Charlie e quel mistero insondabile che è la (fine della) vita

La vicenda di Charlie Gard ha aperto ferite. Domande (molte) e risposte (poche, ma ne emerge una assolutamente decisiva e va guardata con reale interesse). Emerge una diversità di opinioni. Battaglie non esattamente sacrosante e battaglie invece profonde e vere, ma salvo alcuni casi soffocate da un senso di enorme, ed inerme, impotenza.

Senza dubbio la domanda più grave è il significato e il senso di tutto quanto è in gioco. Ha senso una sentenza che non accoglie la volontà dei genitori di tentare tutto perché il proprio figlio viva? Ha senso il precedente veto dei medici ad operare scelte da parte della famiglia per una nuova “cura”? Ha senso tuttavia perseguire una “cura” che si affermi come non produttiva se non di nuovi dolori (così dicono con diversi livelli di certezza)? Ma perché negarne la possibilità? E perché lottare così tanto per un figlio che “non ha futuro”? E poi, oggi terribilmente urgente, che cosa è eutanasia e cosa accanimento terapeutico?

E soprattuto dove consiste il valore di una vita?

Ad alcune di queste domande, risposte sono giunte, ad altre no.  Ci sono dati che, peraltro, il clamore mediatico non ha messo bene in rilievo. Tra l’altro ringrazio le obiezioni di alcuni miei alunni, ora studenti di medicina, e di alcuni colleghi, perché mi hanno aiutato ad andare più a fondo. Premetto che di tutta la vicenda e delle risposte che mi sono state date, c’è qualcosa che proprio non torna ancora. In sostanza ritengo che “staccare la spina”, di fatto,  non sia una risposta ma un cedimento. Necessario? Opportuno? Comunque un cedimento, una sconfitta di fronte a “quella battaglia che nessun uomo potrà mai vincere” (Springsteen). Occorre capire se ci sono margini di speranza su questa battaglia, che in fondo è quella di tutti. Solo così sarà possibile illuminare di una luce diversa anche la vicenda di Charlie. Occorrono scintille di resurrezione perché altrimenti non è fottuto solo Charlie, ma anche tutti noi.  Questa storia mette a nudo questa terribile verità. Siamo ingannati dalla vita o questa ha un senso (malgrado tutto, ma proprio tutto, anche malgrado, e dentro, drammi come quelli di Charlie)? L’amarezza della canzone di Springsteen fotografa la stessa amarezza che proviamo di fronte a Charlie. Ma questa è specchio della nostra vita, delle nostre giornate.

Senza arrivare a questo punto, si produce ingiustizia, anche sostenendo le idee giuste, È così ingiusto (moneta di segno opposto ma dello stessa natura di chi propaga la morte)  fare battaglie senza conoscere i dettagli e l’unicità di questo caso. Anzi l’unicità di tutti questi casi, avendo connotazioni veramente delicate, come dimostrano gli interventi di numerosi medici cattolici – anch’essi divisi nelle opinioni –  e come dimostra la pratica effettiva in tanti ospedali cattolici. A dimostrazione del fatto che il problema ha una sua delicatezza tutta particolare e che le questioni che si aprono sono nuove e prive di risposte pre-definite, pur entro l’alveo certo che ha chiarito il Papa:  si lotta per la vita, non per altro.

Alcune risposte, dal punto di vista giuridico, vengono da Ilaria Bertini che, da Londra, in questo non facile articolo chiarisce la complessità di come sia nato il “caso” giuridico, con passaggi sulla patria potestà e sulla posizione iniziale della famiglia, utili per capire meglio (ma non tutto viene ad essere illuminato) che nel concreto di questo caso non si tratta di compiere una divisione manichea tra “buoni” e “cattivi”. Il testo integrale della sentenza della Corte europea è poi stato pubblicato, in inglese, dall’amico Paolo Facciotto. Sempre da Londra, anzi dall’ Ormond Street Hospital, dove è accolto Charlie, proveniva una lettera di un’infermiera, Letizia Zuffellato, che sostanzialmente difendeva l’operato dei medici di un ospedale che – ricordiamolo – è considerato un’eccellenza, aprendo nuove e più ampie considerazioni (decisiva quella relativa all’impotenza di fronte al desiderio di tenere in vita un proprio figlio).

I due interventi hanno suscitato una marea di critiche, a volte virulente (veri e propri insulti), segno di quanto la vicenda sia importante e sentita, ma anche di una reattività, istintiva e violenta, a volte non comprensibile, sicuramente non tollerabile.

Se le due lettere sono state oggetto di una sorta di ostracismo, tuttavia, sul sito Vita.it, una realtà non esattamente anti-vita ovviamente, è ospitato l’intervento di Alessandra Rigoli, dottoressa cattolica, che si schiera con i medici londinesi, a partire dalla sua esperienza personale e spiegando perché non sarebbe in questo caso “eutanasia”.

Dall’altra parte si legge su Avvenire di un caso, definito analogo a quello di Charlie, in cui il bambino, anziché i pochi mesi di vita diagnosticati, ha già raggiunto i nove anni e la madre testimonia la positività della loro esistenza, pur segnata dall’inabilità totale.   Torna a parlare del caso italiano (il bimbo è soprannominato Mele) Il Sussidiario, con un articolo più ricco di dettagli. Si apprende che al momento in Italia non si sarebbe potuta creare la situazione inglese («In Italia la legge vieta l’interruzione delle cure nei bambini senza il permesso dei genitori. Questo diritto diventerebbe, anche da noi, molto più incerto se passasse la legge sulle DAT in discussione al Senato») e che una cura sperimentale negli USA in realtà è in atto, e dunque potrebbe essere un’opportunità. Dato che, invece, da altri (dai “tribunali” inglesi ed europei, ma anche da medici cattolici) viene del tutto negato.

Appare chiaro che forse non ci si stia intendendo su numerosi dettagli, ma forse non ci si intende su che significhi “vita” .

Mele, Emanuele Campostrini,  intanto, a dispetto della diagnosi delle prime settimane, va a scuola (vedi l’articolo integrale). La famiglia Gard e la famiglia Campostrini (che aveva inviato un video appello perché si lasciasse vivere Chiarlie) si sentono quotidianamente.

In rete si trovano numerosissimi altri articoli, espressione delle due direzioni di opinione.  Sempre Vita.it ricorda, intervistando Luca Manfredini, referente per la terapia del dolore e cure palliative dell’Ospedale Pediatrico Gaslini di Genova, che in Italia i bambini che necessitano di cure palliative (che non hanno speranza di guarigione) sono 35mila e solo il 15% ne può usufruire. Fatto di cui nessuno si occupa.  Cure palliative, non eutanasia. L’eutanasia non può mai essere contemplata – al contrario di come sembra affermare la legislazione belga, contro cui si è scagliato l’International Children’s Palliative Care Network (ICPCN) – come opzione percorribile in questi casi.

Ma è questo il caso di Charlie? Alla fine dell’articolo  si chiarisce la questione ricalcando la posizione della dott.ssa  Rigoli. (Si veda qui per intero l’articolo). Il finale tenta di chiarire uno dei grandi dilemmi: «nessun intervento medico è consentito a meno che i suoi vantaggi non superino i danni. Quando la cura non è più possibile, tali benefici e danni devono essere considerati in senso ampio, in un modo che comprende anche gli interessi emotivi, psicologici e spirituali così come quelli fisici. Poiché è la famiglia dei bambini che li conosce meglio, tale considerazione si basa sulle discussioni tra la famiglia e il team sanitario (e quando possibile, il bambino stesso) per stabilire se gli interventi sono equilibrati e nel migliore interesse del bambino. Quelli che non lo sono – cioè il cui danno supera i benefici – dovrebbero essere interrotti o evitati. Questo non costituisce eutanasia».

Come si vede la questione è estremamente complessa (ma sarebbe un errore grave avere paura della complessità) e non sono giustificate battaglie all’arma bianca, mentre risultano a dir poco sconsolanti i tentativi di far apparire silenti e assenti le istituzioni della Chiesa da parte di  “ultras cattolici”, tirandole per la giacchetta. In tal senso si veda il solito Socci che conclude il suo articolo con l’umile e  devota espressione, “un Papa vero non si comporta così”. In realtà già i vescovi inglesi erano intervenuti, così come mons. Paglia e lo stesso presidente della CEI Bassetti e mentre Socci si apprestava a pubblicare le sue parole di fuoco, il papa interveniva con un tweet a cui è seguito un comunicato tramite il suo portavoce (si veda qui). La posizione del papa è quella della difesa della vita e della relazione di Charlie con la propria famiglia (ma su questo pare che essi abbiano perso la patria potestà nel momento che sono entrati in contenzioso con l’ospedale, come prevede la legge inglese – vedi articolo Bertini-).

Intanto il fronte della certezza negativa sul destino di Charlie si rompe e, come riporta Il Sussidiario, “il presidente dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù, Mariella Enoc, ha confermato la disponibilità ad accogliere Charlie Gard”. Vi sono contatti in corso per salvargli la vita e si è interessato persino il presidente americano Donald Trump. Anche il ministro Lorenzin si è complimentato con l’ospedale vaticano. Improvvisamente la questione sembra prendere un’altra luce. Sono così certe le prime evidenze mediche?

È certo che una cultura che avanza l’eutanasia come soluzione rapida e indolore ai drammi della vita esiste e intende porsi senza mezzi termini come risolutiva per tante situazioni delicate, dove la vita è più fragile.  Paolo Vites, il 28 giugno, ha riportato l’opinione dello scienziato ateo Dawkins, a riguardo dell’aborto. Dawkins sostiene che un feto umano è meno simile ad un uomo adulto che non un maiale adulto. Un modo di esprimersi che indica la presenza di una cultura che ha smarrito il valore della vita umana, il suo mistero, la sua preziosa unicità, e che va fortemente combattuta.

