donatore, e dunque rinforzare le proprie le aspettative nel figlio.
Pagina pubblicitaria di una nota banca del seme, tra le più fornite ed efficienti. Come si legge dalla didascalia del Corriere della sera, si possono scegliere tutte le caratteristiche del donatore, e dunque rinforzare le proprie aspettative nel figlio.

I nostri figli non ci appartengono, sostiene la saggezza popolare (sono un dono del cielo, dicono i vecchi), e Gibran utilizza la metafora poetica dell’arco e della freccia.

I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie dell’ardore che la Vita ha per sé stessa.
Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,
e non vi appartengono benché viviate insieme. (…)

Voi siete gli archi da cui i vostri figli come frecce vive,
sono scoccati lontano.

Queste news diventeranno sempre più frequenti, così come le pratiche sempre più sbrigative. Entrambe denunciano un deficit che sta all’origine. È una carenza ontologica, una mancanza di senso, un vuoto dell’Essere, che non può essere colmato in questo modo.

È cercare dove non si trova, evitare la ferita lacerante e dolorosa di una mancanza che – proprio essa, che noi disdegnano – è l’unico punto di speranza per un nuovo inizio.