L’orrore che nasce da alcuni passaggi della vicenda di Charlie è il timore e l’impressione che si stia aggiungendo un tassello verso questa direzione, definendo e delineando quelle che sono considerate “vite indegne di essere vissute”. Un pensiero oggi diffuso nella mente di tanti, senza comprenderne la vera barbarie, del tutto analoga a quella nazista. In tal senso è assai significativa l’opposizione del vescovo di Munster, Von Galen, e di tutto il popolo della sua diocesi al programma di eutanasia di Hitler, il terribile programma AktionT4.

Le avvisaglie di questa “cultura di morte” sono state messe in luce da lungo tempo. In occasione del dibattito intorno al caso Eluana, l’associazione riminese Hannah Arednt invitò il dott. Mario Melazzini, malato di SLA. Durante la conferenza si espresse provocatoriamente, affermando che nella sua situazione non era preoccupato di “aver diritto a morire dignitosamente” (come allora si chiedeva da più parti alla legislazione italiana), bensì di aver diritto a vivere, poiché in tanti paesi, specie di cultura anglo-sassone, non si curano più i malati terminali; le loro cure sono ritenute costose e inutili, e li si lascia morire. Parole che paiono profetiche.

Melazzini, poi, sempre a Rimini, presentando un suo libro al Meeting, affermò “Quando mi hanno comunicato che avevo la Sla ho pensato che di questa malattia si muore. Ora mi rendo conto che il mio male mi ha dato più di quanto mi ha tolto ed è questo sguardo che voglio dall’infinito. Apprezzare con gioia la vita, ma con la consapevolezza del Mistero che ci circonda… anche su una sedia a rotelle non si smette mai di cercare”. Una cultura che non riconosce più il valore della vita, anche nella malattia, esiste e c’è chi la combatte mostrando che la vita c’è dove meno te l’aspetti.

Sarebbe invece grave prendere a pretesto questo caso, per innescare una presunta “battaglia di popolo”.  È una posizione rischiosa, perché prevale un progetto sulla presenza di una vita (una e irripetibile), che c’è ed è il vero punto di rinascita, il quale non potrà consistere in una nuova presunta cultura, nata sull’onda emotiva di un fatto così straziante, e non dalla reale presenza di vita rinnovata.  In tal senso occorre, in primo luogo, recuperare un reale senso del valore dell’esistenza. Non di una concezione dell’esistenza ma dell’esistenza stessa. Alcuni fatti sono d’aiuto a capire questo ultimo punto e la possibilità di una svolta in questo dibattito.

Il primo fatto è che se migliaia di persone si sono stracciate le vesti di fronte alla sorte di Charlie, un’amica che vive a Londra mi scrive un paio di giorni fa: “La cosa più triste per me è la solitudine dei genitori, su cui certo anche qualche medico ha le sue colpe, come poi è emerso dalla sentenza. (…) Non c’era nessuno davanti all’ospedale. Tutti su Facebook a fare crociate.”

Un’annotazione semplice ma di importanza capitale.

La comprendiamo meglio se leggiamo la bellissima lettera della dott.ssa Eugenia Parravicini, medico nel reparto di patologie neonatali, in un importante ospedale di New York. Una lettera che ha un tenore differente, vivo e positivo,  e che prende maggiore significato se letta alla luce dell’attività della dott.ssa Parravicini, che ben si può desumere da questo  video, che mostra cosa stia facendo a New York. Scintille di resurrezione.

 

 

È qui, su questo fronte del riappropriarsi della vita e del suo insondabile mistero, che si colloca la riflessione di Prosperi e del dott. Corsi, pubblicata , come lettera, qualche giorno fa sul sito di CL.

Evitando di considerare la storia di Charlie come un’arma da scagliare contro la “cultura della morte” (Charlie non è un’arma, Charlie è lui, è terribilmente malato e il suo destino è misterioso), offre i criteri per un giudizio (la difesa della vita e il valore della relazione con i genitori) ma soprattutto rilancia le domande che sono sottese da questa terribile vicenda. Domande sulla morte e sulla vita.  Domande che trovano una risposta in quello che la Parravicini ha costruito, esprimendo un’indomabile esperienza di vita. Che sperimenta concretamente che significhi sperare contro ogni speranza.

Senza questa esperienza, senza questi sprazzi di resurrezione, ogni battaglia è perduta in partenza. Avrebbe terribilmente ragione Springsteen, geniale laddove afferma che “c’è qualcosa che muore per strada questa notte. Quando la scommessa viene infranta, (…) questo ti ruba qualcosa dal profondo dell’anima. Come quando viene detta la verità e questa non fa alcuna differenza e qualcosa nel tuo cuore diventa di ghiaccio.”

Senza sprazzi di resurrezione saremmo di ghiaccio e privi di vita, già sconfitti, sia sul fronte pro-life che sul fronte di coloro che vogliono staccare la spina, anzi tante spine. Quelle spine che ci ricordano le parole del preconio pasquale: “Nessun vantaggio per noi essere nati, se Lui non ci avesse redenti”.

Come non diventare di ghiaccio di fronte ai duri colpi della vita e mantenere vivo il “sogno della giovinezza” (Giovanni XXIII)?

È la questione che solleva il dramma che sta vivendo Charlie. Un dramma che, nascosto tra le apparenze del quotidiano, è in realtà dentro ognuno di noi in ogni frangente delle nostre giornate.

 

“È Misericordia il senso ultimo del Mistero” (don Giussani)

Anche le recenti polemiche sui fatti di Manchester, in casa cattolica, possono aiutarci a capire meglio ciò per cui viviamo. Un’occasione per riflettere pacatamente e ripartire.

È senza dubbio con dispiacere che vedo, di fronte ad eventi così gravi come l’eccidio di Manchester, prevalere in alcune discussioni, il gusto della polemica e delle analisi, anziché sostare, almeno per un attimo, sul dramma che stiamo vivendo. Morti giovani, morti gratuite, il male orribile che si innalza sulla scena di quella che doveva essere vita  e invece diviene morte. Tutto questo può essere spunto per battaglie, giudizi, considerazioni polemiche su una battaglia culturale e di civiltà, rilanciando -come è stato fatto con ironia e una punta di disprezzo- il tema dello “scontro di civiltà”?

Per quanto possa essere sacrosanta la battaglia, è questo il momento, è questa l’ora? Non ci riduce al metodo proprio di un Saviano qualsiasi ? (si veda al link la polemica sulla liberalizzazione della droga).

Tutto si decide nel momento e nell’ora. Più che non nei nostri concetti.

Ha colto bene questo punto (il vero motivo delle irritazioni nate di fronte alla lettera di mons. Negri, a cui va dato atto di aver espresso in ogni caso il desiderio di non rimanere indifferente al male che accade), il giornalista Luigi Geninazzi che risponde in maniera sanguigna su Facebook ad un articolo di Riccardo Cascioli che lo attacca, perché non entra a far parte della sacra battaglia.  

“Caro Riccardo, nessun travisamento. Le parole di m. Negri sono chiarissime. E indecenti: “Avete vissuto male ma avrete un ottimo funerale”. Ti piace questo sarcasmo rivolto a bimbi e adolescenti morti a Manchester? Che ne sa mons. Negri di loro? Magari c’erano anche credenti. In ogni caso, dire che sono “vite sprecate” non consolerà certo i genitori e i nonni di quei ragazzi. Secondo te un simile giudizio avvicina la gente a Cristo? E non venirmi a citare Biffi, il giudizio sulla nostra società scristianizzata ecc ecc, tutte cose che condivido. Ma se questo si traduce nel “Avete vissuto come poveri coglioni e siete morti da coglioni ad opera di un coglione”, allora siamo decisamente fuori strada. Non cercare di difendere l’indifendibile, per favore.”

 Ma ancora di più si veda  Marina Corradi, che risponde ad un lettore su Avvenire.

Non è questione di essere più o meno misericordiosi, più o meno volti alla verità o alla bontà (che ben sappiamo non si possono distinguere),  ma è questione di chiarire ciò verso cui stiamo camminando, per cui anche questo doloroso fatto è un passo.

Quid est veritas? Est vir qui adest.  Fuori di questo nessuna speranza.

Perché accade che affermando vigorosamente “ragioni”, si affermi in realtà il contrario e si alimenti, pur con un volto differente, il medesimo vuoto (in un gioco dialettico che farebbe la felicità di un Hegel o di un Marx)? Possiamo uscire da questo circolo che  azzera l’unica risposta che – come cristiani e uomini –  abbiamo da offrire alle vittime e all’uomo di oggi (egli stesso vittima) di una logica di morte?

Guardando a come don Giussani  in situazioni analoghe reagiva, occorre innanzi tutto osservare che il contraccolpo immediato era del tutto differente. Un silenzio attonito – salvo poche e ben poco autorevoli voci – permeava il sentire comune, anche di chi pure partiva da posizioni del tutto lontane. Mi riferisco al Giussani maturo, capace di rompere il silenzio mediatico in cui era confinata la Chiesa con incredibile forza comunicativa, priva di ogni ombra di contrapposizioni artificiose.  Si prenda ad esempio, il discorso diffuso sul tg2 in occasione della strage di Nassirya. Merita di essere riascoltato.

Quel che emerge in quelle parole è commozione per la miserevole condizione umana (di tutti) e la parola misericordia risuona in più passaggi  Lo spunto sono le parole della vedova Coletta, che perdonò gli assassini del marito carabiniere.

Ma proprio pochi giorni fa abbiamo postato su questo blog il video con le parole di una donna, vedova per l’attentato in Egitto ai cristiani copti. Stesso impeto e autorevolezza.

Si ricorderanno anche le parole di don Giussani, dopo la tragedia delle Torri gemelle, al responsabile di CL degli Stati Uniti che le trascrive e diffonde agli amici. “Noi dobbiamo tener saldo il nostro giudizio e paragonare tutto con quello che ci è successo, in questo momento grave e grande… Dobbiamo ripetere questo giudizio prima di tutto a noi stessi. Questo momento è almeno grave quanto la distruzione di Gerusalemme. E’ totalmente dentro il Mistero di Dio… Tutto è segno…Preghiamo la Madonna…L’ultima definizione della realtà è che essa è positiva e la misericordia di Dio è la più grande parola. Questo è certo, occorre rimanere saldi nella speranza. Grazie a ognuno, uno a uno, per essere là”.  E successivamente il telegramma a Bush, in cui assicura che tutti i membri di CL sono “vicini a Lei in un momento così doloroso per tutta la Nazione – e quindi per tutti gli uomini – per i tragici fatti di New York e di Washington DC, terribile affronto alla dignità dell’uomo”. Ed assicura la preghiera “per la Sua persona e per il Suo popolo affinchè insieme possiate raggiungere quella giustizia pacificante di cui avete sete e di cui tutto il mondo ha bisogno, dato il compito storico che gli Stati Uniti d’America hanno nei confronti di tutti”. E poi la frase posta sulla copertina di Tracce di settembre,  dettata da Giussani:  “Dio salvi il mondo. Se si mette Dio di fronte a tutti i peccati della Terra, sembra ovvio dire: “chi potrà sussistere? Nessuno si può salvare” E invece Dio muore per un mondo così, diventa uomo e muore per gli uomini. È misericordia il senso ultimo del Mistero: una positività che vince la presunzione e la disperazione”. E il Tracce di novembre riporta questa ulteriore frase di Giussani “Se altri giungono fino al terrorismo, noi dobbiamo giungere fino a una coscienza che sopporta le estreme conseguenze della vita che il Signore ha creato. Questo è il contributo che i cristiani portano dentro il tante volte incomprensibile marasma del mondo:  l’affermazione di una inesorabile positività per cui si può sempre ricominciare nella vita” .  (Testi tratti da A. Savorana, Vita di Giussani).

Una forza che sbaraglia, ammutolisce, non genera alcuna polemica, non implica alcuna reazione dialettica. Semplicemente lascia ammutolito chiunque, qualunque idea abbia.

Ciò che genera questo giudizio, che ha i tratti di una novità e di una forza assoluta, si trova in quel sentirsi “come anfora vuota alla fonte” che Giussani ci ha insegnato in maniera continua e insistente. È questo senso, e sgomento, dell’esser nulla di fronte al tutto  che eventi come quello dell’altro giorno rinnovano drammaticamente. E, in questo ritrovarsi nulla di fronte al tutto, scopriamo di essere assieme -per un attimo-  a quel mondo così apparentemente lontano. È l’esperienza della povertà suprema, unica condizione per un incontro (oggi, non ieri, né domani) con il volto carnale di Cristo.

Una povertà che troviamo continuamente nelle parole del Gius e che trova sintesi potente nel verso di una canzone sui carnefici di Auschwitz di Claudio Chieffo:  “non è difficile essere come loro”. Una canzone che ho imparato quando avevo più o meno l’età dei ragazzi morti a Manchester e che sicuramente sarebbe stato bello che anche loro conoscessero -più che non altre parole e canzoni-, ma che impone l’azzeramento di tanti pensieri. Per un attimo. Per un momento.

Per questo il volantino della comunità inglese di CL  ha colto duplicemente nel segno. Da una parte il riconoscimento di una Pietà che in situazioni come questa finalmente riemerge dal fumo di una società confusa. E che non può che trovarci in una posizione simpatetica, prima ancora che farci tuffare nel mare dei distinguo (che potranno senza dubbio arrivare, che potranno e dovranno essere messi a punto, a tempo debito nel frangente opportuno e con grande attenzione a non cancellare quel poco di bene emerso).

L’altra questione è che non sarà una visione della storia e dell’uomo a salvarci.

“La Resurrezione non è un sogno, è un fatto, che è all’origine della nostra speranza in questi tempi bui. All’origine della nostra certezza che la vita di quei ragazzi non è andata sprecata. È quello che vogliamo testimoniare ai nostri amati compagni, uomini e donne.”

Nel Gius, il “donna non piangere” del nazareno  era evidente nei toni, nella forza, nella magnanimità (la grandezza dell’animo che abbraccia tutto di te). Il volantino segue le tracce di questo giudizio, esprime l’esperienza di questo abbraccio e lo porta al mondo.

In questo momento di sgomento, mentre il mondo si ferma e dimostra la sua fragilità prima di riprendere le litanie consuete di questa vita dimentica dell’umano, occorre fermarsi insieme ai nostri compagni di cammino, riconoscendo lo sgomento e il dolore. Riconoscendo di essere “anfore vuote alla fonte”, tesi a rintracciare quell’abbraccio che, unico, può salvare (ed ecco il richiamo di don Giussani alla croce ed alla educazione del popolo – non certo per difesa di una civiltà che egli sapeva non esistere più-).

il dott. Alfonso Fossà

Ci ha dato lezione di questo, proprio qui a Rimini, il dott. Fossà, medico AVSI nelle terre dello “scontro di civiltà”. Nel suo intervento di sabato sera e nell’intervista Skype realizzata,  ha risposto senza saperlo – non era ancora accaduto – a quanto si è poi udito, con quel suo vivere le cose, che ho definito “quasi mistico” per come riusciva a leggere il significato degli eventi, oltre le contingenze.

C’è una forza nell’umano che non si rassegna. In cui – sono sempre parole del dott. Fossà – soffia lo Spirito che dà vita (e che è irriducibile). I cristiani hanno un compito decisivo nella presa di coscienza di cosa esso sia.

Questa forza fa sì che un popolo – in cui ci si aiuta reciprocamente a riconoscere quel Volto, ovvero in cui si lavora per educarsi alla vita –  si possa ritrovare in poche ore, rispondendo ad un appello del pomeriggio. E così, da pomeriggio a sera, possa gremire una chiesa per un rosario (pregare è il gesto più razionale, sempre!). E in quell’occasione sono d’aiuto a spazzar via qualsiasi ambiguità  le parole del sacerdote, laddove afferma “siamo qui non per affermare Cristo contro il male, ma per lasciarci guardare da Lui, nel cui sguardo è salvato tutto, anche il male” (cito senza pretesa di essere testuale). Affermazione che fotografa perfettamente la posizione dei cristiani in medio oriente, del tutto lontani dai nostri scontri di civiltà ma capaci di vivere da uomini in mezzo alle condizioni più avverse (sempre il dott. Fossà riferendosi ai campi profughi di Erbil e a Damasco: “in loro non un segno di rabbia, non una polemica, non un lamento, ma una inspiegabile letizia. Non sapevamo spiegarci come fosse possibile.”).

La carezza del nazareno è ciò di cui ha bisogno il mondo (e ognuno di noi)  per ripartire e costruire realmente la civiltà della verità e dell’amore. Ringrazio i tanti amici che già sono incamminati in quest’opera e che mi conducono quasi per mano.

Non un guerra contro i cristiani ma contro l’uomo stesso: sabato sera al Novelli il dott. Alfonso Fossà

Sabato sera, ad introdurre il concerto in favore di AVSI di cui abbiamo già ampiamente parlato, sarà presente il dott. Alfonso Fossà. Operatore di AVSI da tempo, è partito in missione già prima della nascita di questa eccezionale realtà.  Era il 1974, quando in forma un po’ avventurosa – ma sapientemente guidata -, si recava in Congo per costruire un ospedale. Quanto accadde fu ben di più, come ci racconta nella bella intervista che ci ha concesso e che vi proponiamo qui, a fondo pagina, in forma video, integralmente. Una intervista che fa nascere la voglia e la curiosità di ascoltarlo di persona sabato sera, 20 maggio, al teatro Novelli alle ore 21.

Trenta minuti di dialogo che aprono un mondo.

Per facilitarne la fruizione, per non perdere i passaggi salienti di quanto Alfonso ci ha raccontato,  l’abbiamo voluta anche descrivere con alcune parole, indicando i minuti. Infatti merita di essere ascoltata interamente e direttamente la voce del dott. Fossà, in alcuni passaggi commosso nel suo racconto. D’altro canto il tempo breve e frenetico del nostro vivere, impone che si mettano a fuoco alcuni punti per facilitare chiunque. La registrazione è del tutto artigianale, ma crediamo efficace. Ci scusiamo per due passaggi (ma non più di un paio) un poco disturbati.

L’intervista parte con il racconto,  più esteso, di come sia nato tutto. Abbiamo chiesto ad Alfonso perché (più di una volta) sia partito, cosa lo abbia spinto ad andare. Ci racconta così la scintilla che lo ha mosso e  come il progetto iniziale venne completamente trasformato dall’osservazione dei “segni” che la realtà suggeriva. Nasce così una sorta di ASL embrionale in un paese devastato e demoralizzato e poi un ospedale che fu costruito con risorse locali (in un paese privo di risorse!). L’esito fondamentale di questo lavoro è stata la responsabilizzazione degli uomini di quel luogo, l’infusione di una speranza capace di renderli costruttori.  (dall’inizio fino al minuto 14:30).

Poi abbiamo chiesto quale sia il “guadagno” del partire (dal minuto 14:30 al minuto 17:30). Qui il medico entra dentro quello che potremmo chiamare il senso del vivere, la grande incognita di una vita realizzata o meno. “Guardare i bisogni della realtà, fa scoprire – dice Alfonso rivolgendosi ai giovani – di quante risorse siete capaci, di quante energie siete in grado di dispiegare. Lasciate che la realtà provochi in voi una curiosità affettiva (…) Questo è quanto ho scoperto come guadagno.”

Abbiamo continuato chiedendo chiarimenti in merito ad un articolo scritto da lui stesso (“Non c’è disperazione qui, solo un’umanità nuova“), dov’egli dice che ad Erbil non c’era disperazione ma letizia. Un articolo quanto meno provocatorio. La risposta è la testimonianza di una positività che sembra impossibile, ma ancora viva negli occhi di Alfonso. Occhi che brillano, nel raccontare il coraggio e la fede di un popolo che ha accolto il doppio della popolazione già insediata nel quartiere cristiano di Erbil (40mila persone hanno accolto 60mila profughi, sfollati in una notte -un esodo biblico-) e che ha costruito in pochi giorni centri di accoglienza eccezionali (e che fanno impallidire di vergogna quanto sta accadendo nella ricca Italia e nella ricca Europa).  Una situazione dove non prevaleva la rabbia e il lamento, ma la letizia.  “Una pace, una pace nei campi profughi indescrivibile. (…) Non sapevamo darcene una ragione e incontriamo l’ex arcivescovo di Mosul… e abbiamo capito che lui imparava dalla sua gente.”  (ma occorre davvero sentire le parole di Fossà, dal minuto 17:30 al minuto 26,30).

Fossà nella prima risposta ci aveva  parlato anche dell’unità, in Congo, che era nata tra culture diverse (cattolici, protestanti, animisti, pagani). Così gli abbiamo chiesto come si configurasse il rapporto con l’Islam, che in quelle città (Erbil, Damasco) prendeva la forma di una violenza inaudita e volta contro i Cristiani in particolare.  Ancora una volta sorprendente la risposta tutta da ascoltare (dal minuto 26:30 alla fine).  Fossà qualifica l’ISIS come pseudo islamico (“… di religioso non hanno proprio nulla…”) e non volto contro i cristiani ma contro l’uomo in quanto tale,  e lo fa raccontando la convivenza a Damasco, in piena guerra, di persone di fede diversa così come nei campi profughi (50% cristiani, 50% islamici che convivono in armonia), persone che desiderano semplicemente vivere ed essere felici e che manifestano un’energia di vita che non può che essere espressione dello Spirito. Profondo, quasi mistico, il richiamo al Credo, (“lo spirito che da vita”), così come è ironico il riferimento alla polemica, da noi esploso in quei mesi, del Burkini, rispetto alla tolleranza e compresenza là di donne cristiane e islamiche (“le une tutte velate e le altre spogliate più che non a Rimini!”), fianco a fianco senza problemi.  Spazza via ogni ombra di scontro di religioni, a favore di una ricerca dell’umano, vera, reale, presente in quelle terre, e che persone, che prendono a pretesto la fede, vogliono cancellare per progetti ideologici o di potere.  La battaglia è aperta, ma non tra cristiani e mussulmani, bensì tra chi desidera vivere e una cultura di morte che serpeggia in forme diverse in tanti ambiti (e terre). (si veda al minuto 26,30 in particolare). Decisamente tutta da meditare la conclusione con una considerazione sull’anno della Misericordia: “là ho capito perché papa Francesco ci ha fatto meditare un anno sulla Misericordia. (…) La misericordia è senza limiti, è la condanna a vivere, a stare bene, senza limiti, (…) senza opporci a chi ci dà la vita. Mussulmani e noi stiamo soffrendo le medesime sofferenze. Non è vero che questa guerra è contro i cristiani  – come qui ci fa credere chi brandisce il cristianesimo come stendardo identitario – ma è una guerra contro l’uomo” (min.34) e infine l’affondo sulla vocazione dei cristiani e il senso della loro sofferenza e morte, dove torna una visione che va ben oltre la contingenza (e qui vi lasciamo alle parole di Alfonso).

Decisamente una persona da incontrare. Per cui appuntamento al teatro Novelli!

 

 

Unico orizzonte il mondo: torna il grande coro di Rimini

Torna il concerto dell’ormai famoso “corone”, nato ben quattro anni fa e da allora protagonista di magiche serate da tutto esaurito al Teatro Novelli di Rimini. Il concerto Canta per il mondo riproporrà anche quest’anno musiche e canti popolari con grandi sorprese nel corso della serata. Si svolgerà sabato 20 maggio alle ore 21, presso il Teatro Novelli di Rimini. Ingresso a offerta libera.

Protagonisti saranno sempre loro (ricordate? Ne parlammo lo scorso anno), ovvero l’associazione Il Ponte sul Mare e l’ Ensemble Amarcanto, che insieme ai ragazzi di quella che era stata l’associazione Open hanno iniziato questa straordinaria amicizia, capace di muovere risorse e tanta gente. L’obiettivo anche quest’anno è l’adozione di 13 ragazzi ugandesi, a cui –  grazie a quanto si potrà raccogliere – sarà permesso di studiare presso la scuola Luigi Giussani di Kampala, in Uganda.  Senza l’aiuto del “corone” questi ragazzi sarebbero destinati al degrado ed alla miseria. Invece, il contributo di ognuno, anche solo partecipando al concerto,  potrà accendere una speranza, confermando una strada intrapresa. Un bisogno di “accensione” che però riguarda un po’ tutti, come ci raccontano Ivana e Angela, tra le protagoniste di questa esperienza.

Con loro abbiamo voluto quest’anno capire meglio chi sono questi “pazzi” che ad ogni occasione non mancano di esprimere la loro esuberante passione per il canto (e per il mondo).  (Anno scorso fui invitato alla loro cena post concerto e guardate nella clip che succedeva!).

 

Ivana, Angela, ci raccontate come è nato tutto? Quale la storia e la ragione della nascita del “corone”?

Crediamo ci siano due passaggi fondamentali.

Il primo è che per molti di noi, crescendo, era sempre più vera questa esperienza: non ti concepisci da solo, sei dentro una realtà grande e dici a sì a qualcosa che ti accade intorno. Tutto quello che è nato, fino a giungere all’esperienza del coro, è stato un susseguirsi di fatti, di avvenimenti a cui abbiamo detto sì.

Il secondo, conseguenza del primo, è che nasce un desiderio fortissimo di incontrare gli altri, ovvero chi ha una vita diversa dalla tua. Questo perché concepirsi come costituiti da un Altro, rende famigliare l’alterità di ognuno, con i suoi bisogni, le problematiche, le contraddizioni.

Così noi, genitori che avevano dato vita a Ponte sul mare, circa una trentina di famiglie, per aiutarci e sostenerci nell’educazione dei figli – che prima di tante cose contingenti hanno bisogno di una grande compagnia in cui crescere – abbiamo incontrato Laura e Anna, che già guidavano l’Ensemble Amarcanto, gruppo di giovani, e meno giovani, appassionati del canto e che ci hanno proposto un gesto di carità mettendo  a disposizione il loro talento musicale.

Di qui l’amicizia, lo stringersi di rapporti e l’idea di preparare una serata per sostenere i progetti con cui AVSI sta aiutando situazioni di grandissima difficoltà nel mondo.

Infine, grazie ad AVSI, nasce la grande amicizia con i ragazzi della scuola Luigi Giussani di Kampala, fino ai “collegamenti”.

Spiegateci…

Il primo è stato anno scorso, ma quello più bello e commovente è stato pochi mesi fa. In sostanza da due anni, prima di iniziare il grande lavoro di prove per arrivare al concerto, ci colleghiamo via Skype con i ragazzi che sosteniamo. Quest’anno è stata la scoperta di ritrovarsi uniti in un bisogno: il bisogno loro di aiuto e il bisogno nostro di uscire dalla nostra situazione, di aprirci al mondo, di non soffocare dentro una vita già predeterminata.  Il loro, un bisogno urgente, perché senza la scuola, non hanno futuro. Il nostro, altrettanto intenso, perché non si può vivere solo di se stessi.

Il collegamento Skype con i ragazzi dell’Uganda

Ci hai parlato di grande intensità emotiva in questo collegamento via Skype, lo avete anche trascritto in una lettera (si veda qui)… Cosa ha suscitato questa emozione?

Dall’Italia all’Africa abbiamo fatto sentire i nostri canti a loro, e loro avevano imparato canti per noi. Sono stati bravissimi. Abbiamo visto il cammino che hanno fatto da anno scorso, ed è stato davvero notevole. Questo ce li ha fatti sentire vicini, veramente parte di noi. Bisogna tenere conto che la situazione là è davvero impossibile. Ci sono classi di 100 persone, ragazzi abbandonati, e loro erano riusciti persino a comporre musica e parole per noi.

Un cambiamento in atto…

Esatto. E non solo in loro. Noi abbiamo vissuto al nostro interno un fiorire. Una di noi, Manuela, al momento di laurearsi in sociologia, ha ricevuto la richiesta del suo prof. – che la sentiva raccontare di questa esperienza di aggregazione – di fare la tesi sull’esperienza nostra.

Altre foto del collegamento Skype con i ragazzi dell’ Uganda

Come vive l’esperienza del coro durante l’anno?

Come accennavo, si prova e si fa il concerto. E ad ogni serata di prove si vive questa esperienza dell’incontro. Ma poi gli incontri si moltiplicano e ci chiamano a cantare in varie occasioni.  Ad esempio quest’anno andremo a cantare nei paesi dei terremotati del centro Italia. Anche qui seguendo quel che succede: i ragazzi di Gioventù Studensca hanno costruito questa bellissima collaborazione e amicizia con alcuni abitanti di Sarnano e di altri paesi vicini. Ci hanno chiesto di andare a fare un concerto per loro che saranno in gita là il 4 giugno e per la popolazione, e noi abbiamo accettato subito. Seguiamo quanto di buono accade e ci è chiesto.

E la serata del 20 maggio? Che sorprese ci riserverà? Quale il tema?

Il grande tema è lo stesso che ha scelto quest’anno AVSI, ovvero i migranti. Avremo la testimonianza del medico Alfonso Fossa’ (presto proporremo la nostra intervista, realizzata per conoscerlo meglio -ndr). I canti seguiranno questo filo rosso  andando a toccare le tradizioni dei popoli in viaggio verso le nostre terre, sulla falsariga anche del bellissimo lavoro fatto da Amarcanto in alcuni suoi concerti di qualche mese fa. Non mancheranno sorprese e un finale esplosivo, che però non posso proprio rivelare!

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Quell’esperienza della croce, a noi sconosciuta

Silence è un capolavoro. Due ore e quaranta incollati allo schermo, senza accorgersi del tempo che passa. Un alternarsi di immagini e volti che scavano nell’anima. Perché nel film non solo é  immortalata la storia dei padri Gesuiti in missione nel Giappone del 1600 e quella del loro popolo – commovente per dignità e statura, nella semplicità e devastazione delle persecuzioni – ma la storia di ognuno di noi. Di ogni spettatore.

Protagonista del film, infatti, é il traditore Kichijiro, fedele fino all’ultimo e traditore fino all’ultimo. Lui, così spregevole, è l’immagine dell’uomo nella sua più profonda e terribile verità. Così, la vita di ogni personaggio del film è sempre sul filo della caduta, del non saper che fare e che scegliere, del non sapere dove sia il bene e il male, del vuoto che sembra sostituire il pieno che Dio ha promesso e lasciato intuire con inaudita certezza.

Si parla del dramma di ogni uomo impegnato seriamente con la propria esistenza.

Lo spettatore, dunque, anche colui che non sperimenti una vita cristiana, si trova pienamente espresso in quelle pur lontane situazioni. E ne prova un fascino infinito.

Raramente mi é capitato di vedere un film più mio, più espressione del dramma della mia e nostra esistenza. D’altro canto la persecuzione, così crudamente descritta, é il nostro futuro, e forse anche un po’ il nostro presente. Ma su questo torneremo a parlarne  più innanzi.

Occorre affrettarsi al cinema, per non perdere questa straordinaria metafora della vita che, non a

Padre Spadaro, a destra, e Martin Scorsese mentre dialogano intorno al film Silence. Nell’intervista Scorsese racconta come questo film sia stato una Grazia per lui

caso, è frutto di una riflessione lunga una vita, come Scorsese chiarisce nella lunga ma bellissima intervista al gesuita Antonio Spadaro.

Provo a costringere l’infinita gamma di sfumature e di spunti che il film suscita in alcuni pochi passaggi che mi sembra meritino di non essere perduti e che credo siano decisivi per l’uomo di oggi.

Occorre dire che, così come amici mi hanno saggiamente consigliato, è decisamente opportuno lasciarsi perturbare privi di qualsiasi condizionamento dal film, nella sua inquietante e fascinosa “ambivalenza” (così la croce pare a noi, “cristiani da pasticceria” – parole del papa che mi ha ricordato un’altra amica dopo la visione del film).  Per questo è consigliabile non leggere le pagine che seguono, se si è prossimi a vedere il film. Una volta visto il film è interessante il confronto, assai più che con queste parole, con la breve ed efficace recensione di Autieri, per le chiavi di lettura suggerite, e con un bell’articolo  sulla rivista mensile Tracce (articolo purtroppo non disponibile online)  per i riferimenti alla storia della chiesa in Giappone, di un tempo e di oggi, espressi intervistando il gesuita De Luca. Uma chiesa, come egli dice “che si mantenne viva, segretamente, benché non ci fossero né chiese, né preti”. Saranno i missionari francesi, nell’Ottocento, a scoprire le comunità segrete dei kakure kirishitan (“cristiani nascosti”). Uno sguardo alla storia della Chiesa cattolica in Giappone, anche solo sulla consueta wikipedia, è decisamente interessante.

Proviamo allora a fissare alcuni punti, consapevoli che potrebbero essere infiniti…

1) Dio parla nel silenzio. É notevole come il protagonista del film sia il cuore dell’uomo di ogni tempo. Un cuore che desidera l’infinito e che lo tradisce ad ogni passo. L’abiura non é solo quella continuativa di Kichijiro, o di padre Ferreira, o degli  altri padri. Ma é anche quella di chi, come padre Garupe, inizialmente identifica con la forma del martirio la propria fede, ridotta a rabbioso tentativo di coerenza. Una riduzione che nasce dalla fragilità di padre Garupe rispetto al più sereno e “forte” padre Rodriguez, che tuttavia, in una sorta di ribaltamento di posizioni, subirà anch’egli prove impossibili per un uomo. L’amore, pacato e sofferto, per quella gente -corpo di Cristo, chiesa nascente- di padre  Rodriguez é esemplare e supera perfino la “forma” del martirio, suggerendo perfino ai kirishitan  di accettare la formale abiura, mentre Garrupe, rabbioso e disperato, grida che non abiurino. La fede non ha forme predefinite. Nemmeno la forma suprema: il martirio.

2) E tuttavia è evidente che il progetto di  potere dell’inquisitore giapponese è quello di estirpare nell’uomo qualsiasi speranza, spingendo all’accettazione di una natura che sembra non risparmiare l’orrido orizzonte della morte ad ogni uomo (come attesta il vecchierel bianco di leopardiana memoria ). L’inquisitore afferma, con cinico distacco, che in Giappone non può crescere nulla di nuovo, che non vale la pena portare una fede per cui le persone saranno destinate a dare la vita, che nella palude di quella tera nulla può mettere radice. Anche la chiesa nascente, pur ricca e feconda (300mila persona in pochi decenni) sarà fatta scomparire.

L’inquisitore

È una cultura della morte, ma ordinata e dotata di un senso compiuto, circolare, che non si apre a nulla nel rischio che spezzi il ciclo della natura. Il Cristianesimo deve sparire perché accende la speranza di rompere questo cerchio e dunque è ancor più pericoloso di Portoghesi, Spagnoli, Olandesi, con i loro interessi economici. Il potere comprende che deve distruggere quel principio di speranza, se vuol mantenere se stesso così inossidabile e rassicurante, capace di organizzare la disperazione.

3) È incredibile l’efficacia della raffigurazione dei padri dopo l’abiura. Non c’è traccia di umanità nei loro volti e nelle loro parole. Freddi, distaccati. Anche infervorati nel difendere le proprie posizioni ma sfuggenti negli sguardi.  L’abiura é terribile, costringe l’uomo a soffocare se stesso, ovvero il desiderio più autentico del proprio cuore, acceso dalla fede cristiana. È una forma di martirio essa stessa. Fiorisce il corpo, ripulito, disteso, e nei volti non c’è più alcun dramma. Ma l’io è morto.

4) Eppure il cuore dell’uomo grida, afferma, quel Dio tradito e, al di là di ogni situazione, Dio parla, opera,  pur misteriosamente e nell’apparente sconfitta. Padre Ferreira (nella verità storica poi si ricrede e viene accolto nuovamente tra i Gesuiti) nomina inavvertitamente il nome di Dio. Se ne avvede padre Rodriguez, ma lui nega. Anche l’abiura, il tradimento e la zelante opera di collaborazione con l’inquisitore giapponese, scientificamente alimentata da una impeccabile strategia da parte del potere, non riesce a cancellare l’azione misericordiosa di Dio, resa particolarmente vivida e presente dal desiderio di pentimento  da parte del peccatore Kichijiro.  Malgrado l’abiura e la nuova vita padre Rodriguez resta padre, è “costretto” ad essere padre.

Scorsese con papa Francesco

E Scorsese ha voluto aggiungere al libro da cui il film è tratto (il romanzo di Shusako Endo, che Scorsese ha letto nel 1988 e che ha scavato nella sua vita) una sorpresa sconcertante, proprio nella scena che descrive la fine dell’esistenza di padre Rodriguez. Una geniale aggiunta di Scorsese che conferma le parole già da espresse  da Rodriguez , “nel silenzio ho sentito la tua voce”.

É misterioso e vertiginoso come Dio possa parlare anche nel fondo del peccato e del tradimento, nell’oscurità della Sua sconfitta. Ma non é forse questa la fede cristiana nella sua intima essenza, quella fede invincibile per il mondo, ovvero la fede nella croce? La “pace che il mondo irride ma che rapir non può?” (Manzoni).

La certezza che nulla è abbandonato – neppure l’abbandono più terribile e infamante – dall’abbraccio di Dio è il grande tema che il film ripropone (senza la pretesa di essere un impeccabile trattato teologico) e che oggi ci conviene guardare con grande attenzione.

Si aprono tempi, infatti, in cui sarà chiesto ad ognuno di prendere posizione a fronte di una società in cui tutto, ma proprio tutto, è contro il cristianesimo. Non ci saranno, presumiamo, le fantasiose torture giapponesi. Tuttavia una forma di ostracismo e rinuncia a pezzi di potere, a pezzi di prestigio sociale,  in nome della fede – nuda, pura – già è richiesta oggi. E continuamente la Chiesa sta richiamando la giusta battaglia per il cristiano di oggi, correggendo sottolineature sciagurate che vanno in direzioni apparentemente ragionevoli.  In tal senso è sufficiente rileggere le Ultime conversazioni di Benedetto XVI, dove il papa emerito si dichiara  preoccupato non per il calo di fedeli o di vocazioni, ma per la perdita della fede.

Ma cosa è questa fede, questo unico punto che conta per la chiesa universale?  Non forme predefinite (né intimistiche, né di militanza esteriore), ma il riconoscimento (fisico, reale, in luoghi che aiutino tale coscienza) del Dio che ci abbraccia ora e sempre, e dunque la possibilità di una vita nuova da subito, anche nella più devastata e lontana situazione che possiamo vivere. Anche in questo inferno interiore di cui siamo terribilmente protagonisti e artefici noi uomini dell’Europa del XXI secolo. Un inferno che, per certi aspetti,  ha poco da invidiare alla vita di fango e di stenti dei kirishitan giapponesi del 1.600.

Bauman e gli uomini connessi ma non soli

Come sappiamo, è morto, all’età di 91 anni, Zygmunt Bauman, il grande intellettuale che, seppure già di ampia notorietà, in questi ultimi tempi ha dimostrato una capacità di sguardo profetico rispetto alla società occidentale così acuta e pervicace, da poter raggiungere il grande pubblico. Notevoli, in particolare, le assonanze che Bauman ha avvertito con le parole e la figura di papa Francesco, uomo visto come lanciato oltre la crisi del post moderno.

Quello che mi colpisce in Bauman è il fatto che il vecchio “vizio” della filosofia occidentale (conoscere l’ “intero”), sembri rinascere, arricchito da una sensibilità per i movimenti della società, fin nei suoi aspetti più legati al costume, alla vita quotidiana, alle dinamiche economiche o di evoluzione tecnologica, con insolita freschezza.

La sua analisi della (ovvia ma drammatica) fragilità dei rapporti tra uomini senza legami, perseguita come progetto sociale ed oggi potenziata dal virtuale, già l’avevo percepita come illuminante, in una sua intervista collocata alla fine di un drammatico documentario relativo alla vita in Svezia (Qui puoi leggere il mio articolo, mentre purtroppo il filmato è stato rimosso dalla Rai).

Ma leggo proprio questa sera, al mio rientro dopo un’appassionata chiacchierata, a cena con amici, su temi vari, l’articolo di commiato di  Repubblica, che  propone, all’interno della pagina in rete, un’intervista video (in inglese con sottotitoli in italiano) e che potete leggere e vedere qui. Nel filmato di 10 minuti, il grande tema della attuale migrazione dei popoli  è legato da Bauman al tema della contemporaneità.

Bauman sostiene che modernità e migrazioni siano inscindibili (non vi sono queste senza l’altra). La modernità genera trasformazioni, che a loro volta generano spostamento di popoli, di quegli uomini cioè che non rientrano nell’ordine (generato nel disperato tentativo di  controllare il caos) e che dunque devono andarsene. Ma al minuto 3, 45 il giudizio diventa drammatico. I migranti “diasporici” (come sono quelli attuali) tendono a non integrarsi, a convivere con due e tre identità contemporanee (di cui essi stessi diventano portatori), destinate a non integrarsi affatto.

Sottolineatura che mette in luce il carattere epocale e drammatico dell’attuale movimento dei popoli, non risolvibile dunque né con un giudizio di chiusura (“fermiamo i flussi con i muri”, giacché la migrazione è tutt’uno con la modernità), né con un giudizio di generica apertura (di stampo “buonista”, – Bauman mette in luce il carattere drammatico e di “dis integrazione” che questo fenomeno ha in sé). Una impossibilità di integrazione che è generato e genera la società delle incertezze. Questo l’ultimo affondo terribile: si crede che la “società della incertezza” sia generata dall’immigrazione (e l’immigrato diviene capro espiatorio, utile alla politica di basso respiro), ma al contrario questa ne è un effetto. Baumann parla in tal senso di “ambiente dell’incertezza” (minuto 4,15 circa e seguenti) come connotato proprio della modernità. Gli immigrati sono “l’avamposto del grande ignoto”. E Bauman prosegue, affermando: “il grande ignoto è lì, nel cyber spazio”, inafferrabile. E qui sembra aprirsi una dimensione più ampia, capace di abbracciare anche il grande tema dell’assenza di legami, della solitudine, del virtuale.

Riflessioni che mettono in luce uno sguardo, quello di Bauman, capace di analizzare il dato singolo nell'”intero” della vita dell’uomo, della società e dei destini dell’umanità. Le numerose dinamiche dell’esistenza contemporanea (migrazioni, incertezza, crollo di evidenze, vita virtuale, capitalismo, individualismo, assenza di legami, ecc.) trovano una singolare coralità di visione, seppure non (ancora – e sarà lunga a venire-) una risposta fondativa

Decisamente un pensatore con cui è  essenziale  entrare in dialogo.

Dialogo decisamente piacevole per chi, come il gruppo di amici di questa sera, ama trovarsi a ragionare di queste cose senza lasciarsi schiacciare dal peso delle idee,  ovvero uomini “connessi ma non soli”, desiderosi di costruire nuovi “legami fondativi”, certi – per dirla alla Bauman – che “l’indipendenza non sia la felicità” ed  “alla fine porti ad una completa, assoluta, inimmaginabile noia”.

 

God save America!

Dopo la lettura di queste brevi parole di una donna (mussulmana, immigrata, abortista e pro diritti gay ma che ha votato convinta Trump), pubblicate sul Corriere della Sera, per chi vuol capire, è tutto chiarissimo.

Nessun mistero nella elezione di Trump (con il senno di poi).

E questa donna, Asra Nomani, ci aiuta ad aprire gli occhi sulla scelta degli americani: discutibile ma legittima (e persino ragionevole). Gli americani pagano l’inconsistenza ideologica di un pensiero liberal che non riesce a raggiungere la realtà delle cose: non realizza più giustizia (la riforma sanitaria non raggiunge chi ha bisogno) e fa danni irreparabili nel mondo, attraverso una politica estera (di cui la Clinton porta piena responsabilità) debole con i tagliagola islamici radicali e ipocrita.

Questo non implica ovviamente che la scelta di Trump sia la soluzione. Trump è un’enigma. Ma la certezza è il fallimento totale, chiarissimo nelle parole dell’intervistata, del programma del super osannato (a priori) primo presidente nero d’America (pulito, educato, liberal, cortese, nonché piacente).

Asra non è il popolo di “operai – elettori di Trump”,  che Saviano equipara ai bambini killer di Napoli, come frutto delle nuove caste padrone  del mondo. No. Non è solo risentimento, ma analisi lucida, definizione chiara di un fallimento. Quello del suo partito, della sua cultura democratica (in cui pure è immersa). E ancora una volta la tracotanza engagé degli intellettuali non capisce. Ma le reazioni alla Saviano, pur meno articolate, si sono moltiplicate in questi giorni, ferme allo scandalo su come si faccia a votare uno come Trump. E invece Asra ce lo spiega in due battute e ci fa un po’ arrossire di vergogna per l’incredibile incapacità di analisi dimostrata da tutti.

Ma c’è dell’altro. Stupisce  la certezza di Asra  nei confronti della società e cultura americana come capace di prendere altra piega rispetto agli slogan elettorali sconsiderati di Trump (“Non ho nessun timore ad essere musulmano in America”, sostiene a fine intervista). C’è una fede nell’occidente e nell’America, che deve tornare ad esserci familiare.

È vero. Ne sono certo anche io e l’ho espresso ai miei studenti da subito. Gli Stati Uniti mai potranno diventare quelli descritti da Trump nella campagna elettorale e sembra che le prime mosse vadano proprio in questa direzione (addirittura l’ipotesi di avere Bill Clinton come consulente, si legge oggi).  Ma sentirlo da una immigrata mussulmana che vive in America conforta, seppure ovviamente  la scommessa rimanga aperta.

Paradossale che l’America debba imparare ad avere fiducia in se stessa da questa “straniera”.

È giunto il momento di  interrogarsi sul perché e per quale  origine l’America possa infondere questa certezza. La scommessa è decisiva non sono per il popolo americano, ma per tutto il globo.

La certezza di Asra deve ritrovare le sue solide fondamenta. Più solide della politica spettacolo di questo deprimente scontro elettorale. Piu solide di un programma elettorale conservatore o liberal.

Sarà bene dunque cantare non più God bless America, ma God save America. Ne abbiamo bisogno tutti.

La “felice” società degli uomini soli: la teoria svedese dell’amore

È uscito ieri, 22 settembre, in alcune sale italiane, una decina in tutta la nazione, un conturbante film-documentario di Erik Gandini, video maker bergamasco che da decenni vive in Svezia e assai noto per il suo Videocracy, dedicato all’Italia berlusconiana, film che fece assai discutere.  Ma sono numerosi i suoi docufilm che hanno destato clamore (Raja Serajevo, Gitmo, Surplus) e che allo tesso tempo gli hanno portato riconoscimenti e notorietà.

L’ultimo lavoro di Gandini si intitola La teoria svedese dell’amore. Se l’edizione integrale è in proiezione a partire da oggi nelle sale, Rai 3 ne ha pubblicato una riduzione (assai ampia -60 minuti-) che permette perfettamente di entrare all’interno di questo viaggio nel cuore del paese “più civile del mondo”. Un viaggio surreale e decisamente conturbante. Un viaggio in un sogno, un’utopia, che si rivela un incubo.

È davvero istruttiva, e allo stesso tempo emotivamente intensa, la visione del film (non più disponibile sul sito della RAI il film è rintracciabile qui).  In questo docufilm  non si parla solo di Svezia, ma si tratta del nostro futuro, o meglio di come qualcuno vorrebbe si trasformasse il nostro futuro.

Gandini, in intervista,  ammette che il film è a tema, che non è espressione di tutto ciò che è la Svezia (come Videocracy per l’Italia, d’altronde) ma quanto egli documenta è fondato su dati statistici inoppugnabili ed esperienze reali.

Di che si tratta?

In sostanza un progetto politico esplicito, nato nel 1972, ha inteso fare della società svedese la società degli individui che non abbisognano di appartenere a nessuno e che dunque, negli intenti, possono vivere assolutamente liberi e “liberati”. Finalmente rapporti autentici, in quanto liberi e non costrittivi. Liberare i genitori anziani dalla necessità di dipendere dai figli, liberare i figli dai genitori, le donne dagli uomini… sfaldare lo stesso bisogno del partner da parte delle donne per la procreazione, (decisamente ironica la riflessione su quella che dovrà essere la funzione del maschio nel futuro, descritta in una banca del seme e che potete ben immaginare). la-teoria-svedese-dellamore2

Tuttavia l’esito di questo progetto politico-sociale è, ad oggi, una solitudine generalizzata, che assume tratti parossistici, descritti, come si diceva, con ironia ed un sarcasmo agghiacciante, senza perdere mai i tratti di un realismo che rende la visione ancora più drammatica. L’ufficio che si occupa del ritrovamento delle relazioni di persone anziane morte e dimenticate nei loro appartamenti, la descrizione di donne e uomini che non hanno alcuna intenzione di complicarsi la vita con una relazione,  di immigrati che sono strappati dai loro valori e cultura, è decisamente significativa. Questa società, che al contrario della nostra italica, funziona (accoglie, integra, provvede, razionalizza), svela una dimensione oscura.

L’impressione che avvolge lo spettatore è quella di essere in un film di fantascienza (sembra di vedere certi film per la televisione degli anni ’70) dove si descrive una società utopica e irrealizzabile. Invece è realtà  in Svezia. Ma di più. Con chiarezza si  riconoscono le direzioni che taluni dibattiti anche nostrani, consapevolmente o meno, vogliono imprimere alla società.

Si comprende bene come la questione delle famiglie omosessuali, recentemente così dibattuta in Italia,  oppure la battaglia per la procreazione assistita, siano veramente un tassello di una vicenda ben diversa. Tant’è che anche un filosofo “allievo indipendente di Marx” e neohegeliano, come egli stesso si definisce, quale Diego Fusaro, ha preso decisa posizione in contrasto ai cosiddetti “nuovi diritti” (si vedano questi due video: video 1; video2), pur all’interno di una sua generale visione di contestazione radicale della società del capitale, quale società dell’ideologia, omologata e totalizzante, del mercato (in cui non c’è posto per la famiglia, ma solo per individui atomizzati).

Il film di Gandini ha il merito di traslare viete discussioni di basso profilo sul cuore della questione. Lo scontro tra cattolici tradizionalisti e laici progressisti, così come spesso si configura, non ha alcun senso di esistere e presenta in sostanza, quale esito coerente, un obiettivo nichilista, come ben descritto nei fotogrammi del documentario.  Due poli dialettici che non conoscono la vera battaglia in corso.

La vera battaglia è quella di una resistenza ad un individualismo fondato sul vuoto (autofondativo nelle intenzioni), che si configura come una scommessa errata sull’uomo, una deriva illusoria della libertà. Una prospettiva strisciante e apparentemente vincente, capace di avanzare all’interno dei vari fronti contrapposti, attraverso l’annientamento delle dimensioni più autentiche dell’uomo e che ha certamente come ignari alleati, più o meno zelanti propugnatori di diritti che diritti non sono, ma al contrario capestri in un cui rimanere imprigionati, come acutamente osserva Fusaro. È una lunga storia, che va avanti dai tempi del divorzio e dell’aborto.

Certamente nel film l’antagonismo a questa deriva, sembra non esistere, se non vagheggiando una società primordiale e naif, simbolo tuttavia di una inesorabile resistenza dell’uomo a progetti ideologici così massivi.

bauman
Il filosofo e sociologo polacco Zygmunt Bauman

Tuttavia il valore di provocazione del filmato è notevole, e l’intervento finale del filosofo Zygmunt Bauman ne segna la profondità. Dopo alcune analisi sulla vita online e offline, Bauman conclude: «La felicità non viene da una vita senza problemi, ma dal superamento delle difficoltà. L’indipendenza non è la felicità; alla fine porta ad una completa, assoluta, inimmaginabile noia.»

Tra le numerosi provocazioni e suggestioni, vorrei presentarne tuttavia una fortemente positiva che ho percepito con chiarezza, accanto alle altre, durante la visione del film.

Il progetto nichilista non vincerà.

Per quanto forti siano le spinte del potere, per quanto gravi le confusioni in cui è caduta la nostra società, con le sue sirene devastanti, la bellezza della famiglia e di rapporti solidi, il bisogno di comunione tra gli uomini, di impastarsi l’uno nell’altro (tutti valori che in qualche modo, talora assai imperfetto, la nostra società mediterranea ha sempre mantenuto vivi) non potranno non tornare ad affascinare l’uomo.

Nel film è palese. La società degli uomini soli è troppo brutta perché prevalga definitivamente, e soprattutto perché si possa realizzare da noi, sud dell’Europa, così immersi nella bellezza come siamo.

Nel frattempo tuttavia, ci aspettano tempi duri, in cui la buona battaglia sarà, ancor prima che innescare rabbiosi scontri contro  mulini a vento e falsi obiettivi,  dimostrare che si può vivere diversamente. Da subito.

La bellezza va inseguita ed amata. Questa è la nostra arma e la nostra vittoria contro il nichilismo.

L’assalto finale ad Aleppo

Ringrazio Alessandro Caprio per questa segnalazione che merita di per sé un post. Padre Ibrahim ha testimoniato a Radio Vaticana la drammatica situazione che sta vivendo Aleppo, dove la guerra è in una fase delicatissima.

Padre Ibrahim era a Rimini un paio di mesi fa, chiamato dal Portico del Vasaio, ed aveva testimoniato l’enorme lavoro condotto da lui e dai francescani in una situazione disperata (qui la sua testimonianza in video).

In questa intervista telefonica di ieri (9 agosto) a Radio Vaticana ci comunica la drammaticità di queste ore e tutta la precarietà (eppure dentro questa ancora una volta l’instancabile e fiduciosa volontà di lavoro e di vicinanza alla popolazione) della loro condizione.

La presenza cristiana ad Aleppo è un punto flebile ma deciso di speranza, grazie a uomini come lui.

La terza guerra (civile) mondiale

In questa strana estate, che si macchia di sangue in maniera crescente, occorre forse riarticolare la profetica espressione di papa Francesco sul tempo odierno, già pronunciata nel 2014 e poi ripetuta più volte. Disse che siamo in guerra, una “guerra mondiale combattuta a pezzi”. Ora ce ne stiamo accorgendo tutti. Ma oggi scopriamo anche che questa guerra non è combattuta solo da organizzazioni terroristiche o di impronta totalitaria, quale l’ISIS (un totalitarismo che prende le forme dell’ islamismo radicale, ma che possiede assonanze impressionanti con quello marxista e nazista insieme), bensì dal vicino di casa, dall’immigrato dei sobborghi delle grandi città, oppure dai giovani bene che per un motivo o per l’altro si trovano in totale scontro con la nostra civiltà. Il collante dell’islamismo è ben presente, ma pesca da origini complesse e che ultimamente portano a un vuoto abissale, da cui l’uomo ha cercato sempre, maldestramente, di difendersi.

È la guerra del vicino di casa, di volo in aereo, di quartiere.

Ecco perché  forse dovremmo chiamarla, guerra civile mondiale. Non per toglierle il suo significato geopolitico, ma semmai per indicare il carattere interno all’Occidente di questo conflitto assurdo, così come sono state d’altro canto definite anche le due guerre mondiali (vedi il saggio E. Nolte La guerra civile europea. 1917-1945 –  Nazionalsocialismo e bolscevismo).

Vi è anche un altro motivo per cui sembra opportuno utilizzare questa denominazione.

Il secondo motivo è adombrato nelle parole di ieri del papa in prossimità della GMG che si tiene oggi e nel prossimo fine settimana con milioni di ragazzi a Cracovia. Così si è espresso: “Circa quello che chiedeva padre Lombardi, si parla tanto di sicurezza, ma la vera parola è guerra. Il mondo è in guerra a pezzi: c’è stata la guerra del 1914 con i suoi metodi, poi la guerra del ’39-’45, l’altra grande guerra nel mondo, e adesso c’è questa. Non è tanto organica forse, organizzata sì non organica, dico, ma è guerra. Questo santo sacerdote è morto proprio nel momento in cui offriva la preghiera per la chiesa (il giornale La Notizia scrive “per la pace”, ma le due preghiere coincidono – ndr), ma quanti, quanti cristiani, quanti di questi innocenti, quanti bambini vengono uccisi. Pensiamo alla Nigeria – ha esortato – ‘ma quella è l’Africa’. No, è guerra, non abbiamo paura di dire questa verità: il mondo è in guerra perché ha perso la pace.” (cit. da Ansa)

Lo stesso aveva detto padre Ibrhaim a Rimini (vedi il filmato della conferenza assolutamente attuale)  denunciando anche, con candore francescano ma senza mezzi termini, le responsabilità degli USA e dell’Europa, fino ad esprimersi “le vostre tasse, una parte di questi soldi finisce nella mani dell’ISIS”. (Padre Ibrahim poi, al minuto 6 e 30 circa, nega la denominazione di guerra civile, ma per allargarne l’orizzonte a più Stati, intendendo che ciò che succede ad Aleppo non è solo guerra civile interna ma guerra tra più potenze. Noi qui confermiamo l’orizzonte mondiale, ma intendiamo dire che è “guerra civile” per la sua capillarità e quotidianità. Dunque è una guerra mondiale, ma civile, ovvero fatta anche da semplici cittadini, spesso sbandati o problematici, cellule indipendenti e autonome che rendono capillare e ancor più devastante l’impatto psicologico sull’Occidente).

Insomma: il pericolo viene dal vicino di casa e dall’ipocrisia dei potenti, che utilizzano un forma ideologica di Islam che, come andiamo da tempo ripetendo, nel suo insieme deve crescere, approfondirsi e chiarirsi.

Non è questa dunque una guerra civile, che prende forme polivalenti e che si maschera dietro a motivazioni religiose? (vedi sempre papa Francesco ieri)

Di fronte a questa situazione, del tutto nuova e di cui realisticamente siamo chiamati a prendere atto, ci sono due atteggiamenti del tutto errati, seppure contrapposti. 

All’indomani del terribile attentato ad Orlando dell’ 11-12 giugno, all’interno di un noto locale gay, i richiami de Il Foglio ad identificare l’evento quale una espressione di terrorismo islamico, a fronte del tentativo invece di deviare l’attenzione sul problema dell’abuso delle armi nel paese oppure verso il problema dell’omofobia, erano giusti (perché si sono udite parole, anche nel discorso di Obama, del tutto fuorvianti) ma insufficienti, come poi ha dimostrato lo svelarsi dell’identità dell’attentatore, decisamente complessa e tutta da decifrare (omosessuale egli stesso e così riconosciuto da compagni di gioventù, poco religioso, frequentatore del locale fino a poco prima e di recente avvicinatosi ad un Imam radicale). All’ analisi del Foglio che definisce i fronti come nettamente contrapposti e dunque facilmente individuabili in due schieramenti che devono necessariamente fronteggiarsi in forme lineari, manca qualcosa che invece pare essenziale.

Allo stesso modo la reazione opposta, ben più grave perché decisamente tendenziosa ed espressione di uno degli elementi del male che ci attanaglia, de Il Fatto quotidiano, dimostra un’altra via del tutto errata. Il Fatto ha pubblicato il 13 giugno (stessa data dell’articolo de Il Foglio) un video di un’omelia di una sacerdote italiano, titolando «“Gli omosessuali meritano la morte”. L’omelia del parroco contro le unioni civili».  Errata la pubblicazione, perché pubblicarla il giorno dopo gli eventi di Orlando (l’omelia era del 28 maggio, due settimane prima) non è certo una scelta neutra o per dovere di cronaca ma vuol far sorgere nel lettore questo giudizio: “vedete, i cristiani sono come gli islamici, fomentatori di violenza; il problema è eliminare ogni religione fonte di ogni regresso”.

Ma la questione si intreccia ancora di più in un intrigo di torti e ragioni, dove chi ha realmente torto (l’ideologia del nulla) trova ragioni per sostenersi in improbabili battaglie di civiltà (a proposito, questo fine settimana ci sarà il Gay Pride a Rimini. Tanto per gradire) in cui il nulla delle forme leggere leggere, prende in carico su di sé diritti e rispetto della persona, in una mescolanza di elementi in cui l’eterogenesi dei fini (e della nostra fine) la fa da padrona.

Infatti, occorre aver il coraggio (tutto cristiano) di dire che errati sono anche i toni dell’omelia che hanno permesso di titolare al Fatto in quel modo.

Un’operazione di menzogna, quella del Fatto Quotidiano, è indubbio.

Sia  perché invece è intrinseco al cristianesimo la costruzione della pace, come in questo secolo XX e XXI sta emergendo sempre più chiaramente – in particolare grazie agli ultimi pontefici da Giovanni Paolo II in poi-, portando nuova giovinezza al fatto (avvenimento) cristiano (questo sì, veramente quotidiano e reale).

Sia perché quanto ha pubblicato il Fatto Quotidiano, nasce da un’assolutizzazione ed estrapolazione di una frase, a sua volta de-contestualizzata dal parroco e utilizzata da lui stesso in maniera piuttosto goffa e impropria.

Proviamo ad analizzare. Il Fatto titola virgolettando “gli omosessuali meritano la morte”, attribuendola al parroco (o a San Paolo, comunque al cristianesimo). Il parroco cita San Paolo che nella lettera ai Romani cap 1,26-ss.  afferma “E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose -si parla di ogni deviazione sessuale, ndr – meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa”.  Il Fatto gioca sporco, correlando la vicenda Orlando (data di pubblicazione), alle vicende Unioni di fatto e legge del governo Renzi, complice la verve del parroco, ed entrambi bypassano  la necessità di contestualizzare e comprendere il significato di quel passo (ad esempio di quale morte si parla? Mai sentito parlare di “morte dell’anima” che riguarda ogni peccato? E che c’entra la morte di omosessuali per terrorismo con la morte dello spirito ovvero la dannazione eterna?).

Insomma il parroco ha ingenuamente steso un tappeto di velluto ai fomentatori del nulla, coloro che sta combattendo anche lui. E un video di tal genere è oggettivamente un’ottima arma per chi porta avanti alcune tesi (fede=violenza=terrorismo fondamentalista=omofobia=cattolicesimo, ecc. ecc.).

Ma questo passaggio deve far riflettere su quanto è in gioco oggi.

Da una parte vi sono  i fautori del nichilismo che stracciano i principi secolari che hanno costruito questa nostra benedetta società, ancora riconosciuta come appetibile, e che di qui (dal cristianesimo e dal suo senso profondo della persona – che appunto è spirito e non solo istinto, vedi San Paolo-) è nata. Un nichilismo che si trova assai più vicino agli attentatori di quanto non appaia.

Dall’altra vi sono i cristiani che devono fare un passo, che sono chiamati ad essere più coraggiosi e consapevoli di ciò che portano. È quanto sollecita, con incredibile lucidità, papa Francesco.

Il coraggio dei cristiani oggi, infatti, non consta nell’alzare battaglie improbabili, pena l’essere simili al don Chisciotte di Cervantes, che si ritrova a combattere contro i mulini a vento. Il coraggio vero oggi, e che chiederà a qualcuno o a tanti il martirio,  è il coraggio della personalizzazione della fede (Carron). È il coraggio di quanto ha comunicato padre Ibrahim, testimoniando ciò che sta facendo ad Aleppo. In mezzo alla guerra e all’Isis, attorniato da fedeli che andando a Messa rischiano la morte (letteralmente, e l’omicidio del sacerdote durante la Messa è un presagio fosco per l’Europa), padre Ibrahim costruisce. Semplicemente costruisce tutto quanto è umano e cristiano. Perché i due termini, lo si voglia ammettere oppure no, coincidono. Giovanni Paolo II nel 1983 in Università Cattolica a Milano disseTutto ciò che contrasta con quanto vi è di autenticamente umano, contrasta parimenti col cristianesimo. E, viceversa, un modo distorto di intendere e di realizzare i valori cristiani ostacola altrettanto lo sviluppo dei valori umani in tutta la loro pienezza. Nulla di genuinamente umano è chiuso al cristianesimo; nulla di autenticamente cristiano è lesivo dell’umano. Nel messaggio cristiano trova arricchimento, sviluppo, pieno chiarimento la genuina sapienza umana.

Espressione (nulla di ciò che umano è contro Cristo, nulla di ciò che è autenticamente cristiano è contro l’uomo) che ascoltai, da studente, accovacciato nei chiostri della Cattolica  e che, oltre a divenire un ricordo indelebile,  è divenuto programma di studio, di lavoro e di vita.

In sostanza oggi è urgente la risposta alla domanda: cosa è il cristianesimo?  Cosa ha di buono e vero dopo duemila anni?  Credo non sia facile desumerlo dalle parole di quella omelia. Certamente vanno evitati i duplici errori, di cui sopra.

E così mentre le strategie “belliche” dell’occidente sono macchiate da terrificanti ipocrisie (si veda l’intervista sul Sussidiario a Gian Micalessin) che generano morte, la speranza viene dal virgulto di una fede che procede ed è viva nella storia, come Giuseppe Frangi interpreta  la GMG attualmente in corso.

Interessante poi vedere come l’intuizione della GMG sia già presente in quel discorso di Giovanni Paolo II a Milano, quando uscendo salutò gli studenti.

“Miei carissimi studenti, vi ringrazio per la vostra presenza, per la vostra solidarietà, una parola diventata direi internazionale, o almeno italiana (allora in tanti lì presenti avevamo foulard e spillette con la scritta Solidarnosc, come vicinanza agli operai polacchi che lottavano contro il regime comunista). La incontro nei diversi posti della vostra e nostra patria, l’Italia. Allora vi ringrazio per questa solidarietà, e poiché siamo già verso la fine del mese di maggio, vi auguro anche i successi possibili nelle prove che vi attendono, i cosiddetti esami. E vi lascio per il momento con la speranza di incontrarvi di nuovo, non so dove. Ma gli studenti, i giovani, si incontrano dappertutto. Dappertutto sono le università, dappertutto sono gli studenti, dappertutto sono i giovani e dappertutto è la speranza dell’avvenire” (qui il discorso integrale al corpo docente)

Di qui si riparte, per la costruzione della civiltà del nuovo Millennio. Non da polemiche vuote (esse stesse figlie del nichilismo), funzionali solo al “nemico”. Ma dalla speranza che risiede nella risposta al cuore dei giovani e dell’uomo, pieno di quel desiderio di infinito che ti porta ad uscire da te (dalle tue piccole o grandi idee) e a riconoscere che l’altro è un bene. Oggi, in un momento dove ci vogliono far credere che  l’altro – anche il passeggero al tuo fianco o il passante in strada – sia un nemico, c’è bisogno urgente di questo riconoscimento